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Max Pezzali è tornato e noi di TPI abbiamo ascoltato il suo nuovo album in anteprima

Di Franco Bagnasco
Pubblicato il 27 Ott. 2020 alle 16:06 Aggiornato il 27 Ott. 2020 alle 16:08
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Immagine di copertina
Max Pezzali. Credit: ANSA / MATTEO BAZZI

Il Re dell’orecchiabilità pop è tornato e ha ancora qualcosa da dire. A 52 anni suonati Max Pezzali per fortuna non ha più la preoccupazione adolescenziale di scoprire chi abbia ucciso l’Uomo Ragno, ma si rende conto (come quasi tutti i suoi coetanei) di vivere nella bolla di un vintage che tutto sommato acchiappa ancora. In una mezza età che brucia un po’ ma che resta spendibile Max Pezzali non rinuncia al fanciullino – più eterno Peter Pan che pascoliano – ma ormai l’ex ragazzo che è in lui guarda spesso al passato. Per forza: deve farci i conti tutti i giorni.

E il titolo del nuovo album, “Qualcosa di nuovo“, che esce il 30 ottobre per Warner Music Italy e che noi di TPI abbiamo ascoltato in anteprima, contrasta un po’ con quello sguardo melanconico che il nostro butta sul ponte dei ricordi. Al solito affollatissimo di immagini, luoghi, persone, citazioni. 12 brani che sono un romantico, ottimistico flashback dell’uomo che sussurrava agli 883. Un disco sicuramente più adulto senza rinunciare a quei candidi stupori, a quella cifra estatico-sdolcinata che è marchio di fabbrica. Realizzato col supporto dei camei di qualche rapper-trapper di pronto intervento, che serve a dare alla produzione un tocco di contemporaneità più commerciale che musicale. Ma in fondo è giusto così. Il mercato lo impone.

A parte qualche impiccio con la metrica, il singolo che dà il titolo al lavoro, “Qualcosa di nuovo”, è una ballata classicamente pezzaliana dove c’è la presa d’atto della fugacità della vita. Bella mia, sto invecchiando ma ti amo. Tema che implicitamente torna anche nella successiva, ingenua “Non smettere mai“, più forte musicalmente (un po’ come tutto l’album, tra l’altro ben suonato e ottimamente arrangiato) che sul piano testuale: “Non smettere mai di non essere uguale ogni giorno, ma di essere te”.

Nella rockeggiante “7080902000” (impreziosita da J-Ax, che entra rappando ironico sul finale) siamo in pieno amarcord, fra ginocchia sbucciate, odorosi cortili, genitori apprensivi, vecchie auto col finestrino aperto e la vita spendacciona di Johnson Righeira. A condire via il tutto, qualche spruzzata di reducismo e nostalgia q.b. Insomma, una versione attualizzata ma meno efficace della classicissima “Gli anni”, la pagina forse più azzeccata di Max in saecola saeculorum.

I ragazzi si divertono” è il cinquantenne con la sua vita (a volte problematica) che guarda con affetto ai pischelli di oggi, rimuginando sui suoi sogni e su ciò che è poi realmente stato; sul fatto che “Lo diceva anche il geometra al bar che non sempre capita una vita comoda”.

“Più o meno metà” è molto didascalica ma disvelante: “Degli occhiali da vicino vorrei non avere bisogno mai, per restare un po’ bambino, non dovere cambiare mai, il mio punto di vista”.

“In questa città” invece dà il destro all’ex ragazzo della profonda provincia pavese (messa per anni sotto la lente d’ingrandimento) per intonare un grido d’amore nei confronti di Roma, enorme e un po’ cialtrona. Dove alla fine tutto “si aggiusterà, sennò anche ‘sticazzi”. Frase che andrebbe scritta sui cartelli stradali già a Orte.

Ci sono i graziosi riempitivi dal testo banalotto, come “Se non fosse per te“, sempre sotto il segno del romanticismo cosmico: “Se non fosse per te, sarei ancora a pagina 1, impantanato in qualche casino, a dar sempre la colpa al destino”.

In “Sembro matto” (altra pagina non memorabile) Pezzali lascia spazio sotto finale al featuring di Tormento, dandogli con generosità la possibilità di salvare un po’ il pezzo.

Il lavoro migliore a mio avviso è la trascinante “Noi c’eravamo“, dall’impianto sin troppo classico ma musicalmente implacabile: “Cresciuti molto ma senza fretta, zona di comfort nella cameretta”, canta Max, facendone un po’ il manifesto di tutto il disco.

A seguire l’orecchiabile “Siamo quel che siamo” con la non indispensabile presenza di Gionny Scandal come guest. “Il senso del tempo” è una sorta di monito: per avere successo nella vita ci sono cose fondamentali che prescindono dall’apparenza, o dall’aver “fatto bene i compiti”.

Bisogna capire il tempo, e il nostro l’ha sempre capito e intercettato molto bene, se a distanza di anni, con un pugno di canzoncine attaccate al cuore dei fan, riesce ancora a riempire gli stadi. Sempre che si possa fare musica, naturalmente, visto che le due date della scorsa estate a Milano San Siro sono state rinviate causa Covid al 2021. Salvo nuovi imprevisti, naturalmente.

Nell’attesa, basta mettere a tutto volume il bel pezzo che chiude l’album: “Welcome to Miami (South Beach)”, la versione 3.0 di “Nord Sud Ovest Est”. Perché Max tiene a farci sapere che Roma sarà anche stupenda, che Pavia resta nel cuore, ma lui ha anche girato il mondo, perbacco.

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