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Di Battista
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Garcia, la chiesa al centro della Champions

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Credit: Ansa foto

Oggi siamo tutti Rudi Garcia. E non solo perché, malgrado tutto, malgrado i soldi, gli sponsor, malgrado le pressioni del potere, il calcio grazie a lui oggi ci regala ancora la favola di Davide contro Golia. Non solo perché il “Piccolo” Lyone ha messo al tappeto il grande Manchester City. Non solo perché Rudi oggi viene investito da una ondata di affettuosa malinconia di tutti i suoi ex tifosi della Roma. Non solo perché i suoi correvano come frecce “grazie ad un preparatore atletico italiano”. Non solo perché il suo nome di nuovo scala la classifica dei temi discussi dai social.

Oggi siamo tutti Rudi Garcia anche – e soprattutto – perché Il mister del Lyone è una bellissima figura: elegante, colto, sarcastico. Figlio d’arte di un allenatore che amava il ciclismo e gli faceva sentire l’odore della canfora e del cuoio negli spogliatoi quando era bambino. Uomo intelligente ed elegante, grande coniatore di metafore, su cui svetta la leggendaria frase: “Abbiamo rimesso la Chiesa al centro del Villaggio”.

Ecco, oggi l’impresa sportiva stavolta ha rimesso Garcia, dove meritava, al centro della Champions. Mai supportato da un grande club, sempre partendo da outsider, ma mai per caso, prima al Lille, poi alla Roma, quindi al Marsiglia, e infine al Lyone, Garcia ha sempre faticato per costruire i suoi successi, ma ha spiegato al mondo che nulla accade mai per caso. Restano nella storia le sue bellissime frasi del giorno del Bataclan, quando si ritrovò allo stadio mentre i macellai piazzavano le bombe, e Rudi divenne un elemento dell’orgoglio francese: “I miei pensieri vanno ai familiari delle vittime e dei feriti. Non ci sono parole per descrivere questa tragedia. Restiamo uniti e solidali per costruire un avvenire migliore”.

E restano agli atti il suo stile, la sua eleganza, la sua ironia – celebre il gesto con cui mimava il gesto del violino alla Juventus – la stessa con cui ieri ha inciso una nuova impresa nel suo albo d’oro, mettendo al tappeto il blasonato Guardiola. Per questo il suo nome oggi viene trasfigurato, celebrato, diventa simbolo. Ricordo un suo sorriso nel momento dell’amarezza e dell’esonero, quando la Roma lo mandava via come un capro espiatorio, e le persone lo salutavano dispiaciute per strada: “Sono triste, ma non depresso. Adesso – diceva con un sorriso – porteremo il nostro calcio in giro per il mondo”. Bentornato Rudi: sei uno dei pochi che ancora è in grado di regalare emozioni, nel calcio dei soldi, delle classifiche prefabbricate e della plastica. Adesso vinci anche la finale, entra nell’albo d’oro della storia.

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