Se gli scienziati litigano, la scienza è in buona salute

Di Cecilia Lucenti
Pubblicato il 6 Apr. 2020 alle 06:52 Aggiornato il 6 Apr. 2020 alle 06:57
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Mentre si dibatte su chi, come, quando e perché si creino, si divulghino e si impediscano fake news si sente molto la mancanza di intellettuali, cioè di persone che applicano il loro intelletto ad una lettura incessante e critica della realtà. Di solito anche l’intellettuale più rigoroso, quando si tratta di medicina, sprofonda nel più buio della passione quasi si trattasse di una religione. Troppo spesso riferendosi alla medicina si dice “Io credo” che faccia bene o che faccia male, il contenuto non conta, il centro è il credo. Gli studi d’altronde confermano che questo credo ha un’importanza enorme e i cosiddetti Placebo hanno un’efficacia tale da far vacillare anche i più rigorosi scettici che amano chiamarsi razionalisti. In questo contesto si propagano fake news o credenze che attingono a un patrimonio culturale vastissimo, a volte prezioso ma semplificato e shakerato in salsa new-age.

L’ Accademia che si sente minata nella sua credibilità presso i pazienti, si arrocca in posizioni scientiste spesso senza studiare a fondo le istanze dei medici ribelli e dei pazienti e derubricando tutti a santoni assetati di soldi. Questo atteggiamento poco scientifico da parte degli scienziati diventa anch’esso un credo e spesso esita in un grave errore di metodo; forse errore inevitabile dato che il mestiere del medico è faticoso in tutto il mondo scientifico occidentale, gravato da un iperlavoro e da una iperproduttività che non aiuta l’approfondimento di temi non strettamente necessari, anzi non consente di approfondire niente che esuli dalle linee guida. Fin qui lo sappiamo ma come ci possiamo orientare?

Quando un intellettuale è smarrito, in genere cerca rifugio nella Storia per capire il presente. In Medicina questo non accade mai, la Storia della Medicina non solo è negletta negli studi ma troppo spesso tutto ciò che è accaduto più tardi di ieri, è considerato un indistinto passato remoto di nessuna utilità pratica, buono per ridere di quanto ascientifici fossero i malcapitati colleghi. Questo è il secondo errore che si potrebbe definire antropologico, infatti analizzando il passato sarebbero evidenti le soluzioni per molti dei problemi che pone la modernità; per fare un esempio utilizzare il plasma dei guariti o degli stessi ammalati è una pratica antica di semplice applicazione, che si utilizzava nella medicina tropicale un secolo fa e, andando ancora più indietro nel tempo, i medici che andavano a visitare gli appestati portavano sempre con loro una candela e un gatto, ignobile superstizione si direbbe oggi ma il gatto allontanava davvero i topi portatori delle pulci che trasmettevano il contagio e pensandoci bene, forse anche la candela davanti alla bocca può avere un suo perchè.

Se allarghiamo lo sguardo alla sanità in generale, si osserva che è sempre esistita una Medicina popolare portatrice di un saper fare e di una esperienza collettiva che si è contesa con i “medici veri” la popolazione malata; non solo fattucchiere ma anche veri e propri incaricati di pratiche non considerate degne dei medici. I chirurghi un tempo facevano parte di questa categoria e nel 1566 all’Università di Parigi decise che mai si sarebbe dovuta praticare la chirurgia né si sarebbero dovuti utilizzare composti chimici. La chimica fu introdotta da Galeno, cresciuto fra i minatori, ma accettata solo dopo un secolo di battaglie. Gli stessi Ordini dei Medici nascono per affermare cosa sia o non sia a buon diritto medicina. La storia ci insegna anche che le più grandi rivoluzioni mediche non sono state fatte da panel di scienziati ma da singoli pensatori che hanno osservato qualcosa nella loro personale pratica e che hanno combattuto spesso derisi da tutti i colleghi.

È celebre l’esempio di Fleming che fu schernito per un decennio dai colleghi perché preparava brodaglie di batteri al posto di lavorare davvero ma, senza il suo intestardimento nell’andare fino in fondo a un fenomeno osservato, oggi non avremmo la penicillina. Lo stesso vale per John Snow che durante il colera di Londra dedusse con le sue sole osservazioni le modalità di trasmissione della malattia in un momento dove ancora la teoria dei germi non era riconosciuta. Ne deriva che la ricerca su casistiche enormi che non osserva il singolo evento con tutte le sue singole caratteristiche, rischia di perdere per strada la Scienza e quella “serendipità” che ti colpisce prima il cervello dell’occhio e che di solito è quella che cambia il corso della storia nelle Scienze.

