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L’Italia che urla contro Amanda Knox si sta indignando per il motivo sbagliato

Di Luca Serafini
Pubblicato il 13 Giu. 2019 alle 14:59
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Immagine di copertina
Amanda Knox. Credit: AFP/MARIO LAPORTA

Amanda Knox – “Solo in questo paese potevi fare quello che hai fatto e farla franca”; “Ai modenesi: organizzate una fiaccolata per lei, ma con i manganelli”; “Per me sei e rimarrai sempre un’assassina”; “Che faccia di merda, riceverai solo sputi”.

Chiunque voglia prendersi la pena di compulsare i social in queste ore, potrà rendersi conto dei sentimenti di autentico sdegno che stanno accompagnano il ritorno in Italia di Amanda Knox, ospite del Festival sulla giustizia penale organizzato a Modena.

Una vergogna, secondo il tribunale del web, noncurante della sentenza della Cassazione che nel 2015 ha assolto la ragazza americana e Raffaele Sollecito per non aver commesso il fatto.

Una sentenza indegna, specchio di un paese marcio, berciano frotte di utenti neppure sfiorati dal dubbio.

Poiché molti tra questi hanno certamente l’abbonamento a Netflix, suggeriamo la visione del documentario “Amanda Knox”, disponibile sulla piattaforma streaming. Un’ora e mezza di testimonianza e ricostruzioni assai istruttive su ciò che davvero non funziona nel circo mediatico-giudiziario del nostro paese.

Il dato bruto da cui partire è questo: in anni di indagini non si è arrivati a trovare la benché minima traccia biologica che potesse provare la presenza sul luogo del delitto di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, una circostanza riconosciuta proprio dalla sentenza della Cassazione.

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La villetta di Via della Pergola in cui è stata uccisa Meredith Kercher. Credit: AFP / VINCENZO PINTO

Le uniche due presunte prove portate dall’accusa, il Dna di Sollecito sul gancetto del reggiseno di Meredith e il profilo genetico della stessa Meredith e di Amanda su un coltello trovato a casa dello studente pugliese, sono state completamente smontate dai periti super partes durante il processo di appello.

Gli stessi periti hanno parlato, in proposito, di evidenti contaminazioni su quei reperti, analizzati 45 giorni dopo il delitto, con tracce di Dna troppo esigue per determinarne un’attribuzione certa.

Le indagini sui reperti, come viene ammesso in colloqui intercettati dagli stessi operatori della polizia scientifica, erano state compiute in un contesto di “inverosimile disorganizzazione”, con poliziotti che non si cambiavano i guanti e i calzari.

La stessa Cassazione, nella sentenza del 2015, parla di “sorprendenti carenze nell’investigazione”.

A conti fatti, la stanza di Meredith Kercher era piena zeppa di tracce di Rudy Guede, l’unico condannato per l’omicidio (che in un’intercettazione su Skype prima di essere arrestato dice a un amico che “Amanda non c’entra nulla con questo fatto, lei non c’era”) e completamente priva di tracce della Knox e di Sollecito.

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Raffaele Sollecito con il suo avvocato Giulia Bongiorno durante il processo. Credit: AFP / FILIPPO MONTEFORTE

Tutto il castello giudiziario e mediatico costruito attorno a questo sostanziale nulla probatorio si basa su quella che sempre la Suprema Corte ha definito “la ricerca frenetica di un colpevole”.

Nel documentario di Netflix è un giornalista del Daily Mail, Nick Pisa, a far capire perché si siano tutti accaniti su Amanda Knox: “Il delitto aveva tutti gli ingredienti per diventare un caso mediatico: c’era l’intrigo sessuale, il crimine di donna su un’altra donna, una ragazza attraente come Meredith uccisa da un’altra ragazza attraente come Amanda”.

Quest’ultima è stata quindi immediatamente additata da media e tribunali popolari come “demonio dalla faccia d’angelo”, “crudele manipolatrice”, “pianificatrice di sesso”,”femme fatale”, “mangiatrice di uomini”.

Alcuni giornali raccontarono la bufala secondo cui Amanda, a causa dei suoi comportamenti disinibiti, avesse contratto l’Hiv (cosa che, ovviamente, non avrebbe comunque provato alcunché rispetto al delitto).

