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In Nigeria le fake news diffuse su Facebook stanno provocando stragi tra etnie e religioni rivali

Un'inchiesta della BBC ha messo in luce il ruolo avuto da Facebook negli scontri interetnici e interreligiosi che stanno lacerando la Nigeria: l'odio alimentato dalle bufale che il social non riesce a rimuovere ha portato a scontri, rivolte e persino a omicidi di massa

Immagine di copertina
Credit: AFP /PIUS UTOMI EKPEI

Le fake news, come è noto, possono condizionare pesantemente l’esito di elezioni, mettendo a rischio la tenuta delle istituzioni democratiche.

Possono, come nel caso della scuola di Sandy Hook negli Stati Uniti, rovinare ulteriormente la vita di persone che hanno perso i propri cari in una strage.

Se però la cornice in cui vengono fabbricate e propalate è quella di un paese in preda da anni a violenza etnica e religiosa, magari anche con uno scarso tasso di alfabetizzazione digitale, le bufale acquisiscono un potenziale distruttivo che può portare persino a eccidi e stermini.

È successo con la strage dei Rohingya in Myanmar: Facebook ha infatti ammesso di aver avuto un ruolo (definito per la verità “determinante” da un report delle Nazioni Unite) nel fomentare l’odio nei confronti della minoranza musulmana in quel paese.

Sta succedendo nuovamente in Nigeria, un paese lacerato da decenni di attentati e conflitti interreligiosi (nel paese i cristiani rappresentano più del 40 per cento della popolazione).

Si va da Boko Haram, l’organizzazione terroristica più nota e presente prevalentemente nel nordest del paese, ai conflitti sanguinosi tra gli agricoltori di etnia Berom (cristiani) e i pastori nomadi di etnia Fulani (musulmani), che si consumano nella Nigeria meridionale.

Lo scorso giugno, lo scontro ha raggiunto uno dei suoi picchi nello stato di Plateau: un agguato di agricoltori Berom ai danni di pastori Fulami ha scatenato infatti una sanguinosa rappresaglia. Due giorni dopo, 86 Berom residenti in un piccolo villaggio, tra cui donne e bambini, sono stati massacrati da guerriglieri Fulani. La spirale di violenza è durata settimane.

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Cristiani Berom trasportano le bare di alcune delle 86 vittime del massacro del 23 giugno 2018. Credit: AFP

Cosa c’entra Facebook in tutto questo?

Come ha rivelato un’inchiesta della BBC, la stessa polizia nigeriana è convinta che diversi tra gli omicidi commessi siano legati alla diffusione di fake news o immagini incendiarie sul social di Zuckerberg.

Lo scorso 23 giugno, proprio il giorno della rappresaglia Fulani contro i Berom, su Facebook hanno cominciato a circolare immagini che non avevano nulla a che fare con quanto stava accadendo nello stato di Plateau.

Una foto di un bambino con la testa aperta da ferite da machete, case bruciate, cadaveri insanguinati scaricati in fosse comuni, altri bambini uccisi nei loro letti.

Scatti condivisi migliaia di volte tra gli utenti nigeriani, ma che si riferivano a stragi avvenute in altri paesi africani mesi o addirittura anni prima.

“Quando abbiamo visto quelle immagini, l’unica cosa che volevamo fare era strangolare il primo Fulani che ci capitava davanti”, ha detto alla BBC un ragazzo Berom. “Chi non reagirebbe così, se vedesse uccidere un proprio fratello?”

Anche a causa della diffusione incontrollata di questo materiale farlocco, nel distretto del Gashish si è scatenata una contro-rappresaglia dei cristiani Berom ai danni dei Fulani. Sono stati formati dei posti di blocco nelle autostrade, in cui gli automobilisti venivano fermati e, se individuati come persone di religione musulmana, uccisi.

Una “caccia all’islamico” costata la vita a decine di persone.

Terna Matthias, responsabile della comunicazione della polizia dello stato di Plateau, sostiene che “il distretto dove sono stati formati i posti di blocco non era sotto attacco. Tutto è avvenuto a causa di quelle immagini false circolate su Facebook. È così che tante persone sono morte, per colpa delle fake news”.

Matthias ha citato altri incidenti che si sono verificati a causa delle bufale diffuse su Facebook, più di una dozzina in tutto: omicidi, assalti a palazzi della politica o delle istituzioni, rivolte in strada e altro ancora.

La polizia nigeriana, per contrastare la marea montante di panzane online e per evitare che mettano in pericolo la sicurezza delle persone, è costretta a mobilitarsi sui social e a fare una continua opera di debunking, coinvolgendo anche figure di spicco delle comunità locali.

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Operazioni che però, nella maggior parte dei casi, si rivelano infruttuose.

“Le fake news aizzano una tribù contro un’altra, una comunità religione contro un’altra”, ha detto alla BBC un portavoce dell’esercito nigeriano.

La scarsa alfabetizzazione digitale in Nigeria

Su Facebook, in Nigeria, circolano migliaia di post il cui obiettivo è il puro e semplice incitamento all’odio etnico e religioso.

