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Sea Watch e Open Arms a TPI: “Porti chiusi e guerra in Libia: migranti senza via d’uscita”

Di Valerio Nicolosi
Pubblicato il 10 Apr. 2019 alle 15:43 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:40
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Immagine di copertina
Credit: JORGE GUERRERO / AFP

In Libia da giorni è in atto una guerra a bassa intensità tra il Governo di unità nazionale libico presieduto da Fayez al-Sarraj con sede a Tripoli e l’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar. Quest’ultimo controlla la maggior parte del territorio e ha lanciato l’assalto alla capitale Tripoli, bombardando tra le altre cose, l’unico aeroporto funzionante.

Chi fa le spese di questo contesto sono i civili ma in questa particolare circostanza anche i migranti, detenuti nei centri libici e in attesa che qualche parente possa pagare il loro riscatto per essere liberati.

Nei giorni scorsi è stato lanciato l’allarme per il centro di Qasir bin Gashir, dove ci sono circa 600, tra cui donne e bambini, persone che da giorni non ricevono ne acqua e ne cibo.

“La situazione dei migranti era già terribile. Con il conflitto è ancora peggio: 600 detenuti, tra cui donne e bambini, del centro dove il segretario generale dell’Onu aveva visto ‘sofferenza e disperazione’ è in zona di conflitto. Urge un’evacuazione”, ha dichiarato il coordinatore in Libia di Medici Senza Frontiere, unica organizzazione umanitaria che continua a lavorare sul territorio.

Chi riesce a scappare da questo caos non ha molte speranze di arrivare a destinazione. Proprio questa mattina è stato lanciato un allarme da parte di un gommone con circa 20 persone a bordo, tra cui donne e bambini, al largo della Libia. Circa 8 persone sono cadute in mare e risultano disperse.

In quel tratto di mare però non c’è nessuno perché proprio da 10 giorni le navi della missione Sophia, la missione si pattugliamento in quella zona, sono state ritirate. L’aereo “Moonbird” della Ong tedesca Sea Watch si è recato sul posto per dare maggiori informazioni, ma poco può fare se non c’è nessuno che interviene.

Anche la tanto discussa Guardia costiera libica che l’Italia ha addestrato e “armato” di motovedette, nel caos libico sembra non reagire. Proprio pochi giorni fa, con un caso simile, ha detto di non poter intervenire perché non c’erano indicazioni chiare.

Nel frattempo le navi delle Ong sono ferme nei porti. La Open Arms a Barcellona perché, a detta del Governo spagnolo, non essendoci porti sicuri vicini nel Mediterraneo centrale, il viaggio verso porti lontani metterebbe a rischio le persone soccorse. Stessa cosa della Sea Watch 3, ferma a Marsiglia in attesa che il Governo olandese dia l’ok per uscire.

Il problema, anche in questo caso, sarebbe che le persone soccorso non sono “al sicuro” a bordo della nave. Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch spiega a TPI: “Abbiamo tentato di contattare i libici su 9 numeri di telefono, solo uno ci ha risposto, ma l’interlocutore non parla inglese, la lingua ufficiale per le comunicazioni aereo-navali e per il Sar. Ancora una volta, se non fosse per l’attività volontaria della società civile, attraverso la rete di segnalazione di casi di emergenza Alarmphone, e l’aereo di Sea-Watch, di queste persone non si saprebbe semplicemente nulla, come polvere spazzata sotto il tappeto. E invece si tratta di persone, in fuga da un paese in guerra interna, che stiamo decidendo di fare morire affogate, o di lasciare marcire nei lager libici. Mi vergogno di questa Europa”.

Interpellato da TPI, il capomissione della Open Arms, Riccardo Gatti, osserva: “È vergognoso come gli stati europei abbiano deciso di svuotare quel tratto di mare. Nel 2014, quando in Libia si combatteva, aprirono i centri di detenzione. Oggi invece i migranti vengono usati da Serraj per combattere o per preparare le armi, tutto con il benestare e i finanziamenti europei. Dovrebbero creare una task-force per il soccorso in mare e invece nessuno fa niente. È criminale”.

La nave tedesca Sea Eye, invece, è libera di operare, ma ferma vicino le coste di Malta, in attesa della possibilità di far sbarcare le circa 60 persone soccorse la scorsa settimana. Insomma, nessuno deve essere in quel tratto di mare e, se proprio si dovesse esserci qualcuno, non deve soccorrere le persone.

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