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Col sabotaggio della centrale di Natanz Israele vuole affondare gli accordi con l’Iran sul nucleare

Immagine di copertina
Credit: EPA/ABEDIN TAHERKENAREH/ANSA

Col sabotaggio della centrale di Natanz Israele vuole affondare gli accordi con l’Iran sul nucleare

A meno di una settimana da un altro attacco attribuito a Israele, l’Iran oggi ha accusato lo Stato ebraico del sabotaggio del sito nucleare di Natanz, colpito ieri da un blackout. Un attacco che l’Iran ha promesso di vendicare ma senza pregiudicare i colloqui in corso a Vienna per rilanciare l’accordo per il nucleare del 2015, come invece auspica Israele.

Considerato uno dei siti più strategici e sicuri del programma nucleare iraniano, Natanz è stato colpito domenica 11 aprile da un’esplosione che potrebbe fermare le attività nel sito per nove mesi, secondo quanto riportato dal New York Times. Solo il giorno precedente erano state inaugurate nel sito nuove centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, come parte dell’accelerazione che il paese sta imprimendo al suo programma nucleare mentre tiene colloqui per rientrare nel Piano d’azione congiunto globale (Joint Comprehensive Plan of Action o JCPOA), l’accordo del 2015.

Una trattativa fortemente osteggiata da Israele, già ritenuta responsabile dell’attacco contro la nave iraniana Saviz dello scorso martedì 6 aprile, il giorno in cui sono iniziati i colloqui a Vienna, nell’ennesimo episodio della guerra segreta in corso da un anno e mezzo tra i due paesi.

La reazione dell’Iran

Poche ore dopo il blackout a Natanz, l’incidente è stato definito un atto di “terrorismo nucleare” da Ali Akbar Salehi, capo dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, che ha puntato il dito contro gli avversari dei colloqui indiretti in corso con gli Stati Uniti per rimuovere le sanzioni sulla Repubblica islamica, in cambio del rientro nei parametri del JCPOA.

Oggi il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha accusato direttamente Israele, aggiungendo che l’Iran non fermerà i colloqui in corso a Vienna. “I sionisti vogliono vendicarsi del popolo iraniano per il successo che hanno avuto sulla via per eliminare le sanzioni”, ha detto durante un incontro con il Comitato per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano, aggiungendo che “non cadremo nella loro trappola”. “Non faremo in modo che questo atto di sabotaggio fermi i colloqui in corso a Vienna” ha detto. “Ma ci vendicheremo degli stessi sionisti”.

Zarif ha dichiarato l’Iran risponderà a Israele “con ulteriori progressi nucleari”. Secondo Zarif, sono state colpite solo le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio di vecchia generazione, che saranno sostituite da nuove macchine con capacità di arricchimento superiore. “Se pensano che la nostra mano nei negoziati sia stata indebolita, in realtà questo atto codardo rafforzerà la nostra posizione nei colloqui”, ha detto secondo l’agenzia ufficiale iraniana IRNA.

Secondo quanto riportato dal New York Times, citando due fonti di intelligence, l’incidente a Natanz è stato causato da ordigni esplosivi che hanno distrutto il sistema elettrico interno che alimenta le centrifughe, fermando per almeno nove mesi le attività nel sito. Secondo fonti di intelligence statunitensi e israeliani citate dal quotidiano, Israele ha avuto un ruolo nell’attacco.

Il giorno precedente, la Repubblica islamica aveva celebrato il Giorno nazionale della tecnologia nucleare, inaugurando 164 centrifughe avanzate IR-6 proprio a Natanz, in una struttura costruita dopo un altro sabotaggio che aveva gravemente danneggiato il sito lo scorso luglio. Il paese ha anche annunciato la sperimentazione di nuove centrifughe IR-9, che promettono di essere 50 volte più rapide della prima centrifuga sviluppata internamente, l’IR-1, l’unica che l’accordo del 2015 consente all’Iran di impiegare.

Una missione “enorme”

Le autorità israeliane non hanno commentato direttamente l’attacco, anche se diverse testate lo hanno attribuito al Mossad, il servizio d’intelligence nazionale, citando fonti di intelligence “occidentali”.

Il capo di Stato maggiore Aviv Kohavi ha dichiarato che “le operazioni in tutto il Medio Oriente non sono nascoste agli occhi dei nemici”. “Ci stanno guardando, vedendo le capacità e valutando attentamente i loro passi”, ha aggiunto, durante un evento di commemorazione tenuto a Gerusalemme per ricordare i soldati caduti.

Secondo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu invece la lotta contro l’Iran e i suoi satelliti è una missione “enorme”. “La situazione che esiste oggi non sarà necessariamente la situazione che esisterà domani”, ha aggiunto, in un possibile riferimento al sabotaggio.

L’attacco è avvenuto la stessa mattina in cui il segretario alla Difesa americano, Lloyd J. Austin III, è arrivato in Israele per incontrare il suo omologo israeliano Benny Gantz e il primo ministro Benjamin Netanyahu. Si tratta del primo membro della nuova amministrazione statunitense a recarsi nel paese in visita ufficiale.

