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Come cambierebbero i classici del cinema con la nuova (folle) regola degli Oscar (di F. Bagnasco)

Di Franco Bagnasco
Pubblicato il 10 Set. 2020 alle 18:18 Aggiornato il 10 Set. 2020 alle 19:04
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Immagine di copertina

Il politicamente corretto esasperato è un po’ come Venezia: bello, per carità, ma non ci vivrei. Stupendo, ma ci ucciderà lentamente. Prendi l’ultima follia (perché in altro modo non si può chiamare) hollywoodiana: i film che per essere candidati agli Oscar, ovvero il premio di categoria più ambito del globo, dovranno presto rispettare precise regole di inclusione relative a genere, orientamento sessuale, disabilità e appartenenza a minoranze. Questa ce l’ho, questa pure, quest’altra mi manca, signora mia. Riprovi calcando la mano con un po’ di jella e sarà più fortunato. La genialata che rischia di dare il colpo di mannaia a una creatività già sotto la tenda a ossigeno nel meraviglioso mondo del mainstream si chiama “Academy Aperture 2025”, e ha ormai il bollino dell’Academy of Motion Pictures of Arts and Sciences.

Come riportava ieri TPI, a partire dal 2024 (ragazzi, forse abbiamo ancora tre annetti per spassarcela in libertà) per essere ammesse nella rosa delle eleggibili, le pellicole, oltre ai normali requisiti di idoneità, dovranno avere “almeno un attore principale o un personaggio con un ruolo importante asiatico, ispanico o latino, nero o afroamericano, indigeno/nativo americano o dell’Alaska, Medio Orientale/Nordafricano, nativo delle Hawaii o di altre isole del Pacifico o appartenere ad altre etnie sotto-rappresentate. In più, almeno il 30% degli attori impegnati in ruoli minori dovrà rappresentare categorie quali donne, gruppi etnici, lgbtq+ o persone con disabilità fisiche o cognitive o sorde o con problemi di udito. La storia principale del film poi dovrà ruotare attorno ad uno dei gruppi appena menzionati”. Lo stesso copione politically correct di cui sopra, con lievi aggiustamenti, si dovrà praticare non solo al corpo del Film, ma anche ad altre tre categorie, ovvero: il team creativo/produttivo coinvolto; le opportunità lavorative offerte; il pubblico di riferimento. In un vero e proprio percorso a ostacoli sulla via della virtuosa inclusione che porta al Paradiso.

Seguendo le nuove regole, come sarebbero oggi i film vincitori: da Amadeus a Pretty Woman

Stiamo alle nuove, ferre regole. Per esempio, Murray Abraham nei panni di Salieri vinse l’Oscar nel 1984 per “Amadeus”, ma in futuro essere dannatamente bravi probabilmente non basterà. Per arrivare all’ambita statuetta lo stesso film dovrebbe avere: un regista sordo (pardon, non udente) con in mano le partiture del genio di Salisburgo, il protagonista di colore (Wolfang era austriaco, bianco caucasico, ma se date retta a me ci mettiamo Will Smith) con una torbida storia omosex con un clavicembalista turco; il tutto realizzato da una casa di produzione messicana. Così nelle pause vai di burritos per tutti, ma non ditelo all’Academy che ci si diverte.

Andrebbe meglio a Julia Roberts, che nel 1991 fu Miglior attrice per “Pretty woman” (una prostituta è sicuramente una minoranza e sicuramente da tutelare), ma in tutta evidenza si tratta di un film con troppi bianchi nel cast: dunque via Richard Gere; mettiamo piuttosto Danny Trejo, il latino protagonista di “Machete”. Però con una evidente zoppia, perché già sei pieno di soldi, ti compri tutti i negozi di Rodeo Drive, ti porti a casa Julia Roberts, ti vorrai mica intestare tutte le fortune del bigoncio?

E Federico Fellini? Sì, per carità: vinse l’Oscar nel 1975 con “Amarcord”, ma qui ormai andrebbe bene forse solo il titolo, che sa di vecchia Romagna. Da tutelare come le piadine e il labrusco. Il resto è da buttare. Capirai, il giovane Titta che passa da adolescente ad adulto tra i personaggi folkloristici tipici di un paesino nell’Italia fascista. Troppo normale. Non è cosa. Il nuovo “Amarcord”, se proprio vuoi ambientarlo in Italia (con una produttrice rigorosamente lesbo-chic), lo trasferisci in Sicilia, dove se non altro si può introdurre l’innovativo argomento Mafia. Quella al cinema non passa mai di moda. Sarà però la cupa storia di uno stilista etero (in fondo il grande schermo deve sempre stupire mostrandoti l’impossibile) che, afflitto da diabete, rievoca con nostalgia in un lungo flashback tutte le serate passate al bar del paese mangiando chili di granita ai gelsi con la crema e il Tuppo. 183 mila calorie. Sino all’arrivo dei tipici squadroni della morte LGBTQ+ isolani collusi con i Narcos colombiani, che ogni volta fanno fuori tutti a colpi di sventagliate di mitra. Solo l’intervento di un Carabiniere transessuale, segretamente sposato con una vedova orfana brutta e obesa, riesce a sventare l’assalto finale, all’arma bianca. Portato avanti da un commando di nani trentini portatori d’handicap, a colpi di gavettoni di grappa.

Come dite? Troppo complicato e poco credibile? Forse. Eppure finirà così. Dal 2024 avremo solo film così candidati agli Oscar. Ma c’è una soluzione che non sfuggirà ai cervelloni di Hollywood: basta prendere Morgan Freeman, da sempre il campione del politicamente corretto, e affidargli tutti i ruoli davanti  e dietro le quinte: dalle luci alla sartoria; dai ruoli principali alla maschera in sala. Il pistolotto buonista finale di Morgan è come il limoncello: lo offre la Casa.

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