Nel paese africano, l’utilizzo di internet è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni: dal 2012 il numero di utenti è triplicato, raggiungendo una cifra superiore a 100 milioni.

Una nazione “giovane” dal punto di vista digitale è fortemente esposta alle conseguenze delle bufale online: pochissimi nigeriani sanno distinguere un contenuto vero da uno falso, quasi nessuno sa come segnalare a Facebook un post che viola le regole della piattaforma.

L’arrivo di Facebook, come in altri paesi africani e asiatici, ha coinciso quasi del tutto con quello di internet, ed è stato accolto come una rivoluzione da milioni di nigeriani che, di conseguenza, usano il social con entusiasmo ma anche con scarsissima consapevolezza dei rischi a cui sono esposti.

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Come avevamo già evidenziato in questo articolo, l’approdo di Facebook in paesi a scarsa alfabetizzazione digitale sta producendo danni enormi: in Myanmar ha contribuito a fomentare odio contro la minoranza musulmana dei Rohingya, nelle Filippine è stato utilizzato da Rodrigo Duterte per legittimare il suo potere autocratico e repressivo.

In entrambi i casi ha agito una combinazione letale tra un analfabetismo digitale dilagante e l’utilizzo massiccio di un social, Facebook, che nell’immaginario e nella pratica di milioni di persone ha rappresentato l’inizio dell’era della connettività.

Cosa (non) sta facendo Facebook in Nigeria

Facebook ha dato vita a numerosi progetti in Nigeria, come del resto in altri paesi considerati promettenti bacini per incrementare il numero di utenti, nazioni “vergine” dal punto di vista digitale e quindi in qualche modo da “colonizzare”.

Tra le iniziative messe in campo dalla compagnia c’è un programma di contrasto alle fake news già implementato in altri 17 paesi, e che prevede una partnership con l’agenzia di stampa francese AFP e l’organizzazione no profit Africa Check.

Nella sostanza, fact checkers esaminano i post che gli strumenti di intelligenza artificiale utilizzati da Facebook contrassegnano come sospetti, nonché quelli segnalati dagli utenti stessi.

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Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari e il suo vice Yemi Osinbajo si fanno un selfie con Mark Zuckerberg nel palazzo presidenziale di Abuja, il 2 settembre 2016. Credit: AFP

L’inchiesta della BBC ha però fatto emergere come questo programma sia al momento tutt’altro che efficace.

Finora, AFP e Africa Check hanno impiegato a tempo pieno solo quattro persone per individuare le fake news, all’interno di una piattaforma che viene utilizzata da 24 milioni di nigeriani ogni mese.

Una fonte interna a Facebook, che ha preferito restare anonima, ha rivelato alla BBC che spesso i fact-checkers si limitano a smascherare cinque notizie false in una settimana.

Non solo, ma nessuno dei quattro fact-checkers conosce l’Hausa, una lingua parlata da milioni di persone nel paese, e di conseguenza non è minimamente in grado di analizzare i post scritti in questo idioma.

Rispetto a quanto accaduto nello stato di Plateau lo scorso maggio, è stata la stessa BBC a segnalare a Facebook un filmato in cui si vedeva la testa aperta di un uomo, e che si è diffuso rapidissimamente contribuendo alla rappresaglia dei cristiani Berom contro i musulmani Fulani.

La clip, in realtà, era stata girata anni prima in Congo. Facebook ha immediatamente rimosso il post, ma da una rapida ricerca sul social, effettuata il giorno seguente, è emerso che quello stesso filmato circolava ancora, e veniva condiviso da migliaia di persone.

La figura di Idris Ahmed

A seminare odio online, in Nigeria, ci sono anche personaggi pubblici particolarmente in vista. Uno di questi è Idris Ahmed, direttore di un’organizzazione chiamata Citizens United for Peace and Stability, con base a Londra.

Ahmed, di etnia Fulani, nel corso degli anni ha scritto numerosi post che denigravano i cristiani Berom, definendoli “terroristi” e parlando esplicitamente della necessità di “spazzarli via”, tutti contenuti condivisi migliaia di volte tra i suoi numerosissimi follower.

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Idris Ahmed. Foto postata sul suo profilo Facebook

Facebook ha bloccato due volte il suo account, per poi riattivarlo alcuni giorni dopo. Di recente, lo stesso account è stato rimosso una terza volta, ma Ahmed ha altri profili “secondari” dai quali continua la sua opera di istigazione all’odio, profili seguiti da migliaia di persone e che non sono stati minimamente presi in considerazione dal social.

Come nei casi del Myanmar e delle Filippine, insomma, anche la Nigeria dimostra come la penetrazione di Facebook in società a scarsa alfabetizzazione digitale abbia conseguenze spesso nefaste.

La sua teorica opera di “socializzazione” fa in realtà da detonatore a tensioni etniche e religiose. Le fake news, in questo contesto, sono il pretesto ideale attraverso cui fomentare e rinverdire l’odio atavico tra piccole comunità tribali, rendendo sempre più difficile il già faticosissimo processo di dialogo interculturale di cui pure questi paesi avrebbero disperatamente bisogno.