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“Dopo 10 anni di conflitto in Siria, Bashar al-Assad ha vinto. Torture e persecuzioni continueranno”

A TPI lo scrittore e attivista italo-siriano Shady Hamadi presenta il suo ultimo lavoro: "La nostra Siria grande come il mondo". Un libro che esce a ridosso di un importante e doloroso anniversario: il 15 marzo 2011, esattamente 10 anni fa, si apriva il drammatico conflitto in Siria

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 9 Mar. 2021 alle 15:32 Aggiornato il 9 Mar. 2021 alle 16:40
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Immagine di copertina
Credit: ABACAPRESS.COM/Ansa

“Per me la tortura è diventata un’ossessione. Quando ho saputo quello che era successo a mio padre ho indagato in modo spasmodico per poter rivivere le torture che lui aveva sopportato, per capire come fosse sopravvissuto sempre con il sorriso dopo quello che aveva visto e provato”. La storia di un padre e un figlio, due storie diverse legate da una terra: la Siria. Per uno, luogo dell’infanzia e della giovinezza da cui fuggire, per l’altro, luogo della scoperta e della memoria a cui ‘tornare’. A TPI lo scrittore e attivista italo-siriano Shady Hamadi presenta il suo ultimo lavoro: “La nostra Siria grande come il mondo”. Edito da Add Editore e scritto da Shady Hamadi insieme al padre, Mohamed Hamadi.

Un libro che esce a ridosso di un importante e doloroso anniversario: il 15 marzo 2011, esattamente 10 anni fa, si apriva il drammatico conflitto in Siria. Quel giorno, a Damasco, si levò una forte protesta a causa dell’arresto di alcuni giovani fermati dalla polizia mentre dipingevano graffiti contro il presidente Bashar al-Assad. Nei giorni successivi, le proteste crebbero, si verificano scontri con le forze dell’ordine ed alcuni manifestanti vennero uccisi. Cominciava così una guerra straziante dalla scia lunga e complessa, che ha provocato finora innumerevoli morti, feriti e sfollati in cerca di sicurezza.

“Complessivamente – spiega la Caritas Internationalis – si stima che 11,1 milioni di persone abbiano avuto bisogno di una qualche forma di assistenza umanitaria nel 2020, tra cui 4,7 milioni di persone con necessità acute, mentre gli sfollati interni sono 6,7 milioni”. A tutto ciò va aggiunto il forte impatto della pandemia da Covid-19 che, nel Paese, ad oggi ha causato quasi 16mila casi in totale ed oltre mille decessi, insieme a notevoli perdite economiche.

Che cos’è oggi la Siria e cos’era la Siria 50 anni fa?
Mio padre dice sempre una cosa: “La mia Siria, quella che vive nella mia memoria, non esiste più”. Le persone che erano con lui da giovane, o sono state incarcerate o sono morte ammazzate. La Siria che lui racconta era quella in cui i giovani credevano nell’idea del panarabismo, nell’unità tra i Paesi arabi. Lo dice sempre, “ho rinunciato all’idea di tornare”.

Cosa rappresenta questo anniversario per lei?
I 10 anni di conflitto hanno un significato profondo per me: ho capito che Bashar al-Assad ha vinto, la normalizzazione dei rapporti col regime siriano è avvenuta nonostante le persone vengano ancora torturate nelle carceri siriane, tutto questo sotto gli occhi della comunità internazionale. Noi discutiamo ancora del fondamentalismo islamico in Medio oriente, in Siria in particolare, argomento giustissimo. Ma ancora non riusciamo a capire dove nasca questo fondamentalismo e come mai fiorisca in coincidenza con l’affermarsi di regimi dittatoriali nel Medio Oriente.

