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“A scuola a merenda pane e olio. La plastica? Bandita”: a TPI parla la preside che ha fatto la rivoluzione ambientale nel Cilento

La preside è di Marano di Napoli, ma lì non c'erano le condizioni per una rivoluzione ambientale. "Tanto degrado, tanta camorra, non lo vedevo possibile. Magari oggi lo è. Anzi, forse adesso possono nascere progetti visionari. Ma io no avevo più voglia"

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 2 Set. 2019 alle 20:11 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 03:04
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Immagine di copertina

La preside della terra di fuochi porta la rivoluzione dell’ambiente in una scuola del Cilento

“Ho fatto una scelta originata inevitabilmente dalla mia vita. Vengo da quel fazzoletto di terra a nord di Napoli definito così brutalmente “terra dei fuochi”. Ho avuto modo di vedere la devastazione ambientale con i miei occhi”.

A parlare a TPI è Maria De Biase, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo Statale Santa Marina – Policastro, un piccolo comune nel cuore del Cilento, dove questa preside illuminata, in 12 anni di lavoro e lotte, è riuscita a portare una vera rivoluzione.

Non si tratta di novità epocali o gesti straordinari, ma piccole e sane abitudini introdotte non senza difficoltà, conducendo la scuola e i suoi piccoli “abitanti” verso un rapporto ecosostenibile con la società e tra loro stessi.

Nella scuola dove si è trasferita da Marano di Napoli, la professoressa ha insegnato a centinaia di bambini che può esserci un altro modo di studiare e imparare. Un modo più slow dove i tempi sono rilassati ma non pigri, dove la natura può essere ancora protagonista e fonte di ispirazione e insegnamento. Un luogo dove si alimentano relazioni vere senza dover rinunciare al progresso scientifico e tecnologico. Ecco cosa ha cercato e cerca ancora di fare Maria De Biase.

Nella scuola della preside De Biase per merenda si intende pane e olio perché le classiche merendine confezionate sono state bandite, così come la plastica. Con gli olii esausti si realizzano le saponette, mentre tutti gli alunni si portano borracce e posate da casa al momento del pranzo.

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La De Biase si è sempre posta il problema dell’ambiente, fortemente influenzata dal disastro ambientale che si è consumato nella sua terra di origine:

“Se le scuole avessero ben lavorato, ben vigilato in maniera più consapevole, quel disastro poteva non avvenire. Sono andata via, non ne potevo più di lavorare sempre contro tutto e tutti. Ho pensato che questo Cilento, questo lembo di terra che appartiene alla Campania è rimasto salvo, si può lavorare sulla prevenzione”.

Perché non ci ha provato nella sua terra?

Un progetto come il mio lì avrebbe molto senso, ma per me era tutto difficile. Tanto degrado, tanta camorra, non lo vedevo possibile. Magari oggi lo è. Anzi, forse adesso possono nascere progetti visionari. Ma io no avevo più voglia.

In una terra come il Cilento l’ho visto possibile. Sono 12 anni che faccio la dirigente scolastica, tutto fatto a piccoli passi. La gente pensa di poter fare tutto e subito. Sono processi di tipo culturale, bisogna entrare nella testa delle persone. Il mondo della scuola è quello più restio al cambiamento. Qui è stato abbastanza possibile. Cominciare con la prevenzione, l’attenzione ai rifiuti, la costruzione delle compostiere e poi piano piano ho eliminato le stoviglie usa e getta dalle cucine, dalle mense. Ho trovato una squadra.

Ha sostituito le merendine confezionate con una fetta di pane e olio. Come l’hanno presa i genitori?

L’utilizzo della merendina nel mondo globalizzato è anche un modo per dichiarare di essere appartenente a un ceto sociale medio. Vado al supermercato con il carrello e compro quello che l’industria e la tv mi propone.

La proposta del pane e olio è un po’ come tornare indietro, come voler portare a un’età bucolica i loro figli, come se uno volesse rimarcare una povertà. È da troppo poco tempo che ci siamo affrancati dalla fetta di pane e olio perché prima si mangiava per necessità, non per scelta. Il passaggio fondamentale è proprio questo: riposizionare l’eco-merenda nella contemporaneità, mai dire “tonare indietro”, questo è il futuro. È la merendina che è vecchia. Se si riesce a far passare questo concetto qui è più semplice farlo accettare prima al mondo adulto e poi ai bambini.

E i bambini?

I bambini sono sempre disponibili. Ai bambini piace di più la fetta di pane e olio rispetto alla merendina. Nonostante i loro cervelli siano stati lavati, il gusto rimane lo stesso, il succo d’arancia, la fetta di pane e marmellata buono piacciono di più.

