Coronavirus, la duplice battaglia di un malato di tumore

Come affrontare il prossimo improrogabile trattamento, magari in un Covid Hospital e senza dispositivi di protezione individuale. Saverio Cinieri, presidente eletto dell’AIOM, tranquillizza i pazienti

Di Jenny Pacini
Pubblicato il 22 Mar. 2020 alle 12:06
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Coronavirus, la duplice battaglia dei malati di tumore

C’è chi il tumore lo ha asportato e si sta sottoponendo a trattamenti di prevenzione in Day Hospital, chi ha una malattia avanzata e non può dilazionare o sospendere le cure in corso, chi è potenzialmente guarito ed è soggetto a follow-up. Gestire una condizione patologica già di per sé provante, di questi tempi, non è affatto semplice, specie se si ha comprensibilmente paura di recarsi nel luogo di cura, magari trasformatosi da qualche giorno in un Covid Hospital, senza un dispositivo di protezione individuale, ultimamente introvabile. Chi è in trattamento attivo ha bisogno di essere tranquillizzato e Saverio Cinieri, presidente eletto dell’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM) e direttore dell’Oncologia Medica e della Breast Unit dell’Ospedale Perrino di Brindisi, ci aiuta a fare chiarezza.

“I pazienti che fanno chemioterapia di prevenzione, cioè quelli che non hanno più il tumore perché è stato asportato chirurgicamente, stanno continuando la terapia; in alcune zone dove c’è una emergenza legata al Covid-19, si sta cercando di modificare i tempi per ridurre i potenziali rischi”. Nel caso della chemioterapia neoadiuvante, che serve a ridurre il tumore prima di andare dal chirurgo, “in questo momento stiamo rispettando le tempistiche”, precisa Cinieri.

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Per quanto riguarda le malattie avanzate e metastatiche è necessario valutare caso per caso, “si fa un rapporto tra rischio e beneficio sanitario e si decide quello che bisogna fare”. Le terapie ormonali, poi, “non danno problematiche di immunosoppressione o alterazione delle difese, per cui possono essere serenamente continuate, inoltre, grazie all’Agenzia Italiana del Farmaco, con la proroga di 90 giorni dei piani terapeutici, il paziente non deve neanche recarsi in ospedale”.

Per l’immunoterapia, invece, c’è ancora incertezza perchè “potrebbe deprimere e rendere il paziente più suscettibile ad infezione – dice Cinieri – anche se in realtà, questo dato non è confermato, anzi ci sono delle evidenze minime su cui stiamo ragionando, per cui potrebbe non essere così. In questo momento la norma di comportamento degli oncologi medici è rallentare le immunoterapie nei pazienti che hanno già raggiunto una risposta ottimale”. In definitiva, l’Aiom raccomanda di decidere sempre caso per caso, e lo stesso dicasi per la radioterapia. Poi ci sono i follow-up ambulatoriali, ora effettuati per via telematica o telefonica.

Tutti i pazienti che accedono ai Day Hospital o alle degenze di oncologia vengono sottoposti a triage da parte del personale infermieristico. “A coloro che non hanno dpi, forniamo una mascherina chirurgica”. Non bisogna dunque andare nel panico se non si è in possesso dei dispositivi con filtro FFP2 e FFP3 perché “non c’è nessuna indicazione a utilizzarli in questi casi, causano difficoltà respiratorie ed è sufficiente indossare mascherine chirurgiche”. E se non si trovano nemmeno quelle? Bisogna stringere i denti, perché “stanno arrivando”, assicura il presidente dell’Aiom. Si spera, perché non ci si può curare avendo paura di ammalarsi.

Resta comunque di fondamentale importanza sostenere chi deve affrontare questa duplice battaglia. “I pazienti oncologici – conclude Cinieri – necessitano di empatia, li devi toccare, devi stringergli la mano, fargli un sorriso, e lavorare con il volto semicoperto è sicuramente un problema. In questa emergenza ho imparato che sono loro a darci la forza di andare avanti e che il sorriso si può vedere anche dagli occhi, nonostante la bocca sia coperta dalla mascherina”.

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