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Parte il Giro delle lunghe ombre con un Peter Sagan in più ed un Beppe Conti in meno

Di Simone Gambino
Pubblicato il 2 Ott. 2020 alle 17:29 Aggiornato il 2 Ott. 2020 alle 17:29
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Immagine di copertina

Un Giro d’Italia corso in autunno non c’è mai stato e, speriamo, non ci sia mai più. Detto ciò, bisogna fare buon viso a pessimo gioco rallegrandosi del fatto che, a dispetto di tutto, le angherie dell’UCI a guida francese ancora più che del Covid, si correrà risalendo lo stivale dal duomo di Monreale fino a quello di Milano. Mauro Vegni, giustamente, non è voluto scendere a compromessi con l’ente internazionale che aveva fatto capire che, in presenza di una decurtazione di tre tappe della corsa rosa, proposta accettata peraltro dalla Vuelta Espaňa, si sarebbe evitata la concomitanza con le grandi classiche del nord. Bene ha fatto il patron del Giro a rifiutare questo diktat anche perché, nella sostanza, evitare le sovrapposizioni, o comunque ridurle, poco avrebbe inciso sulla starting list della corsa più dura del mondo.

Per merito involontario della pandemia, il percorso è uno dei più belli degli ultimi anni. Il recupero sul territorio italiano delle tappe originariamente previste in Ungheria ha consentito la creazione di tre nuove frazioni meridionali che conferiscono alla corsa un equilibrio geografico che mancava dai tempi del leggendario Vincenzo Torriani. La crono d’apertura da Monreale a Palermo, lo sdoppiamento della Castrovillari – Brindisi, con l’inserimento di Matera come arrivo e partenza intermedia, e, sopratutto, la cavalcata appenninica da San Salvo a Roccaraso Aremogna: sono queste le tre aggiunte che hanno migliorato di non poco un tracciato comunque già stimolante.

In questo contesto, non va dimenticato il fattore meteorologico. Questo implica la potenziale modifica alle due tappe fondamentali di questa edizione, quelle che prevedono passaggi oltre i 2.700 metri: la 18ma da Pinzolo ai Laghi di Cancano, con il Passo dello Stelvio, e la 20ma da Alba a Sestriere con il Colle dell’Agnello. Il percorso di riserva della prima, che prevede Tonale ed Aprica al posto della scalata dal giudizio inappellabile, come amava definirla Bruno Raschi, è decisamente molto meno duro. Si spera che per la frazione franco – piemontese, che probabilmente assegnerà la maglia rosa definitiva, venga approntato un piano B altrettanto impegnativo.

Il maltempo, tuttavia, potrebbe recitare un ruolo pesante in altre tre tappe che, però, non dovrebbero correre rischio di subire modifiche. La 9a frazione, da San Salvo a Roccaraso, ricalca non poco quella del 1980 che si concludeva sullo stesso traguardo. Si partiva da Foggia, in quel caso. In una giornata di nuvole basse, Bernard Hinault attaccò da lontano. Gli resistette solo il tandem GIS composto da Miro Panizza e Beppe Saronni. Quest’ultimo cedette sull’ultima salita. All’arrivo il bretone colse la sua prima vittoria al Giro, lasciando temporaneamente allo scalatore varesotto quella maglia rosa che si sarebbe poi ripreso definitivamente sullo Stelvio. Quattro giorni dopo è in programma la 12ma tappa che onora il 50° anniversario della nascita di Marco Pantani. Si parte e si arriva a Cesenatico seguendo il percorso della Nove Colli, una delle gran fondo più care ai ciclo amatori. Dovesse esserci brutto tempo, potrebbe uscire fuori una tappa che ridisegnerebbe la classifica. Ultima in questa lista mettiamo la 17ma frazione da Bassano del Grappa a Madonna di Campiglio che, se corsa in condizione avverse, potrebbe creare scompiglio, emettendo un giudizio quasi definitivo, soprattutto se saltassero le successive due salite totem.

L’analisi del tracciato sarebbe incompleta se non si tenessero in considerazione i 65 km contro il tempo disseminati lungo il percorso. Prologo, domani da Monreale a Palermo, ed epilogo, da Cernusco sul Naviglio a Milano, difficilmente produrranno distacchi superiori ai 30” tra i pretendenti alla vittoria finale. Più rilevante, invece, potrebbe essere il giudizio del wine stage di questo Giro: la crono del prosecco: 34 km da Conegliano a Valdobbiadene. Come per la tappa di Madonna di Campiglio, il peso specifico di questa frazione sull’esito finale della corsa sarà determinato dal tragitto effettivo che verrà poi percorso dai corridori nell’ultima settimana.