Il problema principale però è che a cavalcare certi racconti, nonché a edificarci sopra un castello accusatorio che ha tenuto due persone in carcere per anni, è stato innanzitutto il procuratore di Perugia Giuliano Mignini.

È proprio lui infatti che nel documentario di Netflix, dopo essersi definito un fan di Sherlock Holmes, dà subito dimostrazione di questa passione snocciolando gli indizi che, in assenza di prove biologiche, provavano a suo parere la colpevolezza di Amanda e Raffaele al di là di ogni ragionevole dubbio.

“Amanda era una ragazza disinibita, portava i ragazzi in casa –  ci spiega Mignini – Ascoltando le amiche di Meredith mi sono convinto che la ragazza inglese fosse antitetica ad Amanda”.

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Amanda Knox al suo arrivo a Seattle dopo la prima sentenza di assoluzione. Credit: AFP / KEVIN CASEY

Quanto basta, insomma, per ricostruire nei dettagli la scena del delitto: “Quella sera possiamo immaginare che Meredith si vede capitare in casa Amanda, Sollecito e Rudy. La ragazza inglese esprime sicuramente in maniera esplicita un giudizio morale negativo nei confronti di Amanda. Quest’ultima si deve essere sentita umiliata e inizia a minacciarla: ‘Adesso ti faccio vedere io che ti succede’. C’è un primo scontro e un crescendo di attacchi. Sollecito e Rudy secondo me hanno assecondato Amanda”.

Le prove su cui basare questa ricostruzione? Nessuna.

O meglio, secondo Mignini “Amanda aveva comportamenti inspiegabili, irrazionali”. La definisce una “anarcoide, una che si ribella all’autorità”, affrettandosi però a chiarire che potrebbe essere un tratto tipico di chi vive a Seattle. “Ma questo non lo so con certezza”, precisa.

Durante una perquisizione, “Amanda si coprì le orecchie come se ci fosse il ricordo di un rumore, un suono, un grido di Meredith. Indubbiamente io cominciai a pensare che lei fosse la colpevole”.

La condanna in primo grado di Amanda e Raffaele rende Mignini un eroe locale. “La gente mi stringeva la mano, mi faceva i complimenti, mi ringraziava”.

Già, la gente. Tanto le sentenze di colpevolezza quanto quelle di assoluzione sono state accolte da raduni di folle armate di forca, unite dalla granitica e ululata certezza che quei due fossero “assassini” e che meritassero solo “vergogna”.

Del resto è la stessa polizia perugina, dopo l’arresto di Amanda e Raffaele, a spiegare che erano state date “in breve tempo tutte le risposte che ci si aspettava. La stampa pressava, abbiamo sentito tutto il peso delle responsabilità di una città che voleva una risposta certa e la voleva subito”.

Già, la stampa. Titoloni su Foxy Knoxy, sul “diavolo e la manipolatrice”, ricami e controricami sui profilo psicologici dei due.

E quando si scopre che non ci sono prove? È sempre Nick Pisa del Daily Mail a indicare la scappatoia: “Guardandomi indietro le informazioni uscite erano folli, inventate. Ma siamo giornalisti, dobbiamo riportare quello che ci viene detto. Se dovessi verificare perderei lo scoop”.

Del resto, spiega Pisa, “non ho mai avute così tante prime pagine come in quel periodo, e vedere in prima pagina il tuo nome su un caso di cui tutti parlano è semplicemente fantastico, è uno sballo, potrei dire che è come fare sesso”.

Il documentario di Netflix si conclude con queste parole di Amanda: “Penso che la gente ami i mostri. Così, quando ce n’è la possibilità vuole vederli. La gente proietta le proprie paure. Le persone vogliono essere sicure di sapere chi sono i cattivi e che non sono loro. Abbiamo tutti paura, e la paura ci rende folli”.

Forse dopo quattro anni passati in carcere a fronte di una sentenza di assoluzione, con un’immagine triturata dai media di tutto il mondo, il suo ritorno in Italia dovrebbe essere accolto come un fatto di igiene giuridica.

Ma il tribunale dei social, si sa, si indigna quasi sempre per i motivi sbagliati.

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