La fetta di pane piace meno ai genitori. Prima di tutto per il discorso di cui sopra, poi perché bisogna prepararlo, è più facile infilare una merendina in uno zaino che tagliare il pane la mattina. Ha a che fare con la cura. Mette in crisi l’impianto delle nostre vite contemporanee.

Lei ha introdotto tante attività all’aria aperta, oltre che la necessità per i bambini di preparare le cose da soli. Tutto questo non toglie tempo all’apprendimento?

Questo fa parte del cv scolastico. Adesso si parla di questi temi qua: ecosostenibilità, attenzione all’ambiente, sono questi i temi su cui anche il ministero deve battere. Noi lo abbiamo fatto prima. Non sono delle discipline a parte, sono trasversali a tutto il fare scolastico. Non tolgono tempo.

Tutto l’apprendimento viene curvato in base a questi temi. Non sono a parte. Gli apprendimenti seri vengono costruiti in base a quest’ottica. È un processo lungo, non concluso. Siamo work in progress. Certi meccanismi ora sono ben oleati, sono passati.

Lei viene dalla “terra dei fuochi”, ma da cosa nasce questa visione?

Sono figlia di contadini, ho amore per la terra, i miei occhi hanno visto la devastazione. E quindi questa sensibilità si è acuita rispetto all’attenzione al creato, alla natura.

Una cura per l’ambiente ma anche per la salute.

Siamo la regione con il numero più alto di obesità infantile. Per me è un grande dispiacere e una grande contraddizione. Siamo nel luogo dove è nata la dieta mediterranea, dove l’attenzione al buono al sano è millenaria, e poi questi bambini mangiano i wurstel. Mi sembra doveroso intervenire.

E a mensa?

Non controlliamo le mense però le condizioniamo: abbiamo le cuoche, abbiamo eliminato i surgelati, abbiamo gli orti, molti prodotti vengono anche offerti alle mense.

Cosa dice dei programmi?

I programmi non ci sono più nelle scuole, ci sono le indicazioni nazionali, gli obiettivi di massima cui tendere. Ho dato molta attenzione alla didattica cooperativa, al lavoro di gruppo, uscire fuori dalle aule, utilizzare la natura come pretesto di apprendimento.

Ho pensato alla responsabilizzazione dei ragazzi più grandi, e funziona benissimo. C’è il valore dell’esempio, dei valori positivi. Ci tengo a utilizzare lo stare fuori dall’aula con l’occasione dell’apprendimento.

In Italia c’è una buona tradizione rispetto a questa cosa. Ci sono diversi istituti che guardano al nord Europa. C’è poco da imparare all’interno di un’aula. Qui abbiamo il mare, abbiamo il fiume, abbiamo una natura molto bella: va utilizzata, siamo fortunati.

E la tecnologia?

Abbiamo tanta tecnologia, non può essere eliminata. Abbiamo gli ultimi ritrovati, i tablet, siamo una scuola contemporanea. Le due cose devono stare insieme. Guai a dare esclusiva importanza all’uno o all’altro.

Lei ha detto la scuola è un non-luogo.

Le scuole sono massificanti, seguono pedissequamente il già detto, già fatto. La scuola dovrebbe essere un luogo di affetti, di relazioni. Invece non lo è, è quella dei numeri, delle prove invalisi, del mordi e fuggi, degli orari, poi ci lamentiamo che i ragazzi vivono una condizione di malessere.

Invece le relazioni, il cibo, la convivialità la fanno diventare un luogo di relazioni. Adesso c’è una competitività che l’ha disumanizzata. Non si cresce bene. I ragazzi hanno bisogno di autorevolezza, quella è un’altra cosa.

I bambini di oggi sono gli stessi di ieri?

No, c’è la componente dello smartphone che li ha resi diversi. Hanno altre categorie mentali. Entrare in relazione con questi bambini è quella la sfida, entrare in relazione con loro. Appartengono a un mondo dove un adulto non sa metterci un piede.

E come si fa?

I bambini lo lasciano il cellulare se li porti a correre sulla spiaggia. Bisogna trovare un modo per interessarli. Ad esempio noi abbiamo fatto un modulo di trekking, con un’app installata sul cellulare dove si vanno a trovare il nome e l’uso delle piante. Coniughi il movimento con l’uso della tecnologia e l’apprendimento. Poi preparano le slide, le mostrano agli altri, natura e tecnologia possono stare insieme. Così come possono stare insieme la creatività, la fantasia.

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