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Covid, ospedale di Rieti: “Pazienti visitati nel parcheggio perché dentro non c’è posto”. La rabbia di medici e infermieri

Di Paola Corradini
Pubblicato il 3 Nov. 2020 alle 18:26 Aggiornato il 3 Nov. 2020 alle 18:32
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Immagine di copertina

Tarda serata di ieri. Un cittadino pubblica sul suo profilo Facebook le foto dell’ingresso ambulanze al pronto soccorso dell’ospedale De’ Lellis e scrive: “Ecco la situazione al momento all’ospedale di Rieti”. Quando ancora non è stato firmato il documento – avverrà solo questa mattina – con cui la Asl autorizza la procedura di effettuare radiografie nel parcheggio esterno al DEA. Nonostante qualche negazionista dell’ultim’ora che continua a sostenere che va tutto bene, sono molti i commenti di chi invece ha visto in prima persona quanto sta accadendo.

“Se siete scettici – il commento di un utente – e volete togliervi ogni dubbio andate a verificare di persona; io mio malgrado l’ho visto con i miei occhi e vi dico che c’è un vero e proprio caos totale”. E aggiunge: “Su consiglio della Guardia medica sono andato al pronto soccorso per un dolore toracico e quando sono arrivato c’erano lettighe ammassate con sopra i pazienti, alcuni intubati, in attesa di essere trasferiti ai reparti Covid. Dopo 12 ore di attesa per l’esito degli enzimi, alle due di notte ho firmato per andarmene perché ero esausto”.

Non sono solo i pazienti ad essere esausti, perché il personale lavora costantemente sotto pressione con la paura di “essere il prossimo”. “Vogliono farci credere che Babbo Natale esiste – dice un operatore sanitario – e gli esami all’esterno del pronto soccorso vengono fatti esclusivamente perché non c’è spazio all’interno. Esami effettuati anche su pazienti oncologici non febbrili per permetterne il ricovero nella maniera più veloce evitando che non transitino all’interno del DEA”.

Intanto medici e infermieri continuano la lavorare, ma prima o poi anche loro dovranno abbassare la guardia perché si lavora in pochi e con turni estenuanti. “Ne vedremo delle belle – dice un medico – ma il problema è che non siamo spettatori ma attori di una tragedia che vede tanti malati e anche morti”.

“Adesso basta – scrive un operatore sanitario – siamo stati zitti per troppo tempo. Non c’è nulla di falso, siamo noi che vediamo la gente soffrire dentro la ‘bolla’ (una stanza all’interno del pronto soccorso dove vengono inviati i pazienti, anche oncologici, in attesa di essere vistati o dell’esito del tampone), siamo noi che stiamo a contatto con bombe a orologeria, siamo noi che abbiamo paura di infettarci e riportare il virus a casa dai nostri figli e dai nostri genitori, siamo noi che rischiamo la vita mentre voi andate in giro a dire che è tutto falso. Prima eroi e ora addirittura falsi. Se pensate che non ci sia nulla di vero venite senza dispositivi di protezione ed andate dentro la bolla dai pazienti disorientati, ognuno con una patologia diversa, a me uno di loro ha anche mozzicato sul fianco con tutta la mascherina”.

Questa è la situazione drammatica, anche se a Rieti sembra vada tutto bene, almeno secondo chi guida il carro, ed invece il grande numero di malati e ricoverati ha portato ad una situazione al limite. I posti letto sono limitati e, se sono occupati dai malati Covid, non c’è posto per gli altri, con alcuni reparti chiusi e altri ridotti proprio per ospitare i positivi che necessitano di ricovero. Non è chiaro, lo pensano in molti, come mai in sei mesi, da quando Rieti è risultata Covid free non si sia pensato ad assumere nuovo personale, né a mantenere l’isola triage esterna e soprattutto, all’inizio della seconda ondata, a fornire indicazioni rassicuranti per la popolazione che continua ogni giorno a chiamare i numeri dedicati senza che dall’altra parte nessuno risponda.

La situazione diventa ogni giorno più complessa con i medici che ribadiscono come il problema maggiore sia proprio il Covid “che esercita una pressione mostruosa sul nostro sistema sanitario e sull’intera struttura del De’ Lellis”. L’ospedale di Rieti, nonostante ancora qualcuno affermi il contrario, sta vivendo un momento difficile come dimostrano le testimonianze di medici, infermieri e pazienti. Non è un caso che nella giornata di lunedì i carabinieri abbiano posto sotto sequestro, a seguito della denuncia dei familiari, due salme di ricoverati deceduti per Covid 19. Salme che saranno trasportate allo Spallanzani per l’esame autoptico.

A ciò si aggiunge la denuncia presentata dal padre del 38enne peruviano apolide deceduto giovedì scorso nel reparto di rianimazione, che ha portato al sequestro della cartella crietilinica. No, non va tutto bene. Perché oltre ai malati si registrano numerosi casi di positività tra personale medico e infermieristico con numeri che superano i 70 positivi e reparti rimasti vuoti.

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