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Task force, comitati tecnici, saggi: il simbolo del fallimento della politica (di Elisa Serafini)

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Possiamo dirlo senza sensi di colpa? Le task-force nazionali e regionali che sono state messe in piedi in questi giorni somigliano più a comitati elettorali che ad organizzazioni utili a risollevare le sorti del Paese. E c’è una ragione: la creazione del comitato di saggi o degli esperti rappresenta per sua stessa natura il fallimento della politica. Non perché gli esperti non siano utili, o perché non ci sia bisogno di tecnici, ma se si ricorre alle task-force, per altro senza utilizzare un bando, ma con il sistema degli “amici di”, significa che la classe politica non è stata in grado di valorizzare ed attrarre profili qualificati nei partiti, negli organi di governo e nella Pubblica Amministrazione.

Mentre nella politica questa dinamica è più comprensibile, poiché il consenso richiede capacità spesso differenti dalla sola competenza, nella PA questa mancanza assume una forma ben più grave, perché indica due scenari: o nei nostri ministeri non abbiamo persone abbastanza qualificate, oppure le persone qualificate non sono state valorizzate, e quindi non sono riuscite ad assumere ruoli apicali.

Le conseguenze di questo mancato meccanismo sono molto gravi: uno Stato che non può contare su una classe di governo qualificata, che sia politica o della Pubblica Amministrazione, è uno Stato fragile che non solo non è in grado di crescere, ma nemmeno di sopravvivere, soprattutto in condizioni di avversità o di grandi cambiamenti.

Nel contesto europeo, l’Italia è un caso isolato: Francia e Germania possono contare sul personale formatosi nelle scuole di eccellenza della pubblica amministrazione, Svizzera, Regno Unito e Irlanda hanno costruito negli anni sistemi di assunzioni nel settore pubblico che hanno attratto i migliori professionisti del settore privato, attraverso premi, selezioni e valorizzazione del merito.

In questi paesi, lavorare per lo Stato è considerato un onore, un privilegio concesso solo ai migliori, in Italia, task-force a parte, lavorare per lo Stato è considerato un fallimento. E infatti molti dei membri delle task-force, non lavorano per lo Stato.

Ad oggi in Italia contiamo oltre 450 tecnici incaricati in 15 diverse task-force nazionali, più centinaia di persone coinvolte nelle squadre regionali, per altro alcune costruite in modo maldestro, come quella della Liguria che ha escluso i medici, suscitando le proteste della categoria. Ad oggi queste squadre di saggi, ambasciatori e super esperti appaiono quindi più come un comitato elettorale, nato per dare incarichi e visibilità a persona già allineate o vicine alla politica, che un reale esercito di funzionari altamente qualificati.

Non sono supereroi, sono, il più delle volte, professionisti dei salotti buoni, professori universitari certamente competenti nel loro ambito di ricerca, ma persone che non hanno scelto di fare politica, non sono state votate né scelte attraverso un metodo politico, e che oggi si ritrovano a prendere decisioni politiche, seppur senza alcun potere esecutivo. Che tutto questo sia considerato normale è il mistero di questi giorni.

Stiamo vivendo gli effetti di una democrazia drogata, che supplisce le sue mancanze di pubblica amministrazione e partiti con il doping dei tecnici, chiamati solo per passare il compito corretto dal primo all’ultimo banco. Ma se la classe politica ha fallito, è bene che si sappia, perché di fronte all’evidenza dei problemi è più semplice individuare le soluzioni.

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