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“I lavaggi del cervello e quei weekend nel castello incantato, ma delle orge ho solo sentito parlare”: testimone racconta a TPI la (presunta) psicosetta di Novara

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 29 Lug. 2020 alle 15:19 Aggiornato il 29 Lug. 2020 alle 15:39
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Immagine di copertina

Lavaggi del cervello nella presunta psicosetta di Novara: il racconto

K. ha 34 anni, ne sono passati cinque da quando è entrata per la prima volta nella palestra “Magica” di Milano, convinta dal suo capo a frequentare un corso di “spada celtica”. Era il 2015, l’uomo diceva di volerla aiutare perché stava attraversando un periodo difficile. “Avevo perso tutto“, racconta K. a TPI. Il ragazzo, gli amici, la fiducia in se stessa. Così, a 29 anni, ha varcato la soglia della palestra, dove all’inizio tutto sembrava tranquillo. Ha fatto un colloquio con un uomo di cui non ha mai scoperto il vero nome. Si faceva chiamare “Ben Gabalach”, uno pseudonimo di ispirazione celtica, o “Messere”. Secondo K., il mondo che ruotava intorno a quel corso sarebbe lo stesso al centro dell’inchiesta sulla presunta psicosetta di Novara. Stando alla prima ricostruzione, a cui è giunta la questura di Novara dopo due anni di indagini scaturite dalla denuncia di una testimone – che ha raccontato le violenze sessuali subite da quando aveva otto anni fino a quando è uscita dal gruppo, 16 anni dopo – gli “adepti” del gruppo sarebbero stati “ridotti a schiavi sessuali” con la complicità di professionisti della psicologia dopo aver frequentato corsi di danza. L’ipotesi è che tra le vittime, “almeno fino al 2010”, ci fossero diverse minorenni, al soldo di un 77enne accusato di associazione a delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù.

K. non ha mai assistito a torture o violenze su minori, e nemmeno ai riti orgiastici di cui si parla da quando la supertestimone della vicenda ha denunciato gli abusi subiti quando era bambina. Ma ha sentito parlare di feste a sfondo sessuale poco prima di abbandonare la “tribù”. Molti elementi della sua storia combaciano con quanto emerso in questi giorni sulle dinamiche della setta di Novara, che secondo gli inquirenti aveva diramazioni tra il Piemonte e la Lombardia. K è convinta di essersi accorta in tempo di essere stata vittima di un tentativo di manipolazione e che, se fosse rimasta, sarebbe arrivata a partecipare a feste orgiastiche. Ma il percorso da intraprendere all’interno della tribù per raggiungere il grado più alto di coinvolgimento, le orge, era lento e articolato, comportava anni di prove e “lavaggi del cervello”, di cui il corso di spada celtica rappresentava solo il primo step. K. lo ha frequentato nel 2015. “Gli altri mi sembravano disadattati, ma innocui. Erano dolci e mi ci sono affezionata. Dopo il corso si andava sempre a mangiare qualcosa insieme, a me faceva bene perché in quel periodo ero molto sola”. Con il tempo K. ha scoperto che solo tre di loro erano nuovi studenti come lei, gli altri quattro – due donne e due uomini – erano lì per osservarle. “Lo facciamo da 15anni, affianchiamo i maestri per farvi da mentori”, le avevano spiegato.

“All’epoca non risultò un problema, anche se mi sembrava strano”. Ma le stranezze erano solo iniziate. “Ognuna di noi aveva una madrina, io avevo la mia. Ci parlavano di segreti che man mano venivano svelati, così ogni volta ti sentivi privilegiata a ‘vedere’ qualcosa in più”. Si trattava di posti “magici”, simili ai racconti circolati nell’ultima settimana sui luoghi in cui il “Dottore” di Novara avrebbe organizzato i suoi festini, a cui si accedeva tramite botole segrete, come nelle migliori fiabe. Per K. visitare il “Biroldo” di Vigevano, una tenuta di campagna che “sembrava la casa di un hobbit”, è stato uno shock. “Una casa incantevole con un salone enorme e dei sotterranei. C’era un laghetto con le carpe e una grossa palestra, un orto, un frutteto, e un grande lago con una casa sull’albero”, racconta K. Recarsi lì di tanto in tanto era “bellissimo”. “Si cenava, si stava insieme, il Messere suonava. Io pensavo di essere fortunata perché senza di loro non avrei mai scoperto un luogo simile”.

