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Covid, le RSD sono la prossima bomba che rischia di esplodere: “Disabili abbandonati a se stessi”

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Covid, le RSD sono la prossima bomba che rischia di esplodere

Volli, e volli sempre, fortissimamente volli”. Riaprire. I dati, al 24 aprile, sono incoraggianti: oggi si registra un netto calo del numero di persone positive (-851), del numero di malati ricoverati (-1.051) e il rapporto tra nuovi casi positivi (ancora 2.646) e tamponi fatti (oltre 66mila) è al minimo da inizio epidemia: solo il 4 per cento. Resta alto il numero delle vittime (464). Ma per riaprire ci vogliono certezze, ci vuole serenità e sicurezza, quello che in questo momento, in molte aree della Lombardia, ancora manca. A testimoniarlo sono quei focolai che scoppiano all’improvviso, a epidemia inoltrata, svelando le fragilità di un territorio che non è ancora in grado di tenere testa al virus. Dopo le RSA (residenze per anziani) sulle quali tanto è emerso, anche grazie alle inchieste di TPI, a far tremare, adesso, sono le RSD (residenze per disabili). Si tratta di centri dove vengono assistite le persone con disabilità: ogni centro ha la sua specificità, ma spesso si tratta di persone di tutte le età che devono essere assistite anche da un punto di vista motorio.

I casi più eclatanti sono quelli dell’Istituto Cremonesini per disabilità psichiche di Pontevico, in provincia di Bresia; e la RSD Sacra Famiglia nel Varesotto.

L’Istituto Cremonesini, pur essendo considerato “un’ eccellenza”, deve contare finora 22 vittime da Covid su 320 ospiti, tra cui giovani e anziani, più 70 contagiati. Una vicenda all’esame della procura di Brescia dopo vari esposti per presunti ritardi e inadempienze nel provvedere alle protezioni e ai tamponi. Un caso che ha più di un elemento di contatto con ciò che si è verificato nella RSD “Sacra Famiglia”, a Cocquio Trevisago, in provincia di Varese.

“Ancora oggi si dice che è tutto sotto controllo ma è impossibile affermare ciò. Il personale sta facendo dei turni eccezionali, di 18 ore, è allo stremo”, spiega a TPI Cristina Finazzi, portavoce di Spazio Blu Autismo Varese e del comitato Uniti per l’autismo che raccoglie 55 associazioni lombarde.

“Il sindaco Centrella ha fatto un lavoro fantastico a Cocquio, ma è una goccia nel mare. In Lombardia non ci si è resi conto che la diffusione del virus ha avuto origine nei focolai che sono scoppiati all’interno di questi centri, che non sono adeguatamente controllati e supportati anche con una fase di prevenzione. Ora con la riapertura creeremo altri focolai. Quanto andremo avanti ancora così? Servono i tamponi, al di là di tutte le app, perché a noi serve tracciare le persone che entrano e escono da questi nuclei e non vengono sottoposti a isolamento”, prosegue Finazzi.

Il problema non riguarda soltanto gli ospiti delle strutture, ma anche tutto il personale operativo che entra in contatto con loro e che può diventare pericoloso vettore del virus.

Riapertura: c’è chi dice “no”

Danilo Centrella, il sindaco del piccolo comune in provincia di Varese può essere considerato un dissidente, un sindaco che nonostante la burocrazia imperante, ha alzato la voce prima che la situazione diventasse ingestibile e ha preteso di sapere cosa stesse succedendo nella struttura – la Sacra Famiglia – che fa parte del grande gruppo di Cesano Boscone. Un vero colosso. Centrella ha iniziato a mandare lettere protocollate ad Ats (Azienda tutela della salute), Regione e prefettura per avere certezze sulle procedure adottate e sui numeri del contagio effettivo. Un carteggio dal quale si evince che fino al 5 aprile non arrivano risposte se non lacunose e si certificano ritardi nei tamponi. Ed è solo il 5 aprile, appunto, che emergono all’improvviso 65 positivi e i primi due decessi.

“Considerando la gestione delle RSD e delle RSA, qui si parte dalla Fase1, non certo dalla fase 2. In 15 giorni, a un mese da quando era già stata dichiarata la pandemia, all’interno di queste strutture che dovevano essere super assistite, si è passati da 0 casi a 83”, racconta a TPI il sindaco.

“Oggi il bilancio per la Sacra Famiglia è di 5 decessi associati a Covid e 83 ospiti positivi e ancora 40 operatori che sono in isolamento domiciliare. Ho condotto una dura battaglia per ottenere i tamponi: su 100 dipendenti, 40 sono risultati positivi, di cui 35 operatori dipendenti e 5 lavoratori delle cooperative”. Un braccio di ferro tra il sindaco e ATS andato avanti per settimane. “I tamponi effettuati agli ospiti non sono stati fatti da ATS ma direttamente dall’istituto Sacra Famiglia, con casi di Covid presenti in entrambi i padiglioni dell’Rsa. Un focolaio nel focolaio”, spiega Centrella. “I tamponi eseguiti hanno avuto un ritardo nella refertazione di almeno una settimana e l’istituto non ha voluto isolare i dipendenti come avvenuto invece in altre strutture. Ci siamo così trovati 11 lavoratori residenti a Cocquio per i quali andava previsto l’isolamento e che invece sono andati in giro nel nostro paese”.

