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Ciclismo, Silvio Martinello a TPI: “Basta yes man, mi candido alla guida della Federazione. Covid? Prezzo altissimo”

Di Anton Filippo Ferrari
Pubblicato il 2 Ott. 2020 alle 15:45
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“Il futuro del ciclismo italiano può essere roseo, ma c’è bisogno di scelte lungimiranti”. Silvio Martinello, campione olimpico di Atlanta 1996 e commentatore tecnico per Radio Rai, è pronto a candidarsi alla Presidenza della Federazione Ciclistica Italiana. In attesa che venga fissata dal Consiglio Federale la data dell’Assemblea Elettiva Nazionale (entro il 15 marzo 2021) ci ha raccontato i suoi piani per il prossimo quadriennio.

È notizia di ieri la sua disponibilità a candidarsi alla Presidenza della Federazione. Cosa l’ha spinta a farsi avanti?
“La mia disponibilità parte dalle tante sollecitazioni che da tempo ricevo. Già nell’assemblea elettiva del 2017 c’erano state tante pressioni ma ritenni che non ci fossero le condizioni più che altro legate alle difficoltà relative alla mia vita lavorativa: sia la collaborazione con la televisione sia le mie attività che non ero in grado di abbandonare o delegare ad altri. È un progetto che ti porta ad essere impegnato a tempo pieno. Quattro anni fa declinai le sollecitazioni e promisi che prima o poi mi sarei organizzato in modo da essere disponibile. Nel territorio c’è una forte e reale voglia di cambiamento. Ora mi auguro di essere in grado di trasformarla in consenso. Poi, ovviamente, bisognerà risolvere le tante criticità che ci sono nel nostro movimento”.

Qual è la prima cosa che farebbe in caso di vittoria?
“Ci sono diverse cose su cui mettere mano. Le fondamentali sono l’attenzione concreta, anche dal punto di vista economico, verso le società di base che, anche a causa dell’emergenza sanitaria, sono in grandissima difficoltà; il calo di tesserati sopratutto tra i giovani; la poca promozione nelle scuole; e il grande problema di sicurezza. Le famiglie sono preoccupate di mettere i propri figli sulle biciclette e preferiscono altre attività sportive che si fanno in sicurezza. Il ciclismo non è solo strada, ma anche tanto altro. Ci sono tante attività ciclistiche che si svolgono in sicurezza. Pensiamo ai velodromi, ciclodromi, piste di bmx, ciclocross. Dobbiamo stimolare la realizzazione di impianti funzionali e utili. Come abbiamo visto, ciò non preclude a nessuno di poter diventare un campione su strada. Van Aert, Sagan e il campione del mondo Alaphilippe vengono dal ciclocross. Evans è stato il primo a vincere il Tour de France venendo dalla mountain bike. Se noi proseguiamo con il nostro modello attuale rischiamo di avere sempre meno giovani, oltre alla naturale selezione che c’è in ogni passaggio di categoria, e quindi di perdere competitività”.

Per questa corsa alla presidenza ha già pensato ai gregari su cui fare affidamento?
“Prematuro fare dei nomi. Voglio costruire una squadra di dirigenti che vorrei proporre insieme alla mia candidatura. L’obiettivo principale è di circondarmi di menti capaci di aiutarmi a trovare delle soluzioni. A me piace il gioco di squadra, sono lontano anni luce dal concetto di ‘uomo solo al comando’. Ci vuole collegialità per affrontare i problemi che ci sono. Negli ultimi decenni c’è stata purtroppo la tendenza, critica rivolta non solo all’attuale presidente ma anche a chi lo ha preceduto, di circondarsi solo di gente che spesso ti dice di sì e che poche volte ti aiuta a non commettere degli errori. Credo che questo concetto vada superato, bisogna fare dei passi avanti. Per farlo serve una squadra compatta che si possa anche contrapporre, ma sempre in modo costruttivo. Con me voglio persone capaci, volenterose e che abbiano competenze”.

Farebbe dei cambiamenti anche dal punto di vista tecnico?
“La federazione si è sempre avvalsa di eccellenti professionisti dal punto di vista tecnico. Ritengo che un nuovo eventuale consiglio federale abbia però tutto il diritto di fare le proprie scelte. Ma devo dire che siamo ben rappresentati dal punto di vista tecnico”.

La pandemia di Covid-19 ha messo in ginocchio diversi sport. Qual è la situazione nel ciclismo? Quali sono le prospettive?
“Il ciclismo vive di sponsorizzazioni. Facile comprendere come questa emergenza sanitaria stia recando gravi danni. Lo stiamo vedendo anche ad alto livello. Nel ciclismo di base queste difficoltà sono ancor più accentuate dato che lì mancano i grandi sponsor. Sarà sicuramente un’emergenza da affrontare. Tutte le discipline hanno pagato un prezzo molto alto e anche il ciclismo sta pagando un prezzo altissimo”.

Il ciclismo per tornare all’attività ha adottato dei protocolli sanitari. Come giudica il lavoro fatto da questo punto di vista?
“Le procedure sono molto serie e restrittive ed è giusto che sia così. Il ciclismo è riuscito a ripartire anche a livello giovanile. In tante altre discipline questo non è avvenuto. È stato fatto un ottimo lavoro. Grande impegno per gli organizzatori che non è facile affrontare sopratutto per le piccole realtà. Non era facile affrontare questa situazione sopratutto per un movimento che molto spesso, a livello di base, è anche gestito da soggetti di una certa età e che di fronte a certe responsabilità sempre più importanti preferiscono passare la mano. Dobbiamo fare in modo che nel 2021, nonostante l’emergenza sanitaria, riparta tutto o quasi tutto. Altrimenti rischiamo di perdere un’intera generazione”.

Domani parte il Giro d’Italia 2020, il primo nella storia ad ottobre. Il freddo e le condizioni meteo potranno essere determinati?
“Sì, il rischio è ben chiaro agli organizzatori, soprattutto nell’ultima settimana quando arriveranno le grandi montagne. Su molte vette ha già iniziato a nevicare. Prepariamoci al fatto che ci possano essere dei cambiamenti. Transitare sullo Stelvio a fine ottobre non sarà facile. Sarà un Giro d’Italia anomalo, duro come non mai. Speriamo di riuscire a correre in condizioni di sicurezza e normali dal punto di vista climatico. Ritengo però che sarà un momento importante. Di ripartenza. Non voglio fare paragoni estremi, ma pensiamo a come grazie al ciclismo il nostro Paese sia ripartito dopo la grande guerra”. 

I suoi favoriti per la maglia rosa?
“Io vedo favoriti quattro corridori: Nibali, Thomas, Yates e Fuglsang. Viste le tre tappe a cronometro e le difficoltà nel transitare su certe salite, direi Thomas. Poi ovvio ho delle speranze per Nibali, ma vedo Thomas davanti agli altri tre”.

Il Giro d’Italia 2020 con Nibali è il presente, ma qual è il futuro del ciclismo italiano?
“Il futuro potrebbe essere roseo se avremo la forza e le capacità di fare scelte lungimiranti che nel giro di qualche anno possano farci ritornare ad essere competitivi a livello internazionale. Ora purtroppo ci stiamo aggrappando al grande talento e al fuoriclasse che è rappresentato da Vincenzo Nibali che però non durerà in eterno. Dobbiamo creare le condizioni affinché i giovani talentuosi che abbiamo possano diventare delle stelle di prima grandezza anche tra i professionisti. Non è un lavoro che si fa in pochi mesi, ma si può fare”.

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