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Cronaca di una “via Crucis” nel nord Italia all’epoca del Coronavirus

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Credit: Ansa foto

Dieci aprile, ore 19.40. Oltre ai riti del venerdì Santo oggi si ripete il cerimoniale pagano del weekend col messaggio del Presidente del Consiglio alla nazione. Qualche mese fa a quest’ora mi sarei chiesto se rimanere fedele allo Spritz o osare un Hendricks Tonic, ora aspetto con ansia la comunicazione di Conte per capire se qualcuno dalla reception salirà a dirmi “l’hotel è chiuso, si alzi e se ne vada”. Una scena che conosco bene perché in questo periodo falciato dal virus ho messo in pratica quelle 2 o 3 nozioni apprese dai racconti di alcuni inviati di guerra “zaino sempre fatto, vestiti ben arrotolati e pronto a partire, anche di notte”.

È dal 24 di febbraio che sono in giro per il nord Italia per raccontare questa emergenza e finora ho cambiato 7 hotel. Quattro nella stessa città. Il 29 febbraio ero a Cremona, un clima spettrale, arrivo davanti all’hotel che mi era stato assegnato e trovo l’ingresso sbarrato. “Pronto Signor Marocchi, volevamo comunicarle che quella struttura è chiusa ma che l’abbiamo trasferita qui al XXX che è sempre del nostro gruppo e che è ben più confortevole e lussuoso”.

Grazie ad un tassista, da sempre i migliori informatori della cronaca locale, vengo a sapere che quel gruppo gestisce 4 hotel in città, 3 sono stati chiusi dopo l’esplosione dei casi di Codogno e dintorni, ne è rimasto aperto solo uno come “presidio” e in quella struttura, con 60 camere, ci saranno all’incirca 4 ospiti, me compreso. Mentre fornisco il documento spiego che, vista l’incertezza del momento, confermerò la mia presenza giorno per giorno “A proposito – chiedo con forzato candore – il check out nel caso sarebbe per le 12?”. “”Eh no, lei la camera me la deve liberare per le 10, sono le regole”. Sì le regole. Le abitudini, le frasi fatte sul posto di lavoro, quel barlume di quotidianità che qui, a 30 chilometri da Codogno, somiglia ad una coperta di Linus a cui è difficile rinunciare. La receptionist che mi dice che sono fortunato perché “abbiamo deciso di farle gratuitamente un upgrade in una camera superior” non sa che fra 3 settimane un‘ordinanza della Regione Lombardia prima e un decreto governativo poi disporranno misure ancora più stringenti, chiudendo tutte le strutture ricettive, tranne alcune che rimarranno in servizio per esigenze collegate alla gestione dell’emergenza (pernottamento di medici, isolamento di pazienti, giornalisti disperati).

Mi sembrano gli orchestrali del Titanic anche i receptionist che mi accolgono a Bergamo, il 5 marzo. Ho prenotato l’hotel più vicino alla stazione e anche qui, stessa musica. “Signor Marocchi, senza addebitarle un euro in più abbiamo deciso di offrirle una camera deluxe”. Stavolta a parlare è una ragazzina intrappolata in una divisa da general manager. Probabilmente è una stagista proveniente da qualche istituto alberghiero, perché qui, ormai, i dipendenti sono stati messi in cassa integrazione e le strutture rimangono aperte con i volontari (giovanissimi) che mettono in pratica le regole dell’hôtellerie apprese a scuola, risultando però terribilmente fuori luogo. La camera che mi hanno assegnato, la deluxe, si trova appena sopra la reception. In questo modo si tengono accesi i riscaldamenti e la luce su un solo piano, mentre gli altri otto sono deserti, spenti, chiusi e freddi. Nel corridoio immagino le gemelline e il triciclo e mentre preparo la scheda dei miei collegamenti mi chiedo se finirò a digitare sul tablet “all work and no play makes Jack a dull boy”.

Passano solo tre giorni e il telefono squilla. È mezzogiorno e sono rientrato dalla diretta, la stagista prima della classe ha alzato il tono di voce di un’ottava e sembra in affanno “Deve lasciare la camera, e si sbrighi perché è arrivata una mail da Londra che dice che entro le 13.30 dovete andar via tutti!” . “Scusi, ma tutti chi se ci sono solo io?”, “Qui è scritto così”. Grazie all’impegno straordinario della mia produzione da Roma troviamo un altro hotel, questo non è di una catena, c’è un direttore che sa fare il direttore e per ora non chiude. Anche qui sono l’unico pernottante finché una notte sento delle voci nel corridoio “Finalmente è arrivato qualcuno, sono colleghi?” chiedo alla reception la mattina “No, operatori cimiteriali di altre città chiamati dal Comune di Bergamo per dare una mano nelle sepolture”.

Un attimo di smarrimento, tiro un sospiro e saluto laconico “Grazie, anche questa è una notizia”. Me ne andrò da quell’albergo dopo 6 giorni, all’arrivo di truppe di medici dell’esercito italiano e di sanificatori russi, formatisi in Siberia nelle battaglie contro l’antrace. Elmetti, tute mimetiche, generali, colonnelli e anfibi mi confermano quello che finora non ho voluto ammettere: questa è una guerra. Da lì passerò ad un altro hotel di una catena. Rimarrò nella hall solo un’ora, quando il responsabile, dopo qualche tentennamento mi parlerà finalmente con sincerità, in barba alle regole del gruppo “In teoria chiuderemmo fra tre giorni, ma se non c’è nessuno posso tirare giù la serranda e andarmene anche ora. Sa, ho i genitori anziani a casa, mio padre non respira bene, e hanno solo me”.

Prendo lo zaino e su suo consiglio mi incammino verso la città alta, dove mi è stata segnalata una struttura che rimane aperta come presidio. Si tratta una casa molto carina e con poche stanze ma con un bel giardino in cui io – unico ospite – posso leggere, bere un caffè, scrivere questo pezzo. Oggi qui in città alta un sole arroventato illumina i bastioni fatti costruire dal Doge nel 500 per difendere la frontiera ovest della Repubblica Veneta dagli attacchi degli stati confinanti. Dietro questi bastioni mi sento protetto anche io, quasi al sicuro, mentre laggiù, in città bassa, continua l’assedio, un’offensiva incessante scandita dalle sirene delle ambulanze, cui prova ad opporsi solo la cavalleria leggera, composta da medici e infermieri ormai esausti.

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