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Fondi Lega: tutto quello che c’è da sapere sulla truffa allo Stato e sui soldi del partito spariti nel nulla

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Umberto Bossi e Francesco Belsito

Il 26 novembre 2018 la Corte d’appello di Genova ha condannato Umberto Bossi e Francesco Belsito per truffa ai danni dello Stato da 49 milioni di euro nel processo sui fondi della Lega.

L’ex segretario e l’allora tesoriere del partito sono stati condannati rispettivamente a 1 anno e 10 mesi e a 3 anni e 9 mesi, insieme ai tre revisori contabili Stefano Aldovisi, Antinio Turci e Diego Sanavio.

Inoltre è stata confermata la confisca dei milioni che il partito, secondo quanto stabilito dai giudici, avrebbe ottenuto in maniera irregolare.

The Post Internazionale ha condotto un’inchiesta giornalistica in cui ha fatto luce su come sono stati sperperati parte dei fondi della Lega svaniti nel nulla (qui il riassunto dell’inchiesta).

Cosa riguarda l’inchiesta sui fondi della Lega?

Il processo ha interessato i rimborsi elettorali ricevuti dalla Lega (che al tempo dell’avvio delle indagini si chiamava ancora Lega Nord) tra il 2008 e il 2010 e che fanno affluire nelle casse del partito circa 49 milioni.

Secondo gli inquirenti, i fondi sono stati usati illecitamente dal fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, dall’ex tesoriere Francesco Belsito e da tre dipendenti del partito e due imprenditori per spese personali.

L’inizio dell’inchiesta a Milano

L’inchiesta “The Family”, dal nome riportato sulla copertina di una cartellina di appunti in cui Belsito aveva riportato le spese della famiglia Bossi, risale al 2012.

Il 23 gennaio 2012 un militante della Lega Nord presenta un esposto alla Procura di Milano e il 4 aprile dello stesso anno la Guardia di finanza sequestra nella cassaforte degli uffici di Montecitorio del Carroccio la cartellina rossa con scritto, appunto, “The Family”.

Si scopre così che più di mezzo milione di euro del partito sono stati impiegati per le spese della famiglia Bossi, come per esempio la laurea in gestione aziendale conseguita in Albania dal figlio di Umberto, Renzo, all’Università di Tirana, costata 77mila euro.

A seguito dello scandalo, Belsito rinuncia alla carica di tesoriere, mentre Umberto Bossi lascia la segreteria del partito.

Il 10 luglio 2017 il Tribunale di Milano condanna in primo grado per appropriazione indebita il fondatore della Lega Bossi, il figlio Renzo e l’ex tesoriere Belsito rispettivamente a 2 anni e 3 mesi, 1 anno e 6 mesi e 2 anni e 6 mesi.

Nel 2015 una parte dell’inchiesta viene trasferita a Genova perché i bonifici per spostare su conti esteri i fondi della Lega sono partiti dalla Banca Aletti, con sede del capoluogo ligure. Gli indagati sono Umberto Bossi, Francesco Belsito e i tre revisori Stefano Aldovisi, Antinio Turci e Diego Sanavio.

La prima condanna a Genova

Il 24 luglio del 2017 il Tribunale di Genova condanna per truffa ai danni dello Stato Umberto Bossi e a Francesco Belsito rispettivamente a 2 anni e 6 mesi e a 4 anni e 10 mesi.

Secondo l’accusa, tra il 2008 e il 2010 sarebbero stati presentati rendiconti irregolari al Parlamento per ottenere indebitamente fondi pubblici usati per spese personali della famiglia Bossi.

I giudici di Genova condannano anche i tre revisori Stefano Aldovisi, Antinio Turci e Diego Sanavio e stabiliscono il pagamento di quasi un milione di euro a titolo di provvisione a favore di Camera e Senato, che si erano costituiti parte civile.

Il sequestro dei fondi

Oltre alle condanne per Bossi e Belsito, il Tribunale di Genova ordina il sequestro dei fondi della Lega in relazione alla presunta truffa ai danni dello Stato, stimata in 49 milioni, per rimborsi elettorali non dovuti dal 2008 al 2010. L’ordine viene emesso dal Tribunale il 4 settembre 2017.

Nei conti del partito, però, vengono trovati solo 2 milioni di euro. A seguito della scoperta, la Procura chiede di poter sequestrare anche le “somme future” fino a raggiungere la cifra di 49 milioni. I pm quindi vogliono che il sequestro non si limiti unicamente ai fondi che si trovavano sui conti al momento dell’avvio del provvedimento.

Il Tribunale però  respinge la richiesta della Procura di Genova, che reagisce facendo ricorso alla Cassazione. Ad aprile 2018 i giudici annullano la decisione del Tribunale e danno parere positivo al sequestro di “qualsiasi somma di denaro” riferibile alla Lega Nord.

Il caso viene rinviato nuovamente al Tribunale del Riesame, che il 5 settembre 2018 accoglie il ricorso e conferma il sequestro dei fondi del partito in relazione alla truffa ai danni dello Stato di 49 milioni.

