Paolo Rossi: “I miei amici scompaiono uno ad uno, mi stanno lasciando solo”
L'attore si confessa alla vigilia del suo debutto alla Milanesiana di Bormio
Dai maestri Dario Fo, Enzo Jannacci, Giorgio Strehler e Giorgio Gaber ai compagni di viaggio Stefano Benni e David Riondino: Paolo Rossi si sente sempre di più un reduce. È l’amara considerazione che l’attore fa in un’intervista al Corriere della Sera alla vigilia del suo debutto alla Milanesiana di Bormio con lo spettacolo Operaccia satirica – Onora i padri e paga la psicologa. “Non ho fatto l’Accademia, e me ne vanto, però sono partito subito imparando a bottega, anzi in trincea. Poi ho avuto dei compagni di viaggio che ultimamente mi hanno lasciato solo, parlo di Stefano Benni, di David Riondino. Dopo l’ultima scomparsa, parlando tra di noi, mi son detto: ‘Qui ci deve essere un cecchino’. E i casi sono due: o troviamo il cecchino, cosa quasi impossibile, oppure cambiamo trincea perché qui siamo troppo in vista” afferma l’attore. Paolo Rossi, quindi, aggiunge: “Ricordo una delle sue ultime frasi di Riondino: ‘Noi abbiamo iniziato un lavoro, qualcuno adesso lo deve finire‘. Mi sembra di essere in un film della guerra del ’15-’18, pare che io sia il sopravvissuto”.
L’attore, poi, parla del teatro come forma di comunicazione: “Sono l’ultimo dei Mohicani, l’ultimo analogico. E credo che nella società in cui viviamo l’ultima spiaggia analogica sia rimasta il teatro. Oggi viviamo nella società del palcoscenico: tutti recitano, a volte, anche meglio degli attori professionisti. La solitudine è un business. Pare che si voglia costringere la gente a uscire di casa il meno possibile. E qui c’è la forza del teatro: il teatro è pericoloso. Non tanto per quello che dice, ma perché attira le persone a uscire dalle proprie solitudini e a condividere per un paio d’ore una sorta di rito laico, è una forma di resistenza”.