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Gli USA di Biden promettono milioni di dollari ai palestinesi ma non la pace

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Joe Biden e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Immagine di repertorio. Credit: EPA/JIM HOLLANDER

Il segretario di Stato degli Stati Uniti Antony Blinken ha promesso altri 112 milioni di dollari di aiuti ai palestinesi e di riaprire il consolato a Gerusalemme ma resta ancora lontana la pace con Israele, la cui agenda internazionale guarda ormai all'intera regione

Gli Stati Uniti di Joe Biden cercano di ricucire i rapporti con l’Autorità nazionale palestinese senza rinunciare a un sostegno quasi incondizionato a Israele, la cui attenzione è ormai rivolta più all’Iran e agli equilibri regionali in Medio Oriente che alla pace, mentre la tregua in corso con Hamas dalla scorsa settimana a Gaza resta ancora fragile.

Il recente annuncio del segretario di Stato Antony Blinken di una prossima riapertura del consolato generale statunitense a Gerusalemme per ripristinare i legami con i palestinesi, declassati dalla presidenza di Donald Trump, sembra rappresentare un passo indietro da parte della Casa bianca rispetto alla precedente amministrazione, anche se piuttosto timido.

A lungo quest’ufficio diplomatico autonomo è stato responsabile delle relazioni tra Washington e i palestinesi finché l’ex presidente Trump non ne ha declassato le attività ponendole sotto l’autorità dell’ambasciata americana in Israele, trasferita proprio a Gerusalemme.

Pur non indicando alcuna data precisa per la riapertura del consolato, nel corso del proprio incontro di martedì 25 maggio a Ramallah con il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) Blinken ha sottolineato come questa mossa rappresenti “un modo importante per il nostro Paese di impegnarsi e fornire sostegno al popolo palestinese“.

Un sostegno che intende essere concreto. Il segretario di Stato americano ha infatti annunciato lo stanziamento di altri 112 milioni di dollari in sovvenzioni e finanziamenti allo sviluppo in Cisgiordania e a Gaza, evidenziando come questo provvedimento porti a oltre 360 ​​milioni di dollari il totale degli aiuti che l’amministrazione Biden ha fornito ai palestinesi negli ultimi due mesi, annullando di fatto i tagli decisi da Trump.

Eppure, proprio intorno a questi stanziamenti promessi dagli Usa per consolidare la tregua tra Israele e i palestinesi rischia di aprirsi un nuovo fronte tra Hamas e l’Anp di Abu Mazen. Promettendo di “raccogliere il massimo sostegno internazionale” per aiutare Gaza dopo la guerra, Blinken ha rimarcato come questi aiuti non saranno gestiti da Hamas, che controlla la striscia dal 2007 a seguito di un golpe militare.

Hamas e l’Autorità nazionale palestinese sono acerrimi rivali politici e il diplomatico americano non ha spiegato come gli Stati Uniti intendano offrire quella che Biden ha definito “assistenza umanitaria urgente per la ricostruzione di Gaza” escludendo del tutto il movimento islamico. Così, l’annuncio di Blinken pare più mirato a minare Hamas e a resuscitare l’Anp nella striscia che a erogare effettivi aiuti alla popolazione del territorio costiero palestinese.

Non solo. Stando a un anonimo funzionario del ministero degli Esteri israeliano, citato dal New York Times, il segretario di Stato americano avrebbe suggerito al governo di Tel Aviv di sviluppare un pacchetto di aiuti parallelo per assistere l’Autorità nazionale palestinese ottenendo in cambio il rafforzamento del coordinamento israeliano sulla sicurezza in Cisgiordania.

Una proposta per il momento rispedita al mittente. Infatti le autorità dello Stato ebraico, secondo la fonte citata dal quotidiano statunitense, accetterebbero il piano soltanto a condizione che l’Autorità nazionale palestinese interrompa la collaborazione con la Corte penale internazionale nell’ambito di un’indagine in corso sui crimini di guerra commessi nei territori occupati da Israele sin dalla guerra del 1967.

Lungi dal rappresentare un cambio di passo sostanziale rispetto all’amministrazione Trump, la riapertura dei canali di dialogo e di aiuto economico tra Washington e i palestinesi da parte di Biden sembra avere uno scopo ben preciso: sostenere il presidente palestinese Mahmoud Abbas nella lotta intestina contro Hamas e altre fazioni come quella del suo rivale, Mohammed Dahlan cacciato proprio dal partito Fatah, senza arretrare di un millimetro rispetto ai temi fondamentali per i negoziati di pace e confermandosi ancora una volta un mediatore sempre più sbilanciato a favore dello Stato ebraico.

