Il mistero del naufragio della Nuova Iside: la ricostruzione completa del caso

Il peschereccio è affondato al largo della Sicilia la notte tra il 12 e 13 maggio, uccidendo tre uomini della stessa famiglia. Sotto inchiesta è finita la petroliera "Vulcanello", che avrebbe incrociato la rotta dell'inmbarcazione causandone l’affondamento

Di Anna Ditta
Pubblicato il 5 Ago. 2020 alle 16:21 Aggiornato il 5 Ago. 2020 alle 16:29
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Immagine di copertina
Il relitto del peschereccio Nuova Iside a 1400 metri di profondità, in un frame del video pubblicato sul profilo twitter della Marina Militare, il 20 giugno 2020.

È un mistero ancora da chiarire il naufragio del peschereccio Nuova Iside di Terrasini avvenuto nella notte tra il 12 e il 13 maggio al largo di San Vito Lo Capo, nella Sicilia nordoccidentale. L’equipaggio era composto da tre uomini: Matteo Lo Iacono, 53 anni, il figlio 27enne Vito e il cugino Giuseppe Lo Iacono, 33 anni. Il mare ha restituito i corpi di Matteo e Giuseppe, mentre si pensa che il cadavere di Vito, sia rimasto intrappolato all’interno del relitto, rinvenuto a giugno dalle navi della Marina militare in un’area a circa 30 miglia a nord di Palermo, a quasi 1400 metri di profondità.

Sulla vicenda sta indagando la Procura di Palermo, che ha iscritto nel registro degli indagati quattro persone legate alla petroliera “Vulcanello”, che secondo la ricostruzione dei magistrati avrebbe incrociato la rotta del peschereccio causandone l’affondamento e proseguendo la sua rotta senza prestare soccorso. Secondo quanto emerso negli ultimi giorni, la petroliera sarebbe stata riverniciata tra il 21 e il 27 maggio, una decina di giorni dopo la scomparsa del peschereccio, forse per coprire le tracce dello speronamento.

Il naufragio

La notte tra il 12 e il 13 maggio il peschereccio Nuova Iside con a bordo i tre uomini era partito da qualche ora da Terrasini, in provincia di Palermo, per una battuta di pesca quando inviò un may-day alla Capitaneria di porto. L’ultima comunicazione dell’equipaggio con i familiari era avvenuta la sera del 12, quando avevano inviato su Whatsapp la posizione in cui si trovava l’imbarcazione, al largo di San Vito Lo Capo. Il peschereccio era stato acquistato due anni fa e quindi era in ottime condizioni.

Ad avanzare l’ipotesi di uno speronamento sono state inizialmente le famiglie delle vittime. “Dalle informazioni in nostro possesso non escludiamo che il peschereccio possa essere stato speronato da un altro natante”, aveva dichiarato l’avvocato dei familiari Aldo Ruffino (qui la sua intervista a TPI). “Alle 21.45 di martedì (il 12 maggio, ndr) il peschereccio inviò un segnale alla capitaneria attraverso il Blue Box”, è la sua ricostruzione, “il successivo sarebbe dovuto partire due ore dopo, alle 23.45, ma così non è stato. Fra l’altro, alle 22 Giuseppe Lo Iacono ha sentito telefonicamente la famiglia e non sembrava preoccupato“.

I tre marinai ricevettero messaggi su Whatsapp fino alle 22 circa, come si evince dalla doppia spunta che invece manca nei messaggi delle 00.13. Quella sera “le condizioni meteo non erano avverse e comunque non c’erano i presupposti per fare affondare un peschereccio lungo 16 metri. La situazione peggiorerà solo alle 7 del mattino di mercoledì”.