Prima di mostrare al gruppo il luogo successivo, il “Messere” chiedeva alle madrine se le ragazze fossero pronte. “Sono pronte le ragazze, glielo facciamo vedere?“, domandava Ben. “Sì, sono pronte”, rispondevano i maestri. E si passava al nuovo segreto. “Sempre nel Biroldo di Vigevano ci hanno mostrato una sorta di giardino dissestato, c’era una salita con delle siepi e degli arbusti che coprivano una porta. La porta conduceva a una grotta, costruita con lamiere ricoperte di terra. Nessuno se ne sarebbe mai accorto se non ce l’avessero mostrata. Se chiedevamo a cosa serviva, rispondevano che le domande rovinavano la magia. All’epoca non succedeva nulla di pericoloso, ci mettevamo a cantare, c’erano le lucciole, le stelle: in quei momenti pensavo davvero ci fosse magia”. Poi, al secondo anno di corso, la magia lentamente iniziò a svanire.

“Mi sono ritrovata in un corso con trenta persone che non si chiamava più spada celtica. Era una specie di corso di meditazione, ci avevano detto che eravamo state ritenute idonee a far parte della tribù, insieme a gente che era lì da sempre. Ogni gruppo della tribù faceva parte di un luogo segreto che doveva proteggere e curare, il mio era il Biroldo. Poi c’era anche il Falcarosio e il Volpedo, in Liguria, una maxi villa dove andavano le ballerine per “stage”. Noi ci recavamo a Vigevano quasi ogni week end. Avevamo dei compiti: curare l’orto, pulire la casa, per me era un modo di non pensare ai miei problemi. Poi si pranzava insieme e nel pomeriggio si svolgevano attività: spada, meditazione, canti. La sera si dormiva tutti  in palestra”. K. aveva pagato 500 euro per l’intero anno di corso, ma ogni mese doveva fare una donazione per la manutenzione dei luoghi. “Avevamo il dovere di curarli, ti spingevano a farlo”, racconta.

K. ha iniziato ad avvertire che qualcosa non andava nel modo in cui i suoi compagni ragionavano. “Una delle “madrine” mi diceva che non dovevo stare male se il mio ex aveva un’altra donna, perché gli uomini  si condividono, era naturale e dovevo accettarlo. Una volta hanno obbligato una coppia a lasciarsi. Lei aveva accettato, me lo raccontava con le lacrime agli occhi, ma pensava fosse giusto così”. Poi nei corsi di meditazione il lavaggio del cervello, in cui i “mentori” spingevano gli studenti a credere che il mondo fosse ingiusto e sbagliato, che bisognava separarsi dalla propria famiglia, ripudiare i genitori. “L’unico genitore buono è il genitore morto“, dicevano. “Meglio staccare i ponti”. Come riportato in uno dei libri che erano costretti a leggere, “il viaggiatore turchino”, che viaggiava nel mondo interrompendo ogni rapporto con la famiglia d’origine. K. ricorda anche altri libri, sempre della stessa casa editrice al centro dell’inchiesta, “Edizioni della Terra di Mezzo”.

“Le storie erano tutte uguali: ragazze che facevano l’università, che decidevano di lasciare il compagno perché il mondo non era soddisfacente, e incontravano figure femminili che le portavano nel mondo incantato del sacro femminile, dove gli uomini degni di entrare dentro di loro erano pochissimi. In un libro c’era questa ragazza che mollava tutto per darsi al sacro spirituale insieme a una ragazzina polinesiana con cui condividevano il giardiniere e l’autista. Era questo l’indottrinamento. Non c’era persona a cui questi libri non piacessero, tranne me. E io pensavo, è impossibile”.

Il gruppo spingeva i membri ad abbracciare solo il mondo riprodotto dalla tribù, tra pratiche meditative di ispirazione celtica che però erano “un put pourri di roba”, letture, “cene sociali nelle case extra lusso dei membri più abbienti”, acquisti di prodotti di erboristeria e gite nei luoghi incantati. Tra questi anche un “castello” al confine tra Piemonte e Svizzera, che chiamavano “Castel Porcino“, a più di due ore di macchina da Milano. “Ci sono andata con la mia madrina e il suo compagno. Siamo saliti a piedi lungo dei tornanti. Siamo entrati nel bosco. Mi hanno detto di entrare e seguire i sentieri, io ho seguito il corso d’acqua e mi sono ritrovava davanti un arco di pietra. Ho alzato lo sguardo: dietro c’era un castello”, racconta K. ancora esterrefatta. “Era piccolino, una sorta di ex baita. Apparteneva a contrabbandieri che trafficavano sigarette. Loro non so come l’avevano trasformata in un castello di pietra, per farci stare le solite 40 persone. Non c’era luce, solo un camino e tante candele, e le solite decorazioni allucinanti da fantasy. Al secondo piano c’era una botola e attraverso una scala si giungeva a una palestra per dormire, attraverso un’altra botola si saliva sulla torre. C’erano le saune dove si accedeva nudi. Questo posto è tuo, tienilo segreto”, diceva la madrina.