La popolazione non è immunizzata

Il sindaco illustra anche un dato importante che potrebbe fare di Cocquio un caso studio emblematico. “Siamo stati i primi a iniziare gli screening epidemiologici. So che dovevano iniziare nel resto della Lombardia ma non è stato così”. Nel paesino infatti Centrella è partito subito con i test seriologici. “Su 1.100 casi esaminati, il risultato è stato particolare: solo il 2% dei soggetti è venuto in contatto col virus. Una conclusione che va controcorrente rispetto a ciò che diceva la Regione Lombardia, ossia che il 35% dei soggetti sono già positivi o sono già venuti in contatto con il virus. Questo vuol dire che noi non considereremo mai una fase 2 adesso, le norme di lockdown non sono state garanzia di cura dei soggetti, ma solo rallentamento per insufficiente supporto sanitario nell’emergenza”.

“Se riapriamo”, prosegue il sindaco, “troveremo la popolazione sensibile al virus. Questo significa che la popolazione non ha avuto né incremento di IGM-IGA, le immunoglobuline che si attivano al contatto con il virus, né di IGG che son quelle protettive. Qui il virus non è arrivato, a parte il focolaio al Sacra Famiglia. Ci troviamo ad aver congelato la situazione ma di fatto c’è il pericolo di un nuovo contagio. Indipendentemente da quello che viene detto dal ministero, eliminerò tutte le misure restrittive quando ATS mi darà garanzia che potrà supportare i casi di contagio. Fino ad adesso, in realtà non è stata tutelata la salute del paziente a domicilio. Io ritengo – come molti virologi ed esperti tra cui Galli – che l’isolamento dei soggetti infetti sia la cura migliore. Dobbiamo riaprire quando sapremo che ci sarà un supporto territoriale. Ci dobbiamo aspettare che questo 98% mai venuto in contatto sia sensibile alla contagiosità. Qui partiamo da zero”.

Gli appelli inascoltati

“In tempi non sospetti avevamo lanciato appelli sulle RSD e le RSA. Fin dalla prima ora si era capito che questo virus sarebbe stato più aggressivo con le persone a rischio, le nostre”. A parlare a TPI è Roberto Speziale, presidente dell’Anffas (Associazione Nazionale Famiglie di persone con disabilità), a cui fanno riferimento 200 Rsd con 2.000 ospiti e quasi altrettanti operatori.

“Il rischio”, prosegue Speziale, “si nascondeva lì dove c’era maggiore addensamento di persone, ovvero le residenze. Quando ho verificato che non c’era alcuna attenzione o indicazione per queste strutture – poiché tutti erano concentrati sugli ospedali e la sanità pubblica – ho capito che si trattava di una “bomba a orologeria”. Anche dopo che l’attenzione si è finalmente concentrata sulle residente per anziani, le RSD sono rimaste nuovamente escluse e scoperte. A oggi c’è un atteggiamento colpevole di chi poteva e doveva intervenire: non avremmo contato tutti questi morti”.

Speziale parla di un “concorso di colpa” tra chi dirige le strutture e tra chi avrebbe dovuto sorvegliare sulle stesse: “Lo stato, le regioni, gli enti locali dovevano dare precise indicazioni per prevenire tutto questo. E invece fino a 15 giorni fa non si trovavano nemmeno le mascherine di protezione per chi lavora nelle RSA”.

Qualcosa per evitare la catastrofe di cui ancora verifichiamo gli effetti era stata proposta dall’Anffas e da altre associazioni: “Avevamo chiesto che nel provvedimento Cura Italia avvenisse l’equiparazione di queste strutture, specialmente quelle a carattere socio-sanitario, agli ospedali pubblici, in modo da ottenere alcune garanzie, ad esempio la priorità nella fornitura dei dispositivi di protezione o nell’effettuazione dei tamponi. Cosa non avvenuta. C’è stata la precisa volontà di abbandonare anziani e persone con disabilità al loro destino”.

In vista della “Fase 2”, Speziale lancia un avvertimento: “Non siamo ancora per nulla fuori dall’aerea critica: personale e visitatori di strutture covo di contagi, continuano a interagire con l’esterno. E in mancanza di strumenti di protezione e contenimento questa modalità continua a presentarsi. Il virus, se non mettiamo in atto una sorveglianza attiva, continuerà a mietere vittime”.

Leggi anche: 1. La rivolta di sindaci e medici contro la Regione Lombardia: “Nessuna strategia, ci ha abbandonati” / 2. All’ospedale di Pozzuoli una “leggerezza” è costata 2 morti e 50 contagi: il focolaio Covid che fa tremare Napoli. Ma De Luca minimizza / 3. Noi poveri romani e meridionali invidiosi della Lombardia (di G. Gambino) / 4. Coronavirus, Fontana: “Rifarei tutto, è ora di ripartire”

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