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Il contrappasso di Vittorio Feltri: quando in Germania lo chiamavano “ottuso bergamasco”

Un vecchio articolo tedesco definisce il direttore di Libero un simbolo dell'Italia che resta indietro. E oggi il Covid ha completato questo ribaltone: adesso tutti i portavoce dell’orgoglio nordista si sono trasformati nei piagnucolosi terroni che tanto odiano

Di Flavio Pagano
Pubblicato il 11 Giu. 2020 alle 13:30 Aggiornato il 11 Giu. 2020 alle 13:30
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Immagine di copertina
Vittorio Feltri (Credits: Ansa)

Quando in Germania chiamavano Vittorio Feltri “ottuso bergamasco”

Un ottuso bergamasco!”: così un giornale tedesco etichettò qualche anno fa Vittorio Feltri. Per l’esattezza, einsturerBergamaske. E in tedesco, bisogna ammetterlo, la definizione acquista perentorietà esiziale. Una siffatta sentenza, riscatto e gioia di tutti i terroni, fu firmata da Klaus Hartung, autore di in un articolo apparso su “Die Zeit” (testata di Amburgo), dal titolo BefreitvomSchwarzenRitter, ovvero Liberi dal Cavaliere nero (dove il riferimento a Berlusconi è fin troppo chiaro).

Partendo dal primo ribaltone, quello al quale prese parte anche la Lega del Senatùr, Hartung passa a raccontare l’Italia di fine anni ’90. Quell’Italia che sembrava sul punto di diventare un modello positivo per tutti. L’Italia dei grandi sindaci: di Bassolino, ammiratissimo dai tedeschi, e di Cacciari. Ma non solo. Tuttavia, dopo aver tessuto le lodi del Belpaese, il giornalista cambia tono, per notare che non tutti gli italiani sembrano aver colto la grandezza del processo in atto: ed è qui che Vittorio Feltri assurge addirittura a emblema, a simbolo supremo di quell’Italia che resta indietro e che, incapace di cambiare, consolida i propri peggiori stereotipi, guadagnandosi sul campo il titolo di sturer. Ottuso.

Ma il vero contrappasso, l’atrocità di questa definizione, sta nella denominazione di origine controllata che ad esso si accompagna. In quell’implacabile precisazione geografica, “Bergamaske”, che di colpo trasforma in boomerang tutti gli insulti e gli improperi scagliati dal buon Feltri contro i suoi amati terroni. Già, amati, perché alla fine Feltri, sull’onda fatale dell’odi et amo, cede al fascino del Sud fino all’ossessione, ribaltando la maschera dell’indimenticabile immigrato meridionale interpretato da Abatantuono, che cerca disperatamente di apparire milanese nonostante l’accento e i tratti somatici ne gridino la provenienza levantina.

Intervistato dal Nordico di turno, in questo caso Klaus Hartung, Feltri cerca di mimetizzarsi indossandone i presumibili pregiudizi e gli descrive gli italiani come incapaci di gestire il proprio destino, di imboccare la strada verso “la Civiltà”, perché primitivamente individualisti. Racconta al tedesco che “non si può capire la politica italiana se non si parte dal presupposto che gli italiani sono… una massa di cretini”. In pratica, spiega gli italiani ai tedeschi con gli stessi toni ed argomenti che utilizza da sempre per spiegare la Terronia ai Lumbàrd (e forse anche per provocare le più sanguigne reazioni neoborboniche da parte degli abitanti del fu Regno delle Due Sicilie, che tanto giovano al venduto di certi giornali).

Ed ecco, insomma, che l’acuto motto di Luciano De Crescenzo ottiene la sua puntuale, ennesima conferma: “Siamo tutti meridionali di qualcuno”, diceva l’ingegnere scrittore. E aveva ragione. Tutti: Feltri compreso. Per colpa del Covid, però, è avvenuto un altro ribaltone che, per certi versi, risulta ancora più inquietante. Quello che ha trasformato gli altezzosi portavoce dell’orgoglio nordista, Feltri in testa, in piagnucolosi terroni. Nelle scurrili grida di guerra dell’ottuso bergamasco, infatti, così come nelle maledizioni turistiche delle Filippiche di Zaia, o nei peana alternati ai cori da stadio che un po’ tutti i capipopolo della Gallia Cisalpina hanno intonato all’indomani del lockdown, quando si sono sentiti respinti e messi all’indice dall’ingrato Sud, si è sentito per la prima volta l’accento rabbioso e impotente del vinto.

Naturalmente i padani sono i benvenuti al Sud. Ma la catena dell’imbecillità, così facile a intrecciarsi con quella del razzismo, non si è smentita. E l’acrimonia verso “i fortunati terroni”, che s’erano scansati il virus e ora si permettevano addirittura di diventare schizzinosi, ha ispirato biliose invettive, i cui toni non hanno avuto nulla da invidiare a quelli di una sceneggiata di Mario Merola. L’intera, immensa prateria di partite Iva della pianura padana è andata in collera e l’ottuso bergamasco, il castigaterroni, il Vittorione nazionale, se n’è fatto portavoce, fino a rischiare la radiazione dall’Ordine dei giornalisti.

Fatto sta che l’emergenza Covid ha ravvivato e a tratti acuito il tradizionale scontro Nord-Sud, attraverso una inedita autonarrazione vittimistica da parte lumbàrd. Eravamo abituati a vedere in Vittorio Feltri una sorta di grande vecchio della resistenza padana, a considerarlo il fine dicitore di bestemmie che veste giacche da cena al golf club a qualsiasi ora e che, da cultore della metafora delicata quale è, all’occorrenza non ha esitato a definire i meridionali una razza inferiore da prendere a calci in culo, una massa di fannulloni e criminali, eterna zavorra sulle spalle dell’operoso Nord.

Ma l’epica del vittimismo lombardo si è talmente radicata fra i numi tutelari dell’Oltrepò, che anche Sala, e persino De Bortoli l’hanno adottata integralmente. Fino a consegnarci un solo vincitore da tutto questo guazzabuglio. Un altro detto: quello secondo il quale, come singoli, gli italiani possono anche essere affascinanti ma, se stanno in massa, si convertono inevitabilmente alla cretinaggine di cui sopra. Secondo il Feltri-pensiero, quello rivelato ad Hartung nel ’94, gli italiani “trasformano la loro casa in un raffinato scrigno”, lasciando tutto lo sporco fuori le scale.

Ma, per una singolare coincidenza, la stessa cosa si dice a Napoli a proposito degli abitanti dei cosiddetti vasci, i quali tirano a specchio i loro monolocali fronte strada, disinteressandosi completamente della monnezza che si accumula fuori dell’uscio. Noi italiani, continua Feltri, vogliamo che lo Stato garantisca la nostra sicurezza, salvo poi maledirlo per questo; e sogniamo il bene comune di cui però, in realtà, a nessuno importa. Una visione che, francamente, fa pensare a Mussolini. Feltri nega l’esistenza dell’italiano quale soggetto collettivo, sostenendo che il male endemico della Penisola sia quello che ognuno si fa i cavoli propri. Ma, se così fosse, se davvero mancasse quel soggetto collettivo che trasforma una moltitudine in un Popolo, e quel Popolo nel sovrano di una Nazione, parlare di Governo non ha più senso.

In fondo, e in modo assai più grossolano, Feltri ripete un concetto che già Mussolini aveva espresso con una celebre sentenza: “Governare gli italiani non è difficile, è inutile”. Noi ci auguriamo, ne siamo certi, che non sia così. E aspettiamo Feltri, come ha promesso, in vacanza nella Magna Grecia.

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