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Roberto Burioni non ha sempre ragione

Di Piero Luigi Sevolta
Pubblicato il 25 Feb. 2020 alle 14:01 Aggiornato il 26 Feb. 2020 alle 11:37
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Immagine di copertina

Nessuna pretesa di convalidazione scientifica in queste righe, sia chiaro. Lasciamo la scienza a chi la pratica e non a chi la impugna a piacimento come una bandierina per dimostrare militanza in questo o in quell’altro schieramento intorno alla barricata del Coronavirus.

Il leit-motiv di Roberto Burioni, a proposito, è sempre stato “la scienza non è democratica” e questo, più che sottolineare la sua impermeabilità al volere del popolo, vorrebbe descrivere la natura intrinseca dell’oggetto in questione: la scienza si impone, è un dato di fatto ed è univoca.

Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, tuttavia, è qualcosa che sovverte completamente l’assioma. La scienza non sembra più una certezza ma una questione di appartenenza, se non di fede, a una fazione.

Gli scienziati allarmisti e gli scienziati ottimisti. I primi, a detta dei secondi, buttano benzina sul fuoco rischiando di esacerbare i comportamenti legati alla psicosi. I secondi, per i primi, favorirebbero il allentamento delle maglie di sicurezza rischiando così di aggravare gli effetti del contagio. Chi ha ragione dei due?

Se la scienza non è democratica, uno solo. Ma se la scienza non è democratica, perché non sono tutti d’accordo? Roberto Burioni è il principe degli allarmisti a mezzo social e tv. Spieghiamo meglio.

Per la Treccani, è allarmista sia chi tende ad allarmarsi, sia chi diffonde notizie allarmanti. La parola in tempi come questo assume sfumature prettamente negative ma non è questo il caso di Burioni, che certo non diffonde notizie allarmanti per generare allarme ma perché ritiene, in assoluto, che le notizie lo siano di per sé.

Le diffonde sui social, le esprime in TV in prima serata, le impugna per schernire i colleghi che, in maniera altrettanto dogmatica, non la pensano come lui. Continua a scrivere “Avevo ragione io” con una petulanza che risulta fastidiosa, nonostante la sua apparizione da Fazio lo veda spesso confuso, con lo stesso Fazio che lo corregge più volte (per dire, ha detto che chi pensa di avere il Coronavirus deve andare dal medico, cosa da non fare assolutamente).

Ma qui c’è il primo intoppo: perché superare il confine tra dissenso e sberleffo? Perché farlo con il livore che Burioni ha riservato (cancellando poco dopo, ma non scusandosi mai) a Maria Rita Gismondo, la ‘signora del Sacco’ ma solo perché ‘signora sostituisce un altro epiteto che mi stava frullando nelle dita’ come lui stesso ha scritto?

Entrambi hanno le stesse specializzazioni, Microbiologia e Virologia, ma mentre il primo le insegna all’Università del San Raffaele, la seconda ‘le dirige’ presso la struttura complessa dell’Ospedale Luigi Sacco. Uno divulga, l’altra passa le notti a esaminare provette e a fare altro di cui il popolo sa poco e niente.

Se non fosse per un dato sbagliato pubblicato dalla Gismondo, e poi subito rettificato, si direbbe che Burioni abbia la necessità di alimentare il suo status quo. Perché è innegabile che sull’autorevolezza costruita a suon di tweet e ospitate da Fazio il virologo abbia costruito il suo successo mediatico ed editoriale, e non sembra disposto a perderlo.

Lo coltiva a suon di retweet delle sue apparizioni televisive, con i meme di Spinoza che lo ritraggono, con le esternazioni di chi lo idolatra o gli da ragione. “Blastando” utenti in un modo simpatico, qualche volta, in maniera gratuita molte altre.

E urge ricordare, a questo punto, che non stiamo cercando di determinare se Burioni abbia effettivamente ragione o meno. Stiamo, però, valutando una maniera di comunicare che presta il fianco a diverse critiche.

La seconda infatti è che non siamo in tempo di pace, nella percezione comune. Non stiamo attraversando la regolare influenza stagionale dove prendersi gioco degli anti-vaccinisti è divertente e la mortalità da complicazioni, psicologicamente, non preoccupa nessuno.

Siamo invece sottoposti a un contagio da virus esotico che, come la letteratura cinematografica e non solo dimostrano, rende le persone estremamente suscettibili a ogni forma di psicosi. E durante il quale le parole e i concetti, anche se veri, andrebbero misurati. Il dato certo è che l’ottimismo non genera like.

Ilaria Capua e la stessa Maria Rita Gismondo, fanno parte dei virologi che usano la scienza per stemperare, perché sono convinte che questo virus non sia molto più pericoloso di una normale influenza e per non allarmare, per evitare che i supermercati vengano presi d’assalto e che saltino le norme della convivenza sociale. Tante interviste, poche interazioni con i social network.

Nelle ultime 24 ore Ilaria Capua ha twittato 8 volte, Roberto Burioni 36. Maria Rita Gismondo non scrive nulla dall’altro ieri.

Con questo non bisogna concludere che Roberto Burioni cavalchi l’allarmismo, perché sarebbe stupido da parte nostra crederlo e da parte sua farlo, ma è impossibile non affermare che se la scienza, come sembrerebbe, è più democratica di quanto dovrebbe essere, sarebbe meglio non usarla come un guanto di sfida da sbattere in faccia al rivale a mezzo stampa ma, molto più prudentemente, cercare di trovare un fronte unito per fare in modo che la sua divulgazione, in qualsiasi direzione vada, non prenda quella disastrosa della confusione che genera catastrofismo.

Noi cerchiamo sicurezza e conforto negli scienziati, se uno scienziato si mette a litigare con altri scienziati su Twitter come un utente con la bandierina qualunque anziché alzare il telefono e cercare un fronte comune con i suoi colleghi (COLLEGHI, non “le signore del Sacco”), la scienza smette di fare il suo dovere, il dovere di essere un riferimento serio e autorevole.

Per questo speriamo che Burioni tra un’ospitata, un retweet di complimenti a se stesso, uno sberleffo alle colleghe, un ennesimo “avevo ragione io”, contragga il virus della misura e di quel buonsenso che forse ultimamente ha perso un po’, vittima pure lui della follia generale.

E sì, speriamo che succeda, anche se gli dovesse far perdere qualche like.

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