Nella setta c’erano psicologhe che facevano tutte parte della stessa associazione, una di queste era la titolare della bottega dove si andavano ad acquistare oggetti di artigianato, una “leader” della palestra. Come lei, racconta K, almeno altre tre figure simili, tra cui una sessuologa. “Se avevi bisogno di qualcosa potevi anche non andare all’esterno perché all’interno c’erano tante professionalità, anche architetti, ingegneri, o medici”. Ma a K. non interessava più. All’inizio del terzo anno, il “Messere” sgridò e minacciò 60 persone perché qualcuno tra loro aveva parlato male di uno degli insegnanti. “Se voi permettete che queste cose accadano, non siete in grado di proteggerci, avete fatto entrare demoni, allora io chiudo e me ne vado e voglio vedere quanto ci mettete a tornare zombie”, disse loro Ben. In quel momento K. capì che era un manipolatore perché “le persone stavano male per quello che aveva detto, erano terrorizzate e tremavano, alcuni volevano ammazzarsi”. Così, tramite alcune conoscenze, entrò in contatto con una donna che aveva lasciato la tribù anni prima per decidere se mollare tutto.

“Mi parlò di un battesimo a cui si arrivava dopo anni di preparazione, che veniva eseguito dalle madrine, e dell’inserimento in feste rituali orgiastiche. Io pensavo che la manipolazione fosse un modo per creare un circolo di gente che investiva soldi, perché alcuni erano troppo ricchi, invece era indirizzata anche alle feste. In cui molte donne condividevano pochi uomini, come fossero baccanti”, racconta K. Ai riti si arrivava già “preparate” psicologicamente, in una situazione in cui si faceva di tutto pur di appartenere alla tribù, e in cui adeguarsi risultava naturale. “Facevi cose che credevi fossero giuste, che dopo tre anni diventavano normali, se volevi essere uno di loro dovevi farle. E per molte persone uscire da quel posto significava morire”.

Dopo aver letto le notizie sulla presunta psicosetta che adescava bambine a Novara, K. si è chiesta se quei corsi di danza per bambini non fossero veicolo degli stessi lavaggi del cervello subiti dagli adulti. Sapeva che di minorenni nella palestra ne circolavano tanti, spesso condotti dalle proprie madri, come nel caso della testimone sentita dalla Questura di Novara, che ha dato il via alle indagini. K. di quel periodo non conserva nulla, perché girare video, scattare foto o usare il cellulare era vietato, ma è sicura di aver sentito parlare più volte di Fulvio Martini, colui che sarebbe il socio del 77enne accusato di gestire tutto. Martini sarebbe l’erborista che gestiva una delle boutique dove gli studenti erano indirizzati ad acquistare prodotti. “Il Messere mi aveva prestato un libro con i dipinti di Fluvio Martini contro la società dicendomi che mi sarebbero piaciuti. Era invischiato con tutto”, racconta ancora K., e conclude: “Non so cosa facessero alle minorenni, o se ci fossero riti che erano torture, ma bisognerebbe capire se le persone coinvolte ora stanno bene, perché erano troppo fragili. Forse per loro il sistema andava bene perché era l’unico modo per sopravvivere e sopportare la propria vita. Senza si sarebbero ammazzate”.

K. ha assistito a dinamiche spiazzanti, e tutto nel suo racconto lascia pensare all’esistenza di una vera e propria setta, in cui la manipolazione psicologica dei propri membri era uno dei tratti distintivi. Eppure, per quanto la testimonianza della giovane risulti inquietante, in essa non compaiono i reati contestati all’organizzazione di Novara: K. non ha assistito a violenze sessuali o ad altri tipi di violenze, né su adulti, né su minori. Per questo si spera che la delicata indagine che la procura di Torino sta coordinando, sia accurata abbastanza da stabilire in modo chiaro l’esistenza di effettive responsabilità rispetto a reati così gravi come la violenza sessuale ai danni di minorenni.

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