Pur avendo annullato di fatto i tagli agli aiuti ai palestinesi decisi dalla precedente amministrazione, la Casa bianca ha infatti confermato il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, lasciando ai futuri colloqui tra le parti la questione delicatissima di Gerusalemme est come capitale della Palestina, il cui diritto a esistere come Stato resta lettera morta.

Nonostante abbia affermato che “palestinesi e israeliani meritino ugualmente di vivere in modo sicuro e protetto e di godere in egual misura di libertà, prosperità e democrazia”, Biden non ha ancora affrontato in alcun modo il tema dei territori occupati.

Allo scoppio delle nuove violenze, durate 11 giorni e costate a entrambe le parti quasi 290 morti (per lo più palestinesi) e oltre 77 mila sfollati a Gaza, l’amministrazione statunitense ha invece sottolineato più volte il diritto di Israele a difendersi, limitandosi a esprimere le proprie “più sincere condoglianze a tutte le famiglie – israeliane e palestinesi – che hanno perso i propri cari”.

Washington ha inoltre bloccato qualsiasi tentativo da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di attribuire a Israele la responsabilità della recente escalation nella striscia di Gaza, alimentata pretestuosamente da Hamas sulla base dei tentativi di sfratto nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme, visti come parte di una strategia mirata a espellere i residenti palestinesi dalla zona est della città santa e di alterarne la composizione demografica.

Insomma, la scelta americana di ricucire timidamente i rapporti con l’Autorità nazionale palestinese, correggendo solo in minima parte la politica dell’amministrazione Trump, non promette certo di cambiare gli equilibri in Medio Oriente né mette minimamente in dubbio l’appoggio di Washington a Tel Aviv nelle questioni fondamentali per il negoziato.

I motivi di attrito tra gli Stati Uniti e Israele non riguardano infatti la questione palestinese, quanto piuttosto il ripristino dei rapporti con l’Iran e la riesumazione dell’accordo sul nucleare, affossato proprio da Trump e i cui negoziati in corso da un mese a Vienna sembrano registrare nuovi progressi.

Poche ore prima dell’incontro con Abu Mazen, il segretario di Stato Antony Blinken è stato ricevuto dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, che in primis ha ringraziato l’amministrazione Biden per l’aiuto offerto nella lotta contro Hamas, ricordando però senza mezzi termini il sostegno di Israele alle politiche promosse da Donald Trump, in particolare il rigetto dell’accordo sul nucleare iraniano e la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra lo Stato ebraico e i Paesi arabi.

È ormai questa la partita più importante per le autorità israeliane, sia nella regione che nel contributo offerto al dibattito politico americano, molto più della questione palestinese ormai relegata ai margini – nonostante la propaganda – anche da alcuni Paesi arabi.

Non è forse un caso che, in concomitanza con il primo tour diplomatico di Blinken in Medio Oriente da segretario di Stato, in Israele fosse presente in visita privata anche il suo predecessore ed ex direttore della Cia, Mike Pompeo, arrivato nello Stato ebraico per partecipare a un evento celebrativo per il pensionamento di Yossi Cohen, direttore del Mossad da oltre cinque anni, che dal primo giugno sarà sostituito da David Barnea, attuale numero due dei servizi.

Proprio Pompeo è uno dei più importanti critici della svolta diplomatica decisa da Biden nei confronti dell’Iran e potrebbe addirittura presentarsi alle prossime primarie presidenziali repubblicane, nel caso la candidatura di Donald Trump si rivelasse impossibile.

“Abbiamo scoperto lavorando intensamente, silenziosamente ma risolutamente che le parole dell’America contano”, aveva spiegato alla stampa Blinken, tornando a Gerusalemme dopo i colloqui con Abu Mazen. “Le azioni dell’America sono importanti e il coinvolgimento dell’America è importante”. Molto più per le ambizioni regionali di Israele forse che per la pace.

A meno di un deciso impegno degli Stati Uniti per l’attuazione delle risoluzioni 242 del 1967 e 338 del 1973 delle Nazioni Unite e per il rispetto del diritto internazionale, a questo sembrano infatti mirare gli sforzi della Casa bianca per riportare nell’ovile americano i palestinesi. Un obiettivo, tra l’altro, tutt’altro che facile da raggiungere.

Leggi anche: La questione palestinese e la viltà della politica (di A. Di Battista)

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