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Vi racconto quel 7 marzo a Bergamo, con le strade piene di gente ignara della sciagura

"Di quel 7 marzo ricordo lo stupore nell’incamminarmi lungo il Sentierone: da un lato scoprivo per la prima volta la magnificenza della Città Alta, dall’altro ero scioccato dalla presenza massiccia di persone concentrate in vicoli e stradine, per non parlare di esercizi commerciali e bar. Dopo 43 giorni, la mia quotidianità purtroppo è fatta di serrande abbassate, vetrine impolverate e cartelli affissi in fretta e furia che annunciano le ferie o una mai avvenuta riapertura"

Di Domenico Marocchi
Pubblicato il 20 Apr. 2020 alle 13:46 Aggiornato il 20 Apr. 2020 alle 15:37
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Immagine di copertina

Coronavirus, Bergamo e quelle strade piene di gente ignara della sciagura

Questo è il mio quarantatreesimo giorno qui a Bergamo. Sono arrivato in città il 7 marzo. Non propriamente un giorno qualunque. Il 7 marzo è la data che ha cambiato per sempre questa provincia, l’ultima giornata di un mondo normale, il momento in cui si è presa coscienza che la situazione stava virando verso la sciagura collettiva. Secondo l’Eco di Bergamo è proprio dal 7 che i decessi hanno iniziato ad aumentare in quasi tutti i comuni della Provincia, con 5.700 persone morte nel mese di marzo, di cui 4.800 riconducibili al Coronavirus. Dalla ricerca a cura del collega Isaia Invernizzi si evince che le morti sono quintuplicate rispetto ad un anno fa, alla faccia dei dati ufficiati divulgati dalla Protezione Civile, con appena 2.060 decessi certificati positivi al Covid.

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Io me lo ricordo quel 7 marzo. Venivo da Venezia, Padova e Cremona, l’emergenza era scoppiata, i media non parlavano d’altro, avevo ascoltato le angoscianti testimonianze dei medici fuori dagli ospedali, eppure Vo’ Euganeo e Codogno sembravano lontane anni luce da Bergamo.

Quel giorno c’era un tiepido sole che sembrava promettere una dolce primavera, ragion per cui le strade erano piene di gente. Le notizie che arrivavano degli ospedali di Alzano e Seriate, gli allarmi diffusi dal Papa Giovanni e le sirene delle ambulanze erano solo dei rumori di sottofondo, suoni ovattati in una città che viveva sull’onda del boom turistico, con 1.900.000 presenze nel 2019 e un incremento del 3,2%. Di quel 7 marzo ricordo i negozi che aderivano all’iniziativa commerciale Lo Sbarazzo di primavera,  “un’occasione per tutti i gusti e tutte le tasche -recitava il volantino- con articoli rimasti in magazzino, stock del passato e ultimi capi dei saldi”. Santo Sbarazzo direi oggi, perché armato di mascherina, comprai due giacconi, una maglia, e varie mutande, prevedendo che la mia trasferta sarebbe durata qualche settimana in più e non avendo i cambi necessari in un pur performante zaino da inviato (lo zaino in cui devi arrotolare i vestiti e comprimerli per bene fra loro in modo da limitare le inevitabili pieghe su pantaloni e camicie).

Lo Sbarazzo e le sue offerte mi hanno salvato, considerando che dopo due giorni un’ordinanza regionale avrebbe chiuso tutti i negozi d’abbigliamento, fettucciando con nastri alla CSI anche le aree con i vestiti di alcuni ipermercati della zona. Sì, lo ammetto, qualche giorno fa sono entrato in un Conad implorando la cassiera di poter acchiappare al volo due magliette Fruit of the Loom “È arrivato il caldo, Signora Mia”, “Se le faccia prestare” mi ha risposto.

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Di quel 7 marzo ricordo lo stupore nell’incamminarmi lungo il Sentierone: da un lato scoprivo per la prima volta la magnificenza della Città Alta, dall’altro ero scioccato dalla presenza massiccia di persone concentrate in vicoli e stradine, per non parlare di esercizi commerciali e bar. Famiglie intere, prive di mascherine, ammassate davanti alle teglie di pizza di un forno, escursionisti della domenica con abbigliamento tecnico e pranzo al sacco da consumare sui gradini di Piazza Mercato delle Scarpe, e poi l’irrinunciabile rito dell’aperitivo in Piazza Vecchia, coi piumini appoggiati su sedie accalcate, i passeggini, i primi occhiali da sole da sfoggiare e le destinazioni delle vacanze pasquali da elencare a voce alta per far rosicare i vicini di tavolo.

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Dopo 43 giorni, con un hotel che mi ospita in Città Alta e due botteghe e un forno in cui vado a fare la spesa, oggi mi sento quasi un residente del borgo, ma nella mia galleria di immagini quel 7 marzo è un’eccezione. La mia quotidianità purtroppo è fatta di serrande abbassate, vetrine impolverate e cartelli affissi in fretta e furia che annunciano le ferie o una mai avvenuta riapertura al 13 marzo.

In questo mese e mezzo quassù alle 18 non c’è stato alcun flash mob, nessuno si è affacciato dai balconi o ha cantato. La città ha vissuto il suo dolore in silenzio, un lutto elaborato con riservatezza, documentato solo dalle drammatiche immagini dei camion militari pieni di salme.

Sono stati 43 giorni di raccoglimento, una riflessione silente e critica, diametralmente opposta al vociare tracotante e cinico di quel maledetto 7 marzo.

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