Il lotto dei partenti è tutt’altro che esaltante. In gara ci sono solo tre corridori che, in passato, hanno vinto un grande giro. Non a sorpresa, sono loro i favoriti. In pole position troviamo il gallese Geraint Thomas (Ineos). Vincitore del Tour 2018 e secondo in Francia l’anno scorso dietro al compagno Egan Bernal, Thomas dispone anche di una ottima squadra, pienamente in grado di controllare la corsa. L’inglese Simon Yates (Mitchelton Scott) pare essere l’avversario più pericoloso per il suddito del principe Carlo. Vincitore della recente Tirreno – Adriatico, lo yorkshireman ha un conto aperto con la corsa rosa che gli sfuggì dalle mani due anni fa quando crollò sul Colle delle Finestre. Ho il forte timore che il terzo posto nella griglia dei bookmaker di Vincenzo Nibali (Trek Segafredo) sia soprattutto un attestato di stima. Sarò felice se avrò torto ma, da agosto ad oggi, se ci sono stati progressi di forma da parte del messinese, sono stati tenuti ben nascosti.

Uscendo da questa trinità, il danese Jakob Fuglsang (Astana) cerca, a 35 anni suonati, la consacrazione in una grande corsa a tappe dopo averla trovata nelle classiche monumento vincendo l’anno scorso la Liegi – Bastogne – Liegi e quest’anno il Giro di Lombardia. In squadra con lo scandinavo, c’è anche un giovane russo di cui si dice un gran bene: Aleksandr Vlasov, vincitore nel 2018 del Giro Under 23. Ho il forte sospetto che sia lui il vero uomo di classifica della squadra kazaka. L’olandese Steven Kruijswijk (Jumbo Visma), similmente a Yates, è alla ricerca del giro perduto, nel suo caso con un tuffo nella neve lungo la discesa del Colle dell’Agnello nel 2016. Si dovesse tornare là in cima, avrà l’occasione per prendersi la più dolce delle rivincite. Il polacco Rafal Majka (Bora Hansgrohe) saprà finalmente passare dalla dimensione di cacciatore della classifica degli scalatori a quella più elevata di chi aspira alla maglia rosa?

Nibali a parte, cosa si può dire delle speranze italiane? Ci sarebbe piaciuto aggiungere il nome di Giulio Ciccone a quello dei favoriti per il successo finale. Il Covid, che ha colpito un mese fa l’abruzzese, ed il suo ruolo di apripista dello Squalo limitano fortemente le sue aspettative. Diego Ulissi (UAE Emirates), per la prima volta nella sua carriera parte da capitano. Dice di non voler fare classifica. Io non gli credo. Dai veterani Dario Cataldo (Movistar), Domenico Pozzovivo (NTT) e Giovanni Visconti (Vini Zabù KTM), oltreché dal giovane bergamasco Fausto Masnada (Deceuninck Quick Step), ci si aspetta un acuto. L’olimpionico Elia Viviani (Cofidis) andrà alla caccia della maglia ciclamino, già vinta due anni fa.

Nella sfida per la classifica a punti, la medaglia d’oro di Rio de Janeiro dovrà fronteggiare avversari di prim’ordine, a cominciare dal francese Arnaud De Mare (Groupama FDJ), vincitore della Milano – Sanremo 2016. L’australiano Michael Matthews (Sunweb) è abbonato alla vittoria al Giro, non essendo estraneo neanche alla maglia rosa. Il contendente più accreditato per la conquista della maglia ciclamino, tuttavia, è l’uomo in più di questo Giro d’Italia: il fuoriclasse slovacco Peter Sagan (Bora Hansgrohe), per la prima volta al via della corsa rosa. Il recente Tour de France ci ha dato l’immagine di un atleta spento che sembra aver imboccato il viale del tramonto. La speranza di tutti è che, strada facendo, il tricampione del mondo ritrovi l’esplosività perduta, quella che lo ha reso il ciclista più amato dell’ultimo decennio.

Per un Sagan che fa il suo esordio, c’è un addio, si spera temporaneo, che non può essere taciuto. Dopo 43 partecipazioni consecutive, non sarà al seguito del Giro il cantore del ciclismo Beppe Conti, l’ultimo aedo di una razza che con lui si estinguerà. Volutamente, non entriamo in merito alle scelte editoriali che hanno portato RaiSport a prendere questa decisione. Ci limitiamo a restare perplessi di fronte alla rinuncia all’impareggiabile combinazione di competenza tecnica e conoscenza storica offerta da Conti. Speriamo che non sia il pubblico televisivo a pagare il prezzo di questa inattesa svolta.

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