Per Serendipity in ricerca si intende una osservazione casuale fatta mentre stai cercando altro che consente di scoprire cose interessanti, ma la premessa perché ci sia, è che qualcuno stia osservando e che non abbia pregiudizi su cosa si debba osservare e cosa no. C’è poi il dubbio, il dubbio che quello che hai imparato non basti a spiegare tutto, che è il principale alleato del vero scienziato. Un altro grande insegnamento della storia della medicina è che si sbaglia, il medico è continuamente di fronte all’errore perché si occupa della macchina più complessa ma soprattutto perché anche le incertezze o le mancanze altrui in Medicina diventano errore. Il famosissimo chirurgo Parè non dormì tutta la notte dopo una battaglia, sapendo di non aver potuto garantire a tutti i suoi pazienti il trattamento corretto delle ferite e avendo dovuto inventarsi un altro trattamento sul momento per mancanza di materiali. Al mattino successivo i più fortunati erano stati gli esclusi che diventarono i primi ad avere provato una tecnica rivoluzionaria nella medicazione chirurgica delle ferite da archibugio.

Questo insegnamento è che dall’errore si può e si deve imparare. Veniamo ad un altro aspetto uguale ieri ed oggi: l’industria conta. Durante la sifilide del 1500 la famiglia Fugger, che importava in esclusiva il miracoloso legno di guaiaco dal Sudamerica, divenne potentissima e ricchissima e per molto tempo fu impossibile per i medici opporsi a questo uso sebbene evidentemente inefficace. Per consolidare il loro impero commerciale il legno veniva elargito agli ospedali e ai centri di cura e sistematicamente venivano ostacolati i detrattori, anche sul piano accademico e sociale, perché l’industria non ha alcun interesse a innovare, ieri come oggi. Riassumiamo dunque questi concetti importantissimi per capire la modernità: il dubbio di oggi è la Scienza di domani. La scienza in generale, quella medica in particolare, progrediscono da singoli soggetti che osservano singole situazioni ed è assodato che i gruppi di ricerca più piccoli sono più efficaci nell’innovazione dei gruppi di ricerca più grandi. Non sempre l’errore è un errore se diventa esperienza. L’industria conta.

Torniamo alla Scienza medica e all’oggi; dopo un secolo di enormi innovazioni mediche siamo in una situazione dove all’enorme possibilità di trattamento delle malattie gravi corrisponde una scarsa o scarsissima attenzione alle malattie non mortali, un numero enorme di farmaci vengono prescritti per prevenire possibili malattie mortali e si fa poco per prevenire le sofferenze non mortali o lentamente mortali, oggi come ieri. Interi settori della medicina sono stati abbandonati dai medici e delegati agli operatori sanitari e vengono prescritti farmaci in quantità che non sono sicure per nessun paziente e, al momento, si stima che la quarta causa di morte in occidente siano le terapie farmacologiche tra errori ed effetti collaterali.

La dietologia è stata derubricata a complemento per le tisane dimagranti invece di essere il più importante alleato del medico e del paziente. Tutto questo mentre nel mainstream medici titolati raccomandano genericamente di bere tanta acqua e mangiare tanta frutta e verdura. Aumentano i costi per mantenere in vita i malati più gravi che fortunatamente muoiono di meno ma aumentano anche i costi di gestione di quelle patologie della vita quotidiana di cui i medici non si occupano più ma che i pazienti notano molto bene e per le quali richiedono esami diagnostici, farmaci e interventi chirurgici. Faccio un esempio pratico: quando mai si è sentito dire dal proprio medico in una situazione di dolore osteoarticolare: smetti di mangiare per due giorni? Eppure sappiamo bene che il digiuno, o quantomeno la restrizione calorica, è un eccellente modo per attivare la capacità di autoguarigione del corpo, promuovere la secrezione di antidolorifici endogeni ed è molto efficace nel dolore cronico. E d’altra parte chi smetterebbe di mangiare?