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Il leader della Lega, Matteo Salvini, presenta poi ricorso contro l’ordinanza del Riesame, ma il 9 novembre 2018 la Corte di Cassazione conferma la decisione del Tribunale.

L’accordo con la Procura sulla restituzione dei 49 milioni

In base all’accordo raggiunto con la Procura di Genova il 18 settembre, il partito si impegna a versare 600mila euro l’anno su un conto a disposizione della Guardia da finanza. Per raggiungere questa somma, la Lega dovrà versare 100mila euro ogni due mesi.

I soldi messi a disposizione della Procura saranno presi dai versamenti effettuati dagli eletti, dalle donazione degli iscritti al partito e dal finanziamento pubblico del 2 per mille.

La soglia minima stabilita per la restituzione è di 600mila euro l’anno, ma la cifra potrebbe aumentare se gli introiti del partito dovessero essere superiori, al netto delle spese della gestione ordinaria.

L’inchiesta di Genova per riciclaggio

La Procura di Genova a gennaio 2018 ha anche aperto una nuova inchiesta per riciclaggio sulla Lega Nord contro ignoti: l’indagine prende il via da un esposto presentato a dicembre 2017 dal revisore Aldovisi, condannato a luglio per il presunto raggiro al Parlamento sui fondi della Lega.

L’inchiesta dei magistrati si concentra sul “possibile reimpiego occulto dei rimborsi-truffa ottenuti da Bossi e Belsito, secondo l’ipotesi accusatoria travasati attraverso conti e banche diverse, al fine di metterli al riparo da possibili sequestri”.

Le indagini si concentrano sul periodo in cui Roberto Maroni prima e Matteo Salvini poi ricoprono il ruolo di segretari della Lega.

L’inchiesta di TPI

Un’inchiesta di The Post Internazionale, realizzata da Giuseppe Borello e Andrea Sceresini, ha tentato di far luce sui 49 milioni della Lega svaniti nel nulla.

Nella prima puntata, una ex dipendente di alto livello della Lega, Daniela Cantamessa, storica ex segretaria di Umberto Bossi, ha raccontato che quando arrivò Roberto Maroni le finanze del Carroccio furono letteralmente dilapidate in poco più di due anni. Il tutto con l’assenso di Matteo Salvini.

Nella seconda puntata dell’inchiesta l’ex segretaria di Bossi ha accusato anche Giancarlo Giorgetti, attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, raccontando che tutte le attività della Lega vennero esternalizzate “con spese allucinanti” e che “il personale interno fu liquidato, nonostante costasse solo 4 milioni all’anno”.

Nella terza puntata, ha parlato per la prima volta l’uomo che sottoscrisse le spese che determinarono, nel giro di pochi mesi, il quasi totale svuotamento delle casse del Carroccio. Si tratta di Stefano Stefani, tesoriere della Lega durante la segreteria di Maroni e successore di Francesco Belsito.

L’interrogatorio dei pm di Genova dopo l’inchiesta

Dopo l’intervista esclusiva a TPI (leggi qui l’inchiesta realizzata da Giuseppe Borello e Andrea Sceresini) in cui parla dei 49 milioni di euro della Lega svaniti nel nulla, chiamando in causa l’attuale segretario del Carroccio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, Daniela Cantamessa, storica ex segretaria di Umberto Bossi, è stata sentita dai pm di Genova e dagli uomini del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza.

Cantamessa è stata interrogata nell’ambito dell’inchiesta per riciclaggio sui 49 milioni che, secondo l’ipotesi accusatoria, la Lega avrebbe fatto sparire all’estero. Una truffa che sarebbe stata ordita dall’ex segretario Umberto Bossi e dal tesoriere Francesco Belsito.

La condanna della Corte d’appello

Il 26 novembre 2018 la Corte d’appello di Genova condanna Umberto Bossi ad 1 anno e 10 mesi, e Francesco Belsito a 3 anni e 9 mesi nell’ambito del processo per la maxi truffa ai danni dello Stato da 49 milioni di euro.

Insieme a loro sono condannati anche i tre revisori contabili e viene confermata la confisca dei 49 milioni di euro che il partito, secondo quanto stabilito dai giudici, avrebbe ottenuto in maniera irregolare.

L’inchiesta di Milano

Nell’ambito del filone processuale rimasto a Milano, il 27 novembre 2018 il leader della Lega Matteo Salvini deposita alla cancelleria della Corte d’Appello una querela per appropriazione indebita nei confronti di Francesco Belsito, ex tesoriere del Carroccio.

La denuncia è necessaria per poter celebrare il processo d’appello: in base a una nuova nuova legge, varata dal Governo Gentiloni, la magistratura infatti non può più procedere d’ufficio per il reato di appropriazione indebita.

A Milano Belsito è imputato con Umberto Bossi e il figlio Renzo per il presunto utilizzo illecito dei fondi del partito: in primo grado l’ex tesoriere è stato condannato a 2 anni e 6 mesi, Bossi senior a 2 anni e 3 mesi e Renzo Bossi a un anno e 6 mesi. Il processo di secondo grado rischiava di saltare proprio perché la Lega non aveva presentato querela.

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