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Hangry Butterflies, il documentario che racconta il lato più nascosto del disturbo del comportamento alimentare

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Hangry Butterflies, il documentario che racconta il lato più nascosto del disturbo del comportamento alimentare

Che questo sia un periodo difficile per tutti, non ci sono dubbi. Lo è per chi teme di ammalarsi, per chi sa che ammalandosi rischierebbe la vita e per chi è stato costretto a chiudere un’attività, a mettere da parte un sogno, a bloccare la propria vita in attesa di tempi migliori che non si sa quando e se arriveranno. Quando pensiamo alle persone più fragili e colpite da questa pandemia, pensiamo in termini di salute fisica e disagio economico, perché è quello che vediamo, quello che ci raccontano i media, quello che ci sembra prioritario adesso. Ma la fragilità non si ferma all’età e alle patologie pregresse. Esiste un’intera fascia di popolazione che è fragile, più fragile di altre davanti a questa pandemia, eppure risulta quasi invisibile ai media e alle istituzioni.

Si tratta delle persone affette da disturbi del comportamento alimentare in particolare e di malattie mentali in generale. E non parlo solo di quelle diagnosticate ma di quell’enorme popolazione in bilico, sull’orlo della patologia, non diagnosticata e non riconosciuta.

In Italia, ci sono circa tre milioni di persone affette da disturbi del comportamento alimentare. Ma tre milioni sono i malati conclamati, evidenti, diagnosticati, conosciuti. Le persone che soffrono e stanno male nel loro rapporto col cibo e col corpo sono molte di più. Solo durante questi mesi di pandemia, gli invii ospedalieri per DCA sono cresciuti del 30% e due persone su tre di quelle già malate hanno visto i propri sintomi peggiorare.

Con il mio documentario Hangry Butterflies ho cercato di raccontare il lato più nascosto e meno visibile della malattia ma soprattutto ho raccontato la risposta alla malattia che tante ragazze hanno saputo dare, con una community spontanea nata su Instagram. La community recovery di Instagram conta migliaia di profili, tutti incentrati sulla guarigione, sull’aiuto reciproco, sul sostegno degli altri. Sono profili per lo più anonimi ma pieni di verità che ogni giorno si conoscono, si confrontano, si aiutano. Sono la dimostrazione che il social è uno strumento e che può essere usato anche bene, anche per farlo, del bene.

Questa realtà virtuale ma anche reale – ho documentato io stessa il primo incontro “fisico” dei profili recovery avvenuto prima della pandemia – sconosciuta ai più, offre uno spaccato di vita, di adolescenza, di presa di coscienza ma offre anche un aiuto concreto alle tante persone che soffrono ma non si sentono “abbastanza malate per chiedere aiuto”.

Perché quando non ti senti abbastanza malata per chiedere aiuto, significa che sei già malata e che hai davvero bisogno di aiuto.

Articolo a cura di Maruska Albertazzi

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