Una nuova amministrazione

Israele ha avuto un rapporto molto stretto con la precedente amministrazione guidata da Donald Trump, che oltre a trasferire l’ambasciata a Gerusalemme, riconoscere la sovranità israeliana sulle alture del Golan e promuovere accordi storici con i paesi del Golfo, ha sostenuto contro l’Iran la politica della “massima pressione”, ritirando gli Stati Uniti dall’accordo del 2015 e imponendo nuove sanzioni. Una linea condivisa da Israele, che considera l’accordo per il nucleare un “errore strategico” a favore del suo principale nemico nella regione, accusato di finanziare e sostenere Hezbollah in Libano e Hamas nella striscia di Gaza. “C’è un regime il cui obiettivo principale è distruggerci. Farò tutto il possibile, tutto ciò che è in mio potere, per impedirgli di ottenere armi nucleari “, ha detto a febbraio Netanyahu dopo un incontro con il presidente statunitense Joe Biden, definendo un errore affidarsi “solamente” ad accordi.

Biden invece ha promesso durante la campagna elettorale a far rientrare gli Stati Uniti nell’accordo siglato quando era vicepresidente durante l’amministrazione di Barack Obama, per tornare a porre vincoli sulle attività nucleari dell’Iran.

La linea dura adottata da Trump infatti non ha impedito all’Iran di ritirarsi dagli impegni dell’accordo e riattivare in maniera accelerata il programma nucleare, continuando anche a sostenere gruppi satellite dalla Siria all’Iraq, passando per la striscia di Gaza, il Libano e lo Yemen.

La scorsa settimana l’Organizzazione per l’energia atomica iraniana ha dichiarato che l’Iran ha prodotto 55 chili di uranio arricchito al 20 percento, rispetto al limite del 3,67 percento stabilito dall’accordo. Fino a gennaio, quando il parlamento iraniano ha approvato una legge che ha imposto una tabella di marcia accelerata al programma nucleare iraniano, l’Iran non aveva mai dichiarato di aver arricchito l’uranio oltre il livello del 4,5 percento. La soglia del 20 percento è considerata critica nello sviluppo di armi nucleari, anche se per l’uso dell’uranio a scopi militari è richiesto un livello del 90 percento.

Nonostante la velocità con cui l’Iran ha sviluppato il suo programma nucleare, per il governo guidato da Hassan Rohani la priorità rimane quella di rimuovere le sanzioni che negli ultimi anni hanno affondato l’economia del paese. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale (Fmi) l’Iran è sempre stato in recessione da quando sono state introdotte le sanzioni, dopo una crescita del 12,5 percento nel 2016, l’anno successivo alla firma dell’accordo.

I colloqui a Vienna

Nei colloqui a Vienna, iniziati la scorsa settimana e che riprenderanno mercoledì 14 aprile, è stata finora trovata un’intesa per istituire due gruppi di lavoro, rispettivamente incaricati di discutere la rimozione delle circa 1.600 sanzioni imposte dagli Stati Uniti dopo la decisione di uscire dall’accordo nel 2018 e il rientro dell’Iran nei parametri dell’accordo per l’arricchimento dell’uranio. Ai colloqui non prendono formalmente parte i rappresentanti degli Stati Uniti, con cui la delegazione iraniana tratta indirettamente tramite la mediazione degli europei. Prima di avviare una trattativa diretta, l’Iran chiede il ritiro delle sanzioni, mentre gli Stati Uniti hanno chiesto che l’Iran rispetti i limiti all’arricchimento dell’uranio prima di rimuovere le sanzioni.

I promotori di un nuovo accordo sperano di raggiungere un’intesa entro le elezioni presidenziali iraniane che si terranno il prossimo giugno. A queste non potrà prendere parte l’attuale presidente Hassan Rohani, forte promotore dell’accordo del 2015, al quale sono invece fortemente contrarie le fazioni considerate meno moderate della Repubblica islamica.

A fine febbraio, l’Iran ha anche imposto un termine di tre mesi per la conservazione delle informazioni sulle attrezzature usate per le ispezioni, trascorsi i quali i dati saranno cancellati se non saranno ritirate “completamente” le sanzioni statunitensi, privando l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) di informazioni importanti su parti chiave del programma nucleare iraniano.

Nel fine settimana l’Aiea ha dichiarato di aver scoperto un’altra potenziale nuova violazione dell’accordo del 2015  il giorno successivo all’inizio dei colloqui a Vienna, accusando l’Iran di aver recuperato uranio da materiali di scarto.

Una lunga serie di attacchi

Nel 2020 il programma nucleare iraniano era già stato bersaglio di diversi atti di sabotaggio che l’Iran ha attribuito a Israele. Tra questi un’esplosione che a luglio ha gravemente danneggiato sempre il sito di Natanz e l’uccisione lo scorso novembre di Mohsen Fakhrizadeh, considerato il padre del programma nucleare iraniano.

Nel 2010, Natanz era stato anche preso di mira dal worm ribattezzato “Stuxnet”, mettendo temporaneamente fuori uso quasi il 20 percento delle centrifughe che l’Iran stava usando per arricchire l’uranio. L’arma informatica era stata sviluppata da Stati Uniti e Israele come parte del programma “Olympic Games” avviato sotto la presidenza Bush e continuato durante l’amministrazione Obama.

La scorsa settimana Israele è stata accusata di aver attaccato con una mina la nave iraniana Saviz, ritenuta un’imbarcazione militare. Da fine 2019 Israele ha attaccato almeno 12 navi sospettate di trasportare carburante e armi dall’Iran alla Siria aggirando le sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Teheran è stata a sua volta accusata da Tel Aviv di aver colpito due navi israeliane nel Golfo di Oman a marzo.

Leggi anche:

1. Iran, Emirati Arabi, Qatar: chi vince e chi perde dalla fine della crisi nel Golfo

2. Nuova escalation nella guerra segreta tra Israele e Iran, mentre a Vienna riprendono i colloqui con gli Usa

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