A proposito della comunità internazionale va detto che la Germania ha dato il via per la prima volta a processi per crimini di guerra contro alcuni generali di al-Assad. Non le sembra un passo importante?
Io credo che quello che sta facendo la Germania ha un’influenza su quella che è la visione dei siriani che vivono all’estero. E da loro viene visto come un atto di giustizia. Ma la verità è che per i siriani che vivono in siria non è un riscatto. Continueranno a essere torturati, a vivere la guerra. C’è da chiedersi se questo della Germania non sia solo una sorta di contentino. Il rischio che questa sia la strada per una normalizzazione dei rapporti col regime siriano, un modo per pulirsi la coscienza.

Quindi qual è il rischio maggiore per i siriani e la Siria, questo processo di normalizzazione?
Sì, il rischio è che da qui a 10 anni resti lo stesso governo in Siria, o ve ne sia uno diverso ma con gli stessi apparati e le stesse personalità-ombra che gestiscono il potere oggi. Il rischio è che quindi le torture continuino e anche le persecuzioni all’estero. Manca un processo di memoria: di chi è la colpa di quello che è accaduto? Da anni chiedo di dare voce alla società civile siriana, sono rimasti nell’angolo. L’unica cosa che possiamo fare è spingere affinché la comunità internazionale scardini quello che è tutto l’apparato del regime siriano.

Cosa ha significato rivivere la storia siriana con gli occhi di suo padre?
Per me la tortura è diventata un’ossessione. Quando ho saputo quello che era successo a mio padre ho indagato in modo spasmodico per poter rivivere le torture che lui aveva sopportato, per capire come fosse sopravvissuto sempre con il sorriso dopo quello che aveva visto e provato. La tortura è diventata una ragione fondante di questo impegno. Quando è scomparsa mia madre, 12 anni fa, ci siano ritrovati da soli. Era lei il collante della famiglia. Mio padre è sempre stato restio a esprimere i propri sentimenti, dopo di allora ci siamo conosciuti davvero. Lo ascoltavo e mi faceva piangere. Abbiamo imparato a vivere un po’ di quella memoria e a esorcizzarla. Se non fossimo riusciti a trasformare questa memoria in qualcosa di buono come questo libro, probabilmente saremmo rimasti vittime di questo dolore.

Ci parli del libro, come è nato il progetto?
Questo è il capitolo conclusivo di una trilogia nata nel 2013 con “Felicità araba”, l’idea principale era quella di scrivere un libro sul ritorno in Siria, pensavamo che le vicende siriane andassero in maniera differente, così non è stato. A distanza di 4 anni da secondo capitolo, ho scelto insieme a mio padre di raccontare con uno sguardo personale quelle che sono le nostre vite e come si sono intrecciate negli ultimi 10 anni. È un libro a specchio: mio padre racconta la sua storia di migrazione, io racconto quella mia al contrario, e quello che sono stati questi anni di attivismo politico e culturale.

Papà ha lasciato la Siria nel 1968, dopo essere stato arrestato e torturato diverse volte. La prima volta in cui ho appreso da lui quello che aveva passato fu quando si abbassò la calza e mi fece vedere una cicatrice su un tallone. Mi disse: “questa me l’hanno fatta in carcere”. Per anni ha tenuto fogli sparsi su cui si è appuntato questi ricordi, da qui abbiamo tratto molti spunti per raccontare quello che è stato il suo viaggio. Lasciando la Siria è stato in Kuwait, qui con un falso passaporto si è ricostruito una vita. Dopo essere stato denunciato da qualcuno alle autorità, è stato arrestato e internato in una prigione nel deserto insieme a delinquenti comuni, prostitute e poi portato al confine con l’Iraq dove è stato abbandonato al nulla. Dall’altra parte c’è il mio racconto, di questi anni in cui ci siamo conosciuti davvero.

Il libro si conclude con un sogno in cui io e mio padre, mano nella mano, torniamo alla nostra terra: l’idea del ritorno in questo villaggio sperduto al confine con il Libano che mai avverrà. Ma se una memoria – che è quella della catastrofe siriana – non riesce a concretizzarsi, noi nel nostro piccolo abbiamo voluto lasciare qualcosa, come testimoni del tempo”.

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