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Il giornalista che si è inventato gli attentati del clan di camorra

Mario De Michele è indagato per simulazione di reato. Gli spari contro la sua auto e la casa erano un bluff. La confessione ai pm: "Nel corso del lockdown mi sono sentito solo"

Di Donato De Sena
Pubblicato il 18 Mag. 2020 alle 21:12 Aggiornato il 19 Mag. 2020 alle 12:14
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Immagine di copertina

Mario De Michele, giornalista indagato per i falsi attentati subiti

“Faccio un passo di lato per un crollo fisico e mentale. E poi sono in ‘debito di anni’ con la mia famiglia: non è una resa ma già so che nessuno mi crederà”. S’intitola così l’ultimo articolo del giornalista casertano Mario De Michele sul giornale online da lui diretto Campania Notizie. Il pezzo però stavolta, a differenza di tanti altri, non è né un’inchiesta né un approfondimento sul malaffare locale, ma l’annuncio di un addio, o meglio, un “periodo di riposo”, indotto da un’indagine della magistratura che riguarda proprio il cronista.

De Michele, giornalista sotto scorta diventato negli ultimi mesi uno degli esempi della stampa che lotta senza timori contro la criminalità, è indagato per aver simulato due attentati da lui subiti il 14 novembre ed nella notte tra il 4 e il 5 maggio scorso.  A seguire le indagini è la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che ha scoperto che i colpi di pistola esplosi due settimane fa contro la sua casa di Cesa in realtà il cronista li aveva sparati da solo. Ma i dubbi riguardano anche l’attacco dello scorso anno, quando De Michele denunciò di essere stato inseguito da uomini armati che gli avevano sparato contro, mentre si trovava alla guida della sua auto nelle campagne di Gricignano di Aversa. Quella volta nella sua vettura furono trovati almeno dieci colpi di arma da fuoco.

De Michele ha ricevuto un avviso di garanzia venerdì 15 maggio e una perquisizione presso la sua abitazione a Cesa, proprio dove furono sparati i tre colpi di pistola nel corso della nottata. I reati contestati dalla Dda sono quelli di calunnia e detenzione di armi da fuoco in concorso con un Pasquale Ragozzino, un avvocato di Orta di Atella che avrebbe fornito al giornalista una delle armi usate nell’occasione.

Ora il cronista rischia di perdere la scorta che gli era stata affidata, una sorta di “patente” dell’appartenenza di De Michele ai giornalisti in prima linea contro la criminalità organizzata. Già sabato si è riunito il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica stabilendo di proporre all’Ucis di togliere la scorta assegnata in occasione del  primo attentato.

L’inchiesta della Dda, seguita anche in prima persona dal Procuratore Gianni Melillo e dal suo aggiunto Luigi Frunzio, è partita proprio dopo il primo episodio denunciato, a novembre scorso, quando l’auto del direttore di Campania Notizie fu colpita da dieci proiettili e nessuno ferì la persona a bordo.

Sono stati poi i carabinieri di Aversa, al servizio del colonnello Donato D’amato a seguire l’evolversi degli avvenimenti. Ora l’indagine dovrà confrontare i colpi di pistola per capire se è stata la stessa arma a sparare nelle due occasioni.

Sul suo sito De Michele si è congedato passando la mano a due colleghi e chiedendo scusa a magistratura, carabinieri e prefettura. “Le istituzioni hanno sempre svolto a pieno la loro parte. Lo Stato c’è. E ci sarà sempre. Ma dopo due anni di battaglia contro tutte e tutti ho compreso che combattevo anche contro me stesso. Contro i miei demoni”. Il cronista era stato ospitato in numerose trasmissioni televisive, per raccontare la sua vita di “giornalista anticamorra e sotto scorta”, da Le Iene a Storie Italiane. Era stato ricevuto anche dal viceministro dell’Interno Matteo Mauri. “So già che in tanti non mi crederanno – conclude nel suo editoriale -. Fa nulla. Vi saluto col biglietto d’addio di uno scrittore italiano sottovalutato: “Non fate troppi pettegolezzi'”.

Come riportato dal Mattino De Michele avrebbe anche confessato tutto davanti ai pm. “Nel corso del lockdown – le parole del giornalista – mi sono sentito solo, dopo mesi sotto i riflettori, improvvisamente nessuno pensava più a me, volevo tornare al centro dell’attenzione”. Il cronista avrebbe anche parlato di un precedente episodio, avvenuto a gennaio, progettato e messo in essere al solo scopo di progettare l’immagine di giornalista anticamorra: una lettera minatoria. Anche quello, come gli spari, era un bluff.

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