Le vittime e il ritrovamento del relitto

I tre pescatori – padre, figlio e cugino – vivevano a Terrasini. Il corpo di Giuseppe Lo Iacono, 33 anni, è stato recuperato il 14 maggio; quello di Matteo Lo Iacono, 53 anni, è stato avvistato due giorni dopo da un traghetto in viaggio sulla tratta Ustica- Palermo, a circa 14 miglia a nord di Capo Gallo. Vito Lo Iacono, il comandante 27enne, resta ancora oggi disperso e il suo cadavere potrebbe trovarsi intrappolato nel peschereccio rinvenuto sul fondo del mare. Il relitto è stato ritrovato il 19 giugno dalla Marina Militare a 1360 metri di profondità, a 30 miglia dalla costa palermitana, grazie all’impiego dei sensori della nave e di un veicolo filoguidato del Comando Subacquei e Incursori (Comsubin) in un’operazione svolta col supporto della Guardia costiera.

A chiedere il recupero del relitto per dare una degna sepoltura al corpo di Vito Lo Iacono e per accertare quanto accaduto sono Rosalba Cracchiolo, madre di Vito e moglie di Matteo Lo Iacono, Giovanna Leone, compagna di Vito, e Cristina Alaimo, moglie di Giuseppe Lo Iacono e madre dei suoi figli.

All’inizio di luglio la ministra Elena Bonetti ha incontrato le famiglie dei pescatori a Terrasini, e ha assicurato “rinnovato impegno” delle autorità per ritrovare il corpo di Vito. Ma finora l’operazione di recupero non è ancora iniziata. “Abbiamo chiesto più volte allo Stato che venga recuperato il peschereccio dove all’interno si potrebbe trovare il mio Vito”, ha detto Giovanna Leone in un’intervista pubblicata oggi su Repubblica. “Non abbiamo ancora ricevuto una risposta che crediamo di meritare. Perciò non ci fermeremo”.

Le indagini

A indagare sul presunto speronamento è la procura della Repubblica di Palermo, con il sostituto Vincenzo Amico coordinato dal procuratore aggiunto Ennio Petrigni. Il 10 giugno scorso il pm dispone il sequestro della scatola nera della nave cargo Vulcanello – della società armatrice Augustadue, gruppo Mednav – che la notte del 12 maggio incrociava la stessa rotta della Nuova Iside. Cinque giorni dopo, la procura dispone il sequestro della petroliera, ormeggiata nel porto di Augusta (Siracusa), per effettuare un accertamento irripetibile sullo scafo della nave e capire se abbia o meno speronato il peschereccio nuova Iside.

La procura sta indagando, con l’accusa di naufragio, omicidio colposo e omesso soccorso, il comandante della Vulcanello Gioacchino Costagliola, napoletano di 45 anni e i due ufficiali di plancia in servizio sulla nave, Giuseppe Caratozzolo, calabrese di 26 anni, terzo ufficiale di coperta e Mihai Jorascu, 53 anni, timoniere rumeno. Risulta indagato anche l’armatore della società Augustadue Raffaele Brullo, 74 anni della provincia di Catanzaro, cui i pm contestano la frode processuale perché avrebbe “disposto” la pitturazione dello scafo” aiutando gli indagati ad eludere le indagini.

A pesare sulla situazione degli indagati è infatti la rivelazione – emersa negli ultimi giorni – che la petroliera Vulcanello sarebbe stata riverniciata tra il 21 e il 27 maggio, una decina di giorni dopo la scomparsa del peschereccio. Per questo motivo, i pm di Palermo hanno chiesto e ottenuto dal gip Piergiorgio Morosini un incidente probatorio per “accertamenti tecnici fondamentali”, volto a determinare lo stato “dello scafo all’epoca dei fatti, della natura dei segni riportati dallo scafo e occultati dallo strato di vernice sovrapposto e della loro compatibilità con impatto e abbordaggio del peschereccio Nuova Iside”.

Ora il perito nominato dal gip dovrà accertare “previa rimozione dello strato di vernice sovrapposto, lo stato dell’opera morta dello scafo della petroliera Vulcanello M all’epoca della sommersione del peschereccio Nuova Iside, determinare la causa e la natura dei segni di strisciate visibili nelle riprese video eseguite il 21 maggio 2020 e occultati dallo strato di vernice sovrapposto e determinare la compatibilità di tali segni con l’impatto tra il petroliera e il peschereccio”.

Leggi anche: Caso Nuova Iside, l’avvocato dei familiari delle vittime a TPI: “Stato assente, gravi indizi sulla petroliera Vulcanello”

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