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Intervista a Pif: “Da quando sono agnostico Dio è molto presente nella mia vita”

Il conduttore, che sta lavorando a un film ambientato nel mondo dei riders, parla del suo rapporto con la religione: "Quando ero cattolico non mi facevo troppe domande. Ma il cristianesimo dovrebbe essere una religione scomoda e invece pensiamo di salvarci con la confessione. Ora che sono agnostico ho iniziato a cercare Dio. Il matrimonio? Oggi stare insieme per tanti anni è più difficile rispetto a un tempo e spesso ci si sposa solo per la coreografia. Io preferisco aspettare"

Di Arnaldo Casali
Pubblicato il 31 Lug. 2020 alle 15:55
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Immagine di copertina
Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. Credit: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Pierfrancesco Diliberto in arte Pif, classe 1972, conduttore televisivo, attore, scrittore e regista umorista e scanzonato, ha passato la quarantena montando il suo terzo film: E noi come stronzi rimanemmo a guardare (ma il titolo definitivo sembra che sarà E noi rimanemmo solo a guardare) ambientato nel mondo dei riders e interpretato da Valeria Solarino, Ilenia Pastorelli, Fabio De Luigi e Maurizio Nichetti. Ma anche interrogandosi su un tema che da qualche anno sembra stargli particolarmente a cuore: la religione.

Il suo primo romanzo – … che Dio perdona a tutti (Feltrinelli, 2018) – è un confronto a viso aperto con il cattolicesimo. Da quando si dichiara agnostico, d’altra parte, Pif ha iniziato a frequentare non solo preti e frati, ma anche papa Francesco, che ha incontrato un paio di volte e definito “una gran bella persona”. La sua prima uscita pubblica dopo la quarantena, poi, l’ha fatta confrontandosi con un arcivescovo – Vincenzo Paglia – per la prima puntata di Adesso in onda il Gp2, un talk show curato dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia (di cui Paglia è Gran Cancelliere) e trasmesso in diretta su Facebook.

Il Coronavirus ha sconvolto le vite di tutti. Fatta eccezione per i concorrenti del Grande Fratello e le monache di clausura…
“In teoria anche i detenuti del 41 bis, ma – come sappiamo – solo in teoria!”.
Tu come hai vissuto questo periodo?
“La prima settimana ho pensato che non era così male stare a casa. Da pigro era anche piacevole poter scendere in pigiama per montare il film online. È bello lavorare a casa quando di solito non lavori a casa, è bello stare dentro quando generalmente sei costretto a stare fuori. Io ho iniziato a rattristarmi quando ho preso coscienza che non ci sarebbe stato un giorno in cui ci avrebbero detto ‘è finita, liberi tutti’. E tutto sommato sono più depresso ora nel vedere tutti con le mascherine, non potersi stringere la mano…”.

Ci siamo ritrovati come in guerra.
“A Trastevere una signora molto anziana mi ha detto: ‘In realtà la guerra la vivevamo con più gioia perché non c’era questa paura e questa diffidenza nei confronti degli altri’”.
Hai detto di aver cominciato a considerarti agnostico quando ti sei accorto di non essere un cattolico praticante. Eppure la maggior parte di quelli che si definiscono cattolici non sono affatto praticanti.
“Ho avuto un’educazione cattolica: ho frequentato le scuole delle suore e dei salesiani, e ho visto otto volte Marcellino pane e vino. Eppure, quando ero ufficialmente cattolico, non mi facevo troppe domande. Quando hai una fede scontata non metti in dubbio niente. Da quando mi sono accorto che non vado a messa, non mi confesso, non vivo i precetti della Chiesa, ho iniziato a definirmi agnostico. Eppure, paradossalmente, da quando mi definisco agnostico ho iniziato a cercare Dio, e – di conseguenza – Dio è molto più presente nella mia vita”.

Paglia dice: “Se cerchi Dio, significa che lui ha già trovato te”.
“Farsi delle domande è importante, e questo non vale solo per la religione: non bisogna mai dare niente per scontato. Almeno, non dobbiamo dare per scontate le cose importanti della vita”.
Il tuo libro prende il titolo da un modo di dire siciliano: “Futti futti che Dio perdona a tutti”.
“Credo che il cristianesimo dovrebbe essere una religione scomoda, non facile da abbracciare. Invece la viviamo così: pensiamo di salvarci con la confessione. Mi dava fastidio questa cosa: io non voglio risolvere tutto con un Padrenostro e due Avemarie”.

Ultimamente ti stai occupando molto anche di disabilità.
“Quando il virus scomparirà noi torneremo a fare quello che vogliamo. I disabili no: allora immaginate che quello che abbiamo vissuto noi per due mesi loro lo vivono sempre, e spesso a causa della disorganizzazione e per la mancanza di cultura della disabilità e della diversità che c’è nel nostro paese”.
Non ti sei mai sposato per lo stesso motivo per cui ti definisci agnostico? Credi troppo nel matrimonio?
“Spesso si sceglie il matrimonio per tradizione. Interessa solo la coreografia che c’è intorno, e lo si fa con una certa superficialità, perché alla fine se si divorzia non crolla il mondo. Forse i preti dovrebbero rifiutarsi di celebrare certi matrimoni e mettere un minimo alla prova l’unione. Ho percepito che molti miei amici si sposavano soltanto per fare felici i genitori. Ma, visto che è una promessa davanti a Dio, andrebbe presa sul serio. Per questo io preferisco aspettare ancora prima di assumermi questa responsabilità”.

Messaggio politico elettorale. Committente: Tobia Zevi

Hai detto che stare insieme tanti anni è un lavoro.
“Una volta era più facile, anche perché c’erano convenzioni che davano al maschio una certa libertà rispettata e compresa e alla femmina una certa pazienza. Oggi con la parità dei sessi ma anche con la ‘pretesa’ di essere sempre felici le cose si sono complicate: dividere gioie e dolori 24 ore al giorno è diventato davvero un lavoro e si potrebbero rivendicare anche delle indennità!”.

Il tuo libro unisce proprio queste due tematiche: vita di coppia e religione.
“È la storia di un agente immobiliare che ha una grande passione per i dolci siciliani. Quando incontra la donna della sua vita, che è la figlia di un pasticcere, si accorge che lei è molto cattolica, e passa tutto il tempo a dirgli che non può mettere su famiglia con un non credente. Così, come provocazione, decide per tre settimane di mettere in pratica il Vangelo alla lettera, un po’ come san Francesco. Con conseguenze disastrose anche sul lavoro. Per dire, gli agenti immobiliari non ti dicono mai: ‘Qui c’è una macchia di umidità e non si sa da dove viene’. Se l’appartamento è al quarto piano senza ascensore e con una finestrella è bohémien. Invece lui dice sempre la verità. È un libro che parla anche di quanto sia difficile essere coerenti nella vita, oltre che essere cristiani”.

Parafrasando don Milani, potremmo dire che la coerenza non è più una virtù.
“Ci sono alcuni politici che rivendicano l’incoerenza tra teoria e pratica. Come Alfano, che quando il Papa parlò di sbarchi e accoglienza disse: ‘Una cosa è fare il prete e una cosa è fare il politico’. Salvini, invece, che si dice cattolicissimo, disse: ‘I preti facciano i preti e non rompano le palle ai sindaci'”.
Che cosa ti hanno insegnato i tuoi genitori?
“Mi hanno insegnato a non rassegnarmi. E ho avuto la fortuna di fare un lavoro che mi permette di non farlo”.

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