Dal dottore ci si aspetta una pasticca non un consiglio, al punto che il dottore non si sente abbastanza dottore se non prescrive una pasticca e i consigli si riducono spesso a banalità così percepite da chi le dice e da chi le ascolta. La ricerca intanto va per la sua strada. Orde di ricercatori pellegrinano da un Phd all’altro, da un’Università all’altra, passano più tempo ai convegni in località di lusso che in laboratorio, producono articoli evitabili, si fanno finanziare e finanziano, succedono scandali che tutti fanno finta di non vedere. È recente in Italia l’esempio della terapia del dolore in oncologia, con il referente nazionale per le linee guida al soldo delle ditte per confezionare studi fasulli finito in carcere, ma si ricorda un caso ancor più clamoroso in Giappone di un ricercatore che ha fatto così tanti studi falsi sull’osteoporosi e su farmaci peraltro utilizzatissimi, da avere inquinato per un decennio tutti gli studi di tutti gli altri ricercatori. Ovviamente era invitatissimo a tutti i congressi.

Fortunatamente siamo in Italia che è il paese dove la cultura medica è nata e dove si è sviluppata al meglio e ancora oggi, nonostante tutto, i nostri medici sono l’elite del mondo. Le prime grandi università nate in Italia sono specchio di una concezione non dogmatica delle Scienze, i primi ospedali pubblici, la prima sanità pubblica e, vale la pena ricordare oggi, che l’unità sanitaria in Italia ha preceduto di diversi secoli l’unità politica. Questo proprio in risposta alle epidemie e alla necessità che si aveva in un’Italia disunita con persone provenienti da tutto il mondo di darsi regole comuni di circolazione e di diagnostica delle patologie. In Italia il medico è un funzionario dello Stato perché la salute è un diritto costituzionale ma anche perché lo Stato funziona meglio se i suoi cittadini sono in salute e se ci si prende cura anche delle famiglie dove arriva una malattia, rendendole autonome.

Abbiamo sancito che non ci devono essere interessi privati perché il cuore della nazione è che il malato si cura ed è uno dei cosiddetti “nostri valori” che ci affanniamo tanto a difendere e che possiamo insegnare al mondo. La domanda che pongo a ciascuno che si sente di pensare è: qual è il ruolo dell’intellettuale nella medicina? Si può scegliere: si può scegliere di diventare megafoni del mainstream o di valorizzare le singole esperienze che portano ad un progresso, si può credere al primato dello Stato e della salute pubblica o a quello del privato e dell’Industria, tutto si può fare tranne che astenersi e demandare ad altri, a chi lo sa o lo dovrebbe sapere, le grandi scelte. Nella medicina infatti spesso ci viene richiesto di rinunciare collettivamente ad una visione critica ma abbracciare con lo sguardo una materia così grande è impossibile anche per il medico più bravo. Astenersi è un errore, l’ennesimo di una scienza vittima della credenza nelle sue stesse capacità.

Questa discussione è qui sul tavolo anche oggi, si ripete di fronte ad ogni Panzironi che, dietro parole altisonanti fa educazione alimentare più di tanti medici peraltro senza grosse differenze di metodo, si ripete di fronte ad ogni dibattito sui vaccini, e ancora di più si ripete di fronte a questa tragedia che non stiamo affrontando con gli strumenti più importanti che ci fornisce la tradizione cioè sanatori e lazzaretti. Queste parole che sembrano brutte sono da usare perché salvano vite, la loro struttura si è affinata nei secoli per distinguere i sospetti, gli infetti, i guariti forse ancora contagiosi, per disciplinare il sistema fognario infetto e gli effetti personali dei malati; lì da secoli si era intuito che con tanti malati aumenta anche l’infettività dell’aria (che sembra il dibattito odierno tra trasmissione del virus droplets o airborne).

Ancora oggi questi concetti sono gli stessi e anche alcuni farmaci come l’idrossiclorochina che deriva da quella China che cura la malaria del 1600, erede del guaiaco ma importata dai gesuiti ed evidentemente ancora oggi efficace. Questa discussione è il convitato di pietra di tutti i dibattiti sulle Scienze soprattutto quelle mediche e nessun Burioni è talmente scienziato da poter scagliare la prima pietra.

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