L’appello di Liliana Segre: “Basta all’odio nel mondo dello sport”

La senatrice a vita ha spiegato come contrastare gli episodi di violenza verbale e non che sempre più spesso si verificano nel mondo del calcio e dello sport più in generale

Di Niccolò Di Francesco
Pubblicato il 29 Ott. 2019 alle 14:11 Aggiornato il 29 Ott. 2019 alle 14:37
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L’appello di Liliana Segre: “Basta all’odio nel mondo dello sport”

“Basta all’odio nel mondo dello sport”: è l’appello lanciato da Liliana Segre, senatrice a vita e superstite dell’Olocausto, che ha presentato una mozione, calendarizzata per oggi, martedì 29 ottobre, per costituire una commissione straordinaria per i fenomeni di razzismo, antisemitismo, incitazione all’odio e alla violenza.

La donna, sopravvissuta alla Shoah, che nella giornata di ieri ha tenuto a Milano il convegno dal titolo “Dal binario 21 ad Auschwitz. Il linguaggio dell’odio: incontro con Liliana Segre”, ha parlato per l’appunto dell’odio che alberga sui social e anche nel mondo dello sport.

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“Io l’odio l’ho provato sulla mia persona, non è che ne ho sentito parlare o che sono la buona vecchietta contro l’odio. Io l’ho provato in prima persona, so che dalle parole dell’odio si passa ai fatti perché di questi io e la mia famiglia siamo stati vittime” ha dichiarato la Segre in un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport.

La Segre ci tiene a sottolineare che di sport sa poco, ma “vedo tante cose, anche quelle buone, i bambini negli stadi, certi gesti fraterni. In fondo il calcio è lo specchio del mondo che c’è fuori, nel bene e nel male”.

Tante cose positive, dunque, ma anche tante negative, come i saluti romani e i simboli nazisti in alcuni stadi o i buu razzisti, un fenomeno difficile da contrastare.

“La chiave è l’indifferenza. Quando noi eravamo nei campi di sterminio per la colpa di essere nati, eravamo tutti bianchi ma l’indifferenza del mondo intorno è stata totale, non eravamo di un colore diverso ma era come se lo fossimo” afferma la Segre.

“Oggi il Mediterraneo è la tomba di tante persone di colore che affogano, altri finiscono nei campi di detenzione in Libia. La loro morte o la loro non vita, nel secondo caso, è investita dalla stessa indifferenza di allora, non importava a nessuno dei lager di sterminio, non importa in realtà a nessuno di chi affoga nel Mediterraneo. C’è sempre un capro espiatorio e deve morire, deve essere ingiuriato, deve essere ritenuto diverso da te. L’odiatore è questo, è un indifferente. Se invece si sceglie da che parte stare per questi personaggi è più difficile”.

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Alla domanda su come si sia arrivati a questo punto, la senatrice a vita risponde: “Se lo sapessi sarei molto più importante di quello che sono, una nonna qualunque, quello che posso dire invece è che chi si è sacrificato per un mondo migliore, penso agli antifascisti, ai militari italiani finiti nei campi di prigionia in Germania quasi due anni per essersi rifiutati di firmare per la Repubblica sociale”.

“Tutti questi speravano in un mondo diverso di quello che poi è risultato in quella democrazia per cui molti erano morti. È stata una grande gravidanza, quella della democrazia, e purtroppo non ha partorito tanti bei bambini, ha partorito molti corrotti e corruttori e questi odiatori. Mi ero forse illusa che come erano morte le vittime fossero morti anche i carnefici. E invece no, sono rinati e sono lì più odiatori che mai”.

Eppure, spesso si minimizza quando episodi di razzismo o violenza verbale coinvolgono lo sport.

“C’è una tale differenza tra la parola sport e la parola odio che se quelli che si definiscono sportivi nel senso di appassionati avessero dentro di loro quello spirito di cui parlano, e che è agonismo quindi il contrario dell’odio, si renderebbero conto di come non possano esistere gesti come l’insulto al calciatore di colore. Per me ha significato riportare parole che credevo dimenticate, cose che ho vissuto per la colpa di essere nata, non ero di un altro colore ma era come se lo fossi”.

“Se adesso ancora spero che di questo si legiferi, si parli, significa che questo mi ha messo in un tale stato di preoccupazione per il futuro, per i miei nipoti, per i giovani che si abituano a questo linguaggio. E se si abituano poi cosa sarà di loro? Tutti dovrebbero combattere le parole d’odio perché sono ovunque e riguardano tutti: allo stadio, per la strada, al supermercato. Così poi si arriva allo sfogo corale dentro gli stadi e pensano di poter andare lì per potersi liberare e a quel punto non resta che sperare che ci siano i Daspo a tenerli fuori per anni” ha poi concluso la Segre.

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