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Campania, i gestori di scuole dell’infanzia e asili nido a TPI: “Situazione allo stremo, ma la Regione è del tutto assente”

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Un asilo nido a Borgosesia, in Piemonte. Credit: . ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

In Campania gli asili nido, le scuole paritarie e le scuole dell'infanzia private sono chiusi dal 30 ottobre. Ma stavolta potrebbero non farcela ad affrontare la crisi

“Viviamo in un grande deja-vù, sembra di essere di nuovo a marzo. Ci siamo indebitati per riaprire in sicurezza a settembre. Ora, con questa nuova chiusura, il rischio è davvero quello di chiudere le serrande per sempre”. A parlare a TPI è Katia Mascolo, presidente dell’Associazione SIC, che rappresenta i servizi educativi privati e paritari della Campania per la fascia di bambini dagli zero ai 6 anni. Gli asili nido e le scuole paritarie, rimasti chiusi da marzo a settembre, nella Regione vivono un nuovo momento di chiusura dal 30 ottobre, quando il governatore Vincenzo De Luca ha deciso di chiudere le scuole di ogni ordine e grado per fermare la risalita dei contagi. Poche settimane fa, De Luca ha deciso la riapertura degli istituti scolastici come nidi, scuole dell’infanzia e classi di prima elementare, subordinandola tuttavia a una campagna di screening della comunità scolastica e lasciando a sindaci e dirigenti scolastici l’ultima parola, quindi la situazione varia da città a città.

“I genitori, giustamente, sono molto spaventati e ritirano i bambini da scuola, oppure non pagano le rette anche a fronte del servizio di didattica a distanza”, spiega Mascolo. “Anche se, ovviamente, nel nostro caso non si può parlare veramente di ‘didattica a distanza’. La nostra è una missione di contatto, di relazione, rispetto a quanto accade per le scuole elementari o medie”.

A fronte della diminuzione delle entrate, ai titolari dei servizi educativi restano le spese da sostenere. “Anche noi abbiamo delle famiglie, dei figli, e le spese da pagare, oltre a quelli fissi di gestione dei locali”, dice la presidente di SIC. “Nei primi sei mesi di chiusura non abbiamo ricevuto alcun tipo di sostegno economico, solo alcuni di noi hanno potuto ricevere i 600 euro erogati dal governo. In molti non ce l’hanno fatta, le serrande sono rimaste chiuse”.

Dal canto suo, la Regione ha messo a disposizione 2mila euro una tantum, a fondo perduto, vincolati ai 100mila euro di fatturato per l’anno precedente, ma molte scuole non hanno potuto accedervi. “La situazione nel nostro comparto è davvero allo stremo”, sottolinea Mascolo. “In questi 9 mesi abbiamo provato a interloquire con le autorità regionali e nazionali. Con il governo c’è stata un’interlocuzione fruttuosa, è stata riconosciuta l’importanza dei nostri servizi educativi e sono stati stanziati dei fondi a nostro favore, che non sono stati però ancora erogati“, spiega.

“Alla Regione siamo stati ricevuti in periodo pre-elettorale e siamo riusciti ad ottenere che quest’anno il fondo nazionale 0-6, che di solito viene destinato alle scuole pubbliche e agli asili convenzionati col comune, sia in parte destinato alle paritarie. Sono rimasti fuori i nidi. Adesso però la Regione non ci considera tra le categorie in sofferenza, anzi, è del tutto assente nei nostri confronti”, aggiunge la presidente di SIC. “Nelle ultime dirette il governatore De Luca ha parlato della categoria con una sufficienza e una leggerezza che ci lascia basiti”.

La riapertura delle scuole dell’infanzia e delle elementari, in Campania, è stata subordinata agli esiti di uno screening sulla comunità scolastica, che per l’associazione sono stati “un flop“. “Tra i nostri associati ci sono persone che hanno provato per giorni e giorni a mettersi in contatto col numero verde, altre che hanno fatto i tamponi e sono ancora in attesa del risultato”, racconta Mascolo.

“Ora De Luca riapre perché nel frattempo gran parte dei sindaci ha già emesso ordinanze di proroga della chiusura”, spiega la presidente di SIC. “In questo modo la Regione si è solo lavata le mani del problema. Ma su che base i sindaci possono riaprire, con uno screening di questo tipo? Il silenzio della Regione è davvero la cosa più dolorosa”, conclude, “Non perché dobbiamo ricevere per forza dei fondi, ma perché il nostro è un comparto importante, che fa istruzione, educazione. Non possiamo essere dimenticati”.

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