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Criminalizzare il consumo di droga non ha più senso, l’Italia impari dal Portogallo

Immagine di copertina
Credit: iStock

Da anni il dibattito pubblico italiano sulle droghe è incagliato nelle secche dei sillogismi ideologici, delle posizioni irremovibili, del dualismo sterile riassumibile in legalizzazione /legalizzazione no.

La questione droghe è tanto di più e chiede di tornare a confrontarsi in maniera seria per fornire le giuste evidenze dalle quali la politica dovrebbe partire per rimettere mano a una normativa asincrona rispetto alle tante evoluzioni del fenomeno.

Perché esiste il piacere e la malattia, in un mix multifattoriale non facilmente decifrabile per peso e importanza, da cui tutti partono e dove nessun consumatore vorrebbe mai arrivare: “non io, non a me”.

Non è facile governare alcune sostanze, non è impossibile smettere di usarle.

Intanto in Italia, decresce il numero dei morti per overdose – con la precisazione che le morti da overdose da cocaina non sono facilmente leggibili da un punto di vista medico-legale, essendo le stesse più spesso rubricate come ictus o arresto cardiacoaumenta il consumo di cannabis, di alcol, di droghe sintetiche (+13.896 per cento in termini di sequestri secondo l’annuale Relazione della Direzione centrale per i servizi antidroga del 2021), la contrattazione si fa sempre più online e la consegna porta a porta, in attesa di conoscere gli effetti della pandemia da Coronavirus sul mercato delle droghe sul medio e lungo termine- a breve termine si è assistito a un accentuarsi del fenomeno con il ritorno presso i Servizi anche di persone che erano astinenti da anni.

La delega delle Politiche antidroga alla ministra Fabiana Dadone e l’avvio dell’iter organizzativo della Conferenza nazionale sulle Droghe – assente dal 2009 nonostante la legge ne imponga la convocazione ogni tre anni – sono segnali che assumono una loro significatività se paragonati al protratto nulla istituzionale.

Non può e non deve bastare, però. 

Esistono il consumatore e il dipendente patologico, la prevenzione, la riduzione del danno e la cura, il Servizio pubblico, il Privato sociale, il volontariato e tanto altro. Un “Altro” che merita di essere ascoltato perché ciò che sembra ricomparire nell’agenda politica non si traduca nell’ennesima sconfitta dell’irrinunciabile complessità. 

A fronte del nostrano immobilismo, il 15 giugno 2021 i membri democratici del Congresso degli Stati Uniti, su proposta di Bonnie Watson Coleman e Cori Bush, hanno presentato un disegno di legge per depenalizzare tutte le droghe a livello federale e trasferire l’autorità sulle sostanze dal procuratore generale al segretario per la salute e i servizi umani, con l’eliminazione di alcune misure introdotte nel 1971 dall’allora Presidente repubblicano Richard Nixon.

Già nel 2001 il Portogallo ha depenalizzato l’acquisto, il possesso e il consumo di droghe ricreative per uso personale, introducendo la Commissione per la dissuasione dalla dipendenza dalla droga, solitamente costituita da un medico specialista, uno psicologo (o assistente sociale, o sociologo) e da un avvocato. La salute, dunque, prima della sanzione, privilegiando la decriminalizzazione sul piano socioculturale e la depenalizzazione sul piano giuridico. 

Il trattamento consigliato non implica nessun obbligo per il consumatore, fatta salva la possibilità dopo tre segnalazioni di incorrere in sanzioni amministrative.

Da anni, dunque, il Portogallo ha deciso di investire nella prevenzione e nella cura, registrando una sensibile diminuzione della spesa pubblica per i processi penali e per la detenzione in carcere. Inoltre, il numero di morti causate dalla droga è calato notevolmente, insieme al tasso generale di consumo, in particolare tra i giovani (la fascia tra i quindici e i ventiquattro anni). 

Il decremento del fenomeno dell’emarginazione e della stigmatizzazione del consumatore, l’innalzamento del numero di persone che si rivolgono ai Servizi e la contrazione del numero delle detenzioni sembrano certificare la bontà dell’esperimento lusitano. 

La differenza sostanziale tra il modello portoghese e quello italiano, dunque, è nel guardare a chi fa uso di droghe non come un criminale. Sarebbe bene ricordare, infatti, che la volontà confliggente dovrebbe essere orientata al narcotraffico e non al consumatore e men che meno al dipendente patologico.

Ad oggi, nel nostro Paese, consumare droga per uso personale è considerato un illecito. Se trovata in possesso di sostanza ed esclusa la fattispecie dello spaccio (art.73 del D.P.R. 309/90), la persona deve presentarsi in Prefettura (ex art.75 dello stesso Testo unico stupefacenti); solo in secondo momento e se inviato (perché non sempre avviene) deve recarsi presso il Ser.D (Servizio per le Dipendenze territorialmente competente) dove è chiamato a dimostrare di non utilizzare sostanze, pena una serie di possibili sanzioni amministrative (sospensione patente, carta d’identità, passaporto, ecc.). 

La Prefettura non è un luogo neutro, non è il luogo della cura e delle specifiche competenze nel settore. Le sanzioni amministrative non necessariamente scoraggiano i consumatori e men che meno i dipendenti patologici. I primi perché pensano di sfuggire a una possibile reiterazione della sanzione, i secondi perché spesso ben al di là della loro volontà lineare si esprime il bisogno di altra sostanza.

Nell’ultima seduta prima della pausa estiva la commissione Giustizia della Camera ha discusso circa la possibilità di modificare alcuni aspetti della normativa vigente.

Punti salienti della proposta del relatore Perantoni, Presidente della commissione, a firma di una serie di deputati e di associazioni del settore, sono in primis l’eliminazione delle sanzioni amministrative per i consumatori, la stesura di un articolo specifico circa la fattispecie della “lieve entità”, la possibilità della depenalizzazione in funzione di una più attenta delle sostanze; la legalizzazione della coltivazione domestica di cannabis per uso personale.

Evidentemente non si tratta di una revisione completa ma di un primo intervento nella direzione dell’abbandono di una lettura sanzionatoria e repressiva del fenomeno volta alla decriminalizzazione e conseguentemente all’alleggerimento del peso esercitato sull’attività delle forze dell’ordine e della detenzione da parte di “fatti di lieve entità”.

Nell’attesa del ritorno alla consueta attività parlamentare con l’arrivo dell’autunno, l’auspicio è che per quanto riguarda le droghe il tutto non si traduca nell’ennesimo e abituale nulla.

È, infatti, tempo che l’italica prassi di richiesta di rimandi e bisogni di approfondimenti ulteriori, mai veramente bastanti a determinare decisioni definitive, faccia finalmente i conti con la nostrana (e non solo) visione repressiva del consumo e della dipendenza patologica (“Malattia cronica e recidivante” da definizione dell’Organizzazione mondiale della Sanità), ormai storicamente superata e anacronistica.

A fronte di eccedenze di parole e sofismi utili solo a conservare sedie e copioni, “maiora premunt”.

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