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“Camorristi? No, siamo lavoratori napoletani senza più un euro e in piazza urliamo la nostra rabbia”

Reportage da Napoli, dove migliaia di attivisti e lavoratori delle categorie meno protette hanno protestato contro le misure contenute nell'ultimo Dpcm del Governo

Di Donato De Sena
Pubblicato il 27 Ott. 2020 alle 11:26 Aggiornato il 27 Ott. 2020 alle 13:29
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Immagine di copertina
La manifestazione di protesta di ieri a Napoli. Credit: Donato De Sena

“Tu ci chiudi, tu ci paghi”, “Se ci chiudi devi pagare”, è il messaggio ripetuto come un mantra su striscioni e cartelli e rilanciato da megafoni e microfoni. In una Piazza Plebiscito blindata da forze dell’ordine in assetto antisommossa che ne controllano le vie d’accesso, alle ore 18 inizia una nuova protesta napoletana contro le ultime misure anti-Covid del governo. Davanti al Palazzo Reale si sono dati appuntamento migliaia di attivisti e lavoratori delle categorie meno protette. Piccoli commercianti, artigiani, ma soprattutto addetti del mondo dello spettacolo, della ristorazione, delle palestre. Nel mirino c’è il “lockdown mascherato” con chiusure parziali o totali, che gettano le persone nella più totale incertezza.

I bartender agitano loro rumorosi shaker, alcuni lavoratori in nero si presentano vestiti da fantasmi per sottolineare il loro essere invisibili in una crisi che fa sentire a rischio anche chi è riuscito a superare la fase dura della scorsa primavera. “Prima sostegno, poi lockdown” è lo slogan esposto da manifestanti seduti a terra. Intorno a un impianto audio con microfono si alternano rappresentanti dei vari settori per brevi interventi. Una tassista, un insegnante di musica, un’addetta al turismo, disoccupati. “Abbiamo bisogno di numeri che legittimino queste chiusure”, dice una maestra di danza. “Abbiamo rispettato distanziamento e altre misure. Perché noi chiudiamo e il calcio no?”.

Davanti alle telecamere si sfoga un’animatrice. “Siamo al collasso dopo 7 mesi”. La collega incalza: “Non abbiamo più soldi, ci hanno chiesto di usare segnaletica, disinfettante, termometro, e ora chiudono, chi ci rimborserà per queste spese?”. Non mancano gli imprenditori. Giovanni, del settore delle lavanderie industriali spiega: “Abbiamo sei dipendenti. Con la chiusura di ristoratori e albergatori, c’è un indotto da salvare. Senza di loro si blocca un sistema: se non ci pagano non possiamo pagare i fornitori e così via. La prima volta ci siamo aiutati tra imprenditori. La seconda volta questo sarà molto difficile”.

Racconta di essersi unito a manifestazioni di piazza per la prima volta in vita sua: “Ho veramente paura dopo 40 anni di imprenditoria di non vedere più il futuro né per la mia azienda, né per le altre aziende, né per i miei figli”. Verso le 19 parte la musica e viene acceso un fumogeno per un piccolo flash mob. Poco dopo i movimenti si avvicinano al blocco degli agenti verso via Cesario. L’obiettivo è la sede della Regione Campania. Pochi minuti d’attesa, la Polizia acconsente e il varco si apre: inizia il corteo verso via Santa Lucia. Stavolta però non c’è pericolo. La marcia senza tensioni e facinorosi arriva nello spazio di via Raffaele de Cesare. “Noi non siamo camorristi” è il coro che vuole sottolineare le distanze da episodi di violenza come quelli che si sono visti nei giorni scorsi.

Riprendono gli interventi, guidati tra gli altri da Nicola Alonzo, un animatore che aderisce al consorzio Animazioni Unite, tra i principali promotori del raduno. “Siamo stati i primi – dice – a scendere in piazza due venerdì fa, dopo aver appreso l’ennesima misura restrittiva da parte del governo locale e simbolicamente abbiamo lanciato a terra le chiavi delle nostre attività. Da lì con gli altri settori ci siamo organizzati per portare mobilitazione in diversi punti della città”. Come il governo nazionale c’è anche la Regione nel mirino della protesta. Nicola immagina un tavolo tecnico con l’ente e chiede lo stop di imposte e utenze. “Noi non vogliamo la sospensione degli F24, non vogliamo pagare tutti gli otto mesi in cui siamo stati fermi e tutti i mesi che verranno. Se noi non lavoriamo non possiamo permetterci il lusso di pagare le tasse”.

Ovviamente il problema è anche occupazionale. “Con lo scorso lockdown – dice – sono state chiuse 300 sale per feste, sale per eventi e agenzie di animazione. E ogni agenzia ha almeno 25 animatori”. Quando si conclude la manifestazione, gli organizzatori danno appuntamento anche per i giorni successivi, alle 18, ancora nei pressi della sede della Regione. “Questo è un luogo simbolo. È qui che ci giochiamo la partita. È qui che alberga il signor De Luca ed è qui che deve incontrarci per programmare i sussidi che deve necessariamente elargire”.

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