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Mistero sulla morte di un 40enne rom nel carcere di Rebibbia, la famiglia: “Sia fatta chiarezza”

Di Anna Ditta
Pubblicato il 26 Mag. 2020 alle 16:18 Aggiornato il 26 Mag. 2020 alle 18:33
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Immagine di copertina

Mistero sulla morte di un 40enne rom nel carcere di Rebibbia, la famiglia: “Sia fatta chiarezza”

È morto nel carcere romano di Rebibbia P. D., 40 anni, un uomo di etnia rom arrestato in Germania a dicembre 2019 ed estradato successivamente in Italia, dove stava scontando la sua condanna in carcere. Ma sulle dinamiche della morte, avvenuta il 3 aprile scorso, e considerata ufficialmente un suicidio, i familiari nutrono seri dubbi.

Nato in Romania, l’uomo ha lasciato la moglie e quattro figli. In base alla comunicazione della Asl, è morto per arresto cardiocircolatorio, dopo essersi impiccato con un lenzuolo legato alla grata della finestra del bagno. “Non penso che mio fratello si sia suicidato”, dice a TPI la sorella Ramona. “Siamo distrutti, perché non sappiamo neanche di cosa è morto, vogliamo sapere cosa è successo. Alcuni giorni prima di morire aveva ingoiato delle batterie. A maggior ragione dopo questo fatto doveva essere controllato, giorno e notte”.

Lo scorso 27 aprile l’avvocato torinese Basilio Foti, che rappresenta la famiglia, ha inviato un’istanza alla Procura di Roma per chiedere accertamenti su quanto accaduto. P. D. era diabetico, soffriva di apnee notturne di tipo OSAS, attacchi di panico ed era in “grave stato di prostrazione psichica“. Per questo, secondo i legali, necessitava “di continua sorveglianza e monitoraggio, nonché di terapie specifiche, sopratutto in relazione ai gesti autolesionistici posti in essere”.

P. D. era arrivato dalla Germania a Roma il primo febbraio. “Abbiamo avuto subito problemi a contattarlo, per due settimane non sapevamo neanche in che carcere fosse, non lo facevano telefonare”, racconta la sorella. La famiglia è riuscita a trovarlo solo dopo 15 giorni, grazie a un’avvocatessa romana. Una settimana dopo, la sorella dice di aver ricevuto una sua lettera: “Diceva che aveva problemi con alcuni altri detenuti, che era stato picchiato, che l’avevano trattato male. Chiedeva di essere trasferito”.

P. riesce ad avere un solo incontro con la madre in carcere, prima che i colloqui vengono interrotti a causa dell’emergenza Coronavirus. “In due mesi mio fratello ha potuto fare solo una telefonata con la moglie”, racconta Ramona. “Dicevano che era lui a non voler telefonare, ma non è possibile. Chiedeva tutti i giorni di parlare con la famiglia e con l’avvocato”.

Preoccupata per la mancanza di notizie e il momento di emergenza sanitaria, il 30 marzo la famiglia chiede – tramite l’avvocato – informazioni ufficiali alla Direzione della Casa Circondariale di Rebibbia. La risposta arriva il 2 aprile, il giorno prima alla morte di P.: l’uomo “è in discrete condizioni generali, apiretico e non presenta altri sintomi clinici che possano far sospettare un’infezione da Sars-Cov-2 ed attualmente non risulta in isolamento sanitario”. Inoltre, “è seguito e monitorato regolarmente dal servizio scrivente e dal DSM di questa Azienda Sanitaria per la sua patologia diabetica e psichiatrica con prescrizione di terapia farmacologica specifica”.

L’indomani, la Direzione del carcere comunica la morte del detenuto, avvenuta intorno alle 14,15. Il medico di guardia, come si legge nella comunicazione della Asl Roma 2, è stato chiamato d’urgenza nel reparto G12 pt. Al suo arrivo ha trovato “il detenuto steso in terra, la rianimazione cardiopolmonare già iniziata da circa 5 minuti dalle infermiere di reparto, applicato il defibrillatore”. Il medico rileva escoriazione superficiale a livello del collo. Dopo circa mezz’ora di tentata rianimazione, non resta che constatare il decesso “verosimilmente per arresto cardiocircolatorio“. “Il quadro sopradescritto”, si conclude la comunicazione del medico, “è compatibile con un atto suicidario avvenuto tramite impiccagione, con un lenzuolo legato alla grata della finestra del bagno”.

Ma alla storia mancano alcuni tasselli, come ha fatto notare il consulente della difesa De Pasquale Ceratti. Ad esempio, mancano le informazioni del diario clinico di P.D. dal 26 marzo al 2 aprile. Forse non furono effettuati controlli in quelle date? Eppure proprio in quei giorni l’avvocato Foti chiedeva informazioni e la Direzione forniva la sua risposta. Inoltre, non risulta al momento alcuna annotazione sulla ricostruzione del ritrovamento del corpo del detenuto. L’avvocato ora chiede che si proceda al prelievo di fluidi biologici “per esame tossicologico avente ad oggetto eventuali sostanze di abuso”, ma anche “la ricerca delle sostanze farmacologiche con le quali il soggetto era in terapia e la verifica del range terapeutico delle stesse”.

“P. era un rom. Non vorremmo che lo stigma di cui il suo popolo è vittima c’entri in qualche modo nella sua morte e nel silenzio che ne nasconde le cause”, si legge in un comunicato dell’Associazione Culturale Upre Roma. “Noi siamo tra quelli che credono che chi entra in un carcere italiano deve essere restituito alla società alla quale ha pagato il suo debito e che il periodo carcerario lo deve aiutare e tutelare in questo percorso di reinserimento sociale. E che quindi ne deve uscire vivo. Per questo crediamo che la magistratura in questa vicenda abbia una ragione in più perché l’oscurità che avvolge questa morte sia dissipata rapidamente e la famiglia di P. possa avere quello che spetta a ogni famiglia: il conforto almeno della verità”.

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