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Divorzio a Las Vegas, una commediola inutile straordinariamente prevedibile

Di Franco Bagnasco
Pubblicato il 9 Ott. 2020 alle 09:28 Aggiornato il 9 Ott. 2020 alle 09:28
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Immagine di copertina
Giampaolo Morelli nel ruolo di Lorenzo

Dopo un assaggio di peyote da ragazzi, a Las Vegas, nel 1999, con tanto di relativo, stereotipato matrimonio mordi e fuggi sulla strip, Lorenzo (Giampaolo Morelli) ed Elena (Andrea Delogu), si ritrovano catapultati a Roma ai giorni nostri. Ma intanto si sono persi completamente di vista. Lui fa il ghost writer di politici a caccia di discorsi emozionali e ha un saggio amico de borgata (Ricky Memphis); lei è una manager di successo che sta per impalmare il ricco broker Giannandrea (Gianmarco Tognazzi).

Alt, dice la di lei amica Sara (Grazia Schiavo): questo matrimonio non s’ha da fare se prima non viene annullato quell’altro. Maddài. Che noia, che barba: tocca tornare a LA per firmare le carte con questo che quasi manco ricordo più chi sia, pensa Elena. Che si ritrova ancora catapultata nella rutilante città dove vale la pena spendere almeno un paio di notti, nella vita. Per respirare l’American trash a pieni polmoni. Piccoli equivoci, slot-machine, cene e furfanti. Vi dico il finale, o ci siete già arrivati?

Commediola romantica totalmente inutile e straordinariamente prevedibile (se non altro non nociva per la materia grigia come altra roba in circolazione) firmata da Umberto Carteni. Che si diverte a giocare fra citazioni filmiche, campi lunghi e qualche dronata, ben sapendo che l’80% del film te lo regala la location. Meglio se in sottofondo parte in scioltezza “That’s Life” di Frank Sinatra e si ammicca (debolmente) a “Una notte da leoni”.

Attenzione: “Divorzio a Las Vegas” non è una sorta di cinepanettone, come si immagina sarà invece l’imminente quanto imperdibile (c’è dell’ironia) “Lockdown all’italiana”. Ma un piccolo esercizio di stile soprattutto estetico. Peccato che dal cilindro, fra storia e dialoghi, esca ben poco.

Il cinema italiano di commedia si regge oggi sul volto del bravo Morelli, di solito servito in pacchetto standard con Serena Rossi e qui impegnato invece a interagire con la cine debuttante Andrea Delogu, volto televisivo. La vera novità del bigoncio, che qua e là mostra con grande parsimonia qualche centimetro di pelle a beneficio del fan club. Delogu sorprende perché sta sulla scena con naturalezza e se la cava meglio di tante improvvisate da lunga serialità. Anzi, non si nota granché la cesura fra la persona, il personaggio tv e l’attrice. Per riuscirci, o sei brava, oppure reciti da tutta la vita a prescindere da chi o che cosa tu abbia di fronte.

Per il resto, Memphis fa eternamente se stesso, e Tognazzi si è affezionato da tempo a questi piccole parti che sono quasi un carattere. Menzione speciale per la burrosa Grazia Schiavo, bravissima, che con una fisicità meno impattante potrebbe affrontare anche altri personaggi o copioni. Sono novanta minuti di romanticismo (a perdere) realizzati con il contributo della Regione Lazio. Che ricorda tanto il Nevada.

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