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Ilva, una parte dei Cinque Stelle sfida ArcelorMittal: “Vadano pure via”

Dal voltafaccia sulle battaglie ambientali, alla rivolta per eliminare lo scudo penale: gli errori dei Cinque Stelle sulla gestione dell'Ilva

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 5 Nov. 2019 alle 08:24 Aggiornato il 18 Nov. 2019 alle 16:27
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Immagine di copertina
Ilva Credit: Ansa

Ilva di Taranto, nel M5S vincono i duri: “Vadano pure via”

ArcelorMittal ha annunciato il ritiro dall’accordo per l’acquisizione dell’Ilva. La notizia di ieri, 4 novembre, ha stravolto il governo che adesso gioca partite diverse.

I Cinque Stelle non possono tornare indietro dopo essersi battuti per cancellare lo scudo penale (uno dei principali motivi per cui ArcelorMittal vuole lasciare Ilva). Matteo Renzi propone l’alternativa Jindal. Salvini sfrutta il momento per giocare il ruolo di difensore dei 15mila lavoratori che rischiano il licenziamento.

La posizione dei Cinque Stelle

“Piuttosto andiamo tutti a casa”, avevano urlato i Cinque Stelle in una delle riunioni infinite sull’Ilva. Per stracciare lo scudo penale prima c’è stata la capitolazione di Patuanelli. Poi quella del ministro ai Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà. Infine del Pd e di Italia Viva (Leu era già d’accordo) sono stati a guardare.

Decisione davanti alla quale il leader di italia Viva Matteo Renzi si dice “amareggiato”, attribuendo la colpa di quanto accaduto al primo governo Conte e a una sorta di “trappola” tesa da Mittal.

Se lo scudo penale è scomparso dal decreto Crescita e oggi siamo a questo punto, la responsabilità è però dell’emendamento della senatrice Barbara Lezzi, l’ex ministra per il Sud colonna dei 5 Stelle che ha preteso l’approvazione di due righe che hanno cancellato per sempre l’immunità chiesta e concessa nel 2015 al gruppo anglo-indiano per assumersi l’onere del mantenimento della produzione e della riqualificazione ambientale.

Una ripicca tra i 5 Stelle sarebbe alla base della grana che da ieri pomeriggio alle 14 sta occupando il premier Conte, il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (su cui tavolo finirebbe subito la vertenza Ilva) e la collega al Lavoro Nunzia Catalfo.

Uno scudo a tempo, condizionato allo svolgimento delle bonifiche, ma pur sempre uno scudo che Di Maio aveva reinserito dopo che pochi mesi prima ne aveva tolto uno analogo, con il decreto legge crescita, in piena campagna elettorale per le europee.

“Mi creda, la prego, mi creda: non si può andare a Taranto e parlare di reinserire lo scudo penale per i proprietari dell’Ilva. Sarebbe uno schiaffo a una città che non lo merita”, dice l’ex ministra del Sud Barbara Lezzi.

“Taranto aspetta da anni una soluzione definitiva, senza che nessuno sia stato in grado di fornirla. Neanche noi”, continua Lezzi. E sta tutto nelle sue parole il grande irrisolto del Movimento 5 stelle. L’impossibilità – com’è stato per la Tav, per la Tap, ma su una vicenda ancora più dolorosa e difficile – di far coincidere ammalianti promesse e necessità di governo.

Con quell’emendamento, che voleva prendere di mira il capo politico M5S e uno dei suoi tanti compromessi, due settimane fa l’ex ministra è riuscita a portarsi dietro tanti senatori da mettere a rischio l’approvazione del decreto imprese anche con la fiducia.

La storia dello scudo penale

Torniamo indietro nel tempo per capire come andarono le trattative per l’Ilva di Taranto.

Lo scudo penale fu introdotto nel 2015 dal governo di Matteo Renzi perchè – nell’ottica di poter far lavorare i commissari dopo l’inchiesta giudiziaria che nel 2013 ha consegnato il gruppo fino ad allora in mano alla famiglia Riva accusata, tra le altre cose, di aver provocato gravi danni ambientali – si pensò di poter continuare a far lavorare il più grosso stabilimento siderurgico europeo dando una sorta di immunità a chi se ne faceva carico in un contesto giudiziario molto esposto e complesso.

Quando nel 2018, sul finire della legislatura e del governo Gentiloni, il gruppo Arcelor vinse la gara e si aggiudicò il gruppo, lo stabilimento e anche le sue incertezze giudiziarie e di fatturato, pretese anche che l’immunità fosse mantenuta.

Come si fa a lavorare in una fabbrica che è praticamente sotto sequestro? La nascita del governo giallo verde ha definito la gara ma anche cambiato la prospettiva. Di Maio, allora ministro del Lavoro e al Mise, si vantò di “aver migliorato le condizioni dell’accordo”.

L’ex ministro Calenda e l’allora vice Teresa Bellanova hanno sempre contestato questa ricostruzione. Fin dal 2018 i 5 Stelle hanno promesso, al grido “onestà-tà-tà”, che sarebbe stato abolito ogni tipo di scudo penale.

I vertici del governo sapevano cosa sarebbe accaduto: non tanto per lo scudo quanto per i 2 milioni di perdite al giorno della fabbrica di Taranto e per i problemi di sicurezza dell’Altoforno.

Lo stabilimento Ilva di Taranto vale 24 miliardi, l’1,4 per cento del nostro pil. Nessun governo può permettersi di perdere questa ricchezza.

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