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Svezia, i figli dei rifugiati ridotti in coma per colpa di una particolare sindrome

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Da 20 anni una pericolosa sindrome colpisce i bambini arrivati in Svezia da rifugiati e gli esperti stanno ancora studiando il fenomeno

La Svezia è uno dei paesi europei che ha accolto più rifugiati. Nel 2015 sono arrivati 163mila richiedenti asilo in pochi mesi; 36mila minori non accompagnati, più della metà afghani. 

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Tuttavia, lo spettro del rimpatrio ha fatto sorgere una particolare sindrome che da circa 20 anni colpisce i figli dei rifugiati con manifestazioni allarmanti: alcuni dei bambini sono entrati in uno stato di coma, una sorta di disconnessione dal mondo reale, dopo aver scoperto che alla propria famiglia è stato negata la richiesta d’asilo e che potrebbe essere loro negata in futuro.

A esserne colpiti sono soprattutto i bambini provenienti dai paesi ex sovietici, dall’ex Jugoslavia o dalla minoranza Yazidi.

Gli esperti non hanno ancora scoperto con certezza quale sia la causa di questo fenomeno, denominato come “sindrome della rassegnazione“, o uppgivenhetssyndrom, in svedese.

Si pensa che questo fenomeno possa essere di natura psicologica, probabilmente correlato a episodi di trauma e di forte stress causato da tutte le esperienze negative che hanno dovuto vivere queste famiglie, una sorta di meccanismo di difesa.

Nel 2016 sono stati ben 169 i casi in cui i figli dei rifugiati sono stati colpiti da questa sorta di disconnessione dal mondo reale. Tutti riscontrati in Svezia.

I casi sono stati documentati anche dal fotografo Magnus Wennman, le cui immagini sono tra le finaliste del World Press Photo.

Sono bambini arrivati piccoli, o molto piccoli, in Svezia, cresciuti imparando una lingua e una cultura spesso molto differenti da quella dei genitori, e oppressi da una burocrazia stringente che rischia di rispedirli indietro.

Alcuni scettici, però, hanno diffuso la teoria secondo cui i bambini sarebbero indotti dai loro stessi familiari ad agire in questo modo per evitare di tornare nel paese di origine.

Ma gli studi condotti finora negano questa possibilità e parlano più di una “psicogenesi culturale”, ossia un fenomeno imitativo.

Anche la Bbc aveva documentato i casi dei bambini affetti da questa pericolosa sindrome, raccontando la storia di Sophie, una bambina di nove anni che si muove grazie ad una sedia a rotelle.

Sophie è una disconnessa dal mondo nonostante l’apparente benessere. Da quasi 20 mesi è nutrita attraverso il tubo trasparente collegato al naso e, sotto la sua tuta, indossa un pannolino.

Lei e la sua famiglia sono richiedenti asilo dall’ex Unione Sovietica e sono arrivati in Svezia nel dicembre 2015, dove abitano negli alloggi destinati ai rifugiati.

“Quando spiego ai suoi genitori cosa è accaduto, gli racconto che il mondo è stato così terribile che Sophie si è scontrata e disconnessa con la parte cosciente del suo cervello”, spiega la dottoressa Hultcrantz,volontaria dei Doctors of the World.

Una malattia, un trauma che porta questi bambini a “ritirarsi” dal mondo: avendo assistito ad una violenza estrema, in particolare nei confronti dei genitori, o che sono fuggiti da un ambiente insicuro, sono diventati molto più vulnerabili.

E la storia della famiglia di Sophie rientra in queste categorie, con i suoi genitori perseguitati dalla mafia locale dell’ex URSS.

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