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Dalla povertà estrema alla Nazionale: l’incredibile storia di Armando Izzo

Di roberto bertoni
Pubblicato il 13 Set. 2019 alle 17:31 Aggiornato il 13 Set. 2019 alle 17:33
Immagine di copertina

Armando Izzo: dall’estrema povertà alla Nazionale. L’incredibile storia

Quella di Armando Izzo non è la storia di un calciatore: è la storia di un miracolo e di uno scampato pericolo. Perché questo ragazzo napoletano di ventisette anni, che oggi sta vivendo la fase più intensa e fortunata della sua vita, colonna del Torino e della Nazionale di Mancini, nel mirino di alcuni dei più grandi club europei, ha conosciuto l’inferno ed è riuscito a uscirne indenne.

Izzo è figlio della miseria e dei quartieri difficili di una città che, di per sé, è sempre stata complicata, un figlio della paura e della sofferenza. Scampia, terra di droga, criminalità, sconforto, un quartiere divenuto celebre con la definizione di Gomorra e costantemente in lotta con se stesso. Un’Italia nell’Italia, sia detto senza alcuna forma di pregiudizio o di razzismo, dove quasi ogni vicenda assume i contorni del dramma e da cui chi non riesce o non vuole integrarsi in quel tipo di sistema fa di tutto per fuggire.

Non ha potuto studiare ma il suo ragionamento vale più di mille insegnamenti teorici, in quanto si tratta di un’umanità appresa sul campo, di uno dei pochi casi in cui parlare di “università della vita” non costituisce un’aberrazione né una stucchevole forma di retorica.

Non è da tutti, infatti, ammettere di essere ignoranti. Non è da tutti riuscire ad accettare la propria condizione. Non è da tutti raccontare, con disperata naturalezza, una storia tragica come quella che Izzo ha vissuto. “Sono cresciuto a Scampia: papà lavorava anche 18 ore al giorno per garantirci una vita quasi normale. Poi una leucemia fulminante lo ha stroncato in due mesi. Aveva 29 anni, mia mamma 27 e io quasi 10. Sul letto di morte teneva stretto i miei 3 fratelli, tutti più piccoli. Stavo sulla porta, cercavo di non piangere. Da lontano mi ha fatto un cenno con la mano: diventavo il capofamiglia, altro che studiare. E infatti sbaglio i congiuntivi”.

Armando Izzo
Armando Izzo. Foto: Claudio Villa/Getty Images

Da lì la fragilità, la miseria, una cena per mesi a base di latte e pane duro e poi lo spettro della camorra, il rischio di diventare manovalanza della criminalità che pesca a meraviglia nel dolore degli ultimi, sfruttandoli non certo per favorirne l’emancipazione sociale ma per assoggettarli e renderli schiavo delle proprie paure e della propria povertà, trascinando i ceti più deboli in una spirale perversa da cui è quasi impossibile scappare.

“Mia madre – ha raccontato sempre Armando Izzo – prese a fare le pulizie nelle case: le davano 6 euro l’ora. E non si fermava mai. Io col pallone ci sapevo fare: a 14 anni dalla squadra di Scampia passai al Napoli”.

Un sogno, dunque, una fiammella di speranza perché quel ragazzo col pallone tra i piedi era davvero bravo, tanto che la madre gli ripeteva: “Ho sognato papà, aveva ali grandi. Dice di stare tranquilli: diventi calciatore”.

Tornei estivi, i primi soldi, finalmente l’idea di un riscatto possibile, di un destino cui ribellarsi, di una storia non scritta in partenza, di una vita non segnata dalla tragedia e dagli affanni.

Avrebbe voluto mollare, è stato anche tentato, ma ha avuto la fortuna di incontrare un procuratore perbene, un uomo retto come Paolo Palermo che lo ha supportato a dovere, impedendogli di compiere errori che, probabilmente, gli sarebbero stati fatali. Izzo sapeva, difatti, che, soprattutto per chi viene da un contesto come il suo, non è ammesso alcun cedimento, non è consentita alcuna deviazione.

La sua seconda fortuna è stata che in quegli anni, alla guida del Napoli, c’era un allenatore tosto, che non regala niente a nessuno ma è una persona di cuore, uno che dice le cose con schiettezza, che parla apertamente e in faccia, che crede nel prossimo e ha valori solidi. Armando Izzo divenne capitano della primavera e Walter Mazzarri decise di portarlo in ritiro con la prima squadra, dopodiché, vedendo che correva con le scarpe tre numeri più grandi, diede dei soldi al massaggiatore e gli disse di accompagnarlo in paese per acquistare quelle che preferiva.

Ha commesso anche degli errori, questo ragazzo appassionato e sincero, è stato coinvolto persino in una brutta storia di calcioscommesse ma adesso è libero, pulito, apprezzato da tutti e può finalmente godersi i frutti della fatica e del sudore.

“Sarò anche ignorante, ma onesto” ha asserito a tal proposito, e in questa frase è racchiuso il senso di una sfida, della vittoria che nessuno, comunque vada la sua carriera, potrà mai togliergli.