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Fase 2, i criteri di Colao per le riaperture: ecco le condizioni per la fine del lockdown

Di Anna Ditta
Pubblicato il 16 Apr. 2020 alle 08:14 Aggiornato il 16 Apr. 2020 alle 08:48
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Immagine di copertina
Vittorio Colao. Credit: EPA/WILL OLIVER

Fase 2, i criteri di Colao per le riaperture: ecco le condizioni per la fine del lockdown

Il primo contatto tra il comitato tecnico-scientifico e la task force guidata dall’ex Ad di Vodafone, Vittorio Colao, si è tenuto ieri, mercoledì 15 aprile. I due gruppi si stanno confrontando su tempi e criteri delle riaperture e della fine del lockdown, ma sono entrambi consapevoli che la decisione sarà in mano al governo. Il comitato economico guidato da Colao si trova di fronte le prime sfide: gli esperti arrivano quando già il lavoro è stato avviato, e per questo il manager da Londra- da dove continua a lavorare coordinando la task-force voluta dal premier Giuseppe Conte – ha chiesto al commissario Domenico Arcuri a che punto sia l’approvvigionamento di mascherine. Un punto considerato fondamentale per garantire la sicurezza dei cittadini nella “fase 2”.

I criteri per le aziende

Oltre ai dispositivi di protezione individuale, ai test sierologici e all’app per tracciare il contagio, la squadra di Colao punta a capire quali filiere sono in grado di lavorare in sicurezza. Secondo quanto riporta Repubblica, il gruppo di esperti è scettico sull’ipotesi di una ripresa scaglionata per fasce d’età, ma anche sulle riaperture decise in base ai criteri ai codici “Ateco” che definiscono le diverse attività produttive. Conta anche la situazione dei trasporti a livello territoriale: intorno alle grandi città, nei luoghi in cui gli operai dipendono da pullman, autobus, metropolitane, è ovviamente una situazione più complicata.

Oggi Colao presenterà al presidente del Consiglio un rapporto con i primi consigli, le raccomandazioni, soprattutto sui protocolli di sicurezza necessari per dare il via alle aperture di comparti o grandi fabbriche già prima del 4 maggio. Spetterà al premier Conte decidere se già lunedì sarà possibile riaprire alcune linee produttive. Non è detto che si cominci con il settore dell’auto e della metallurgia, più facile che ad avere prima il disco verde sia il settore del tessile, della moda, dei macchinari per l’agricoltura, secondo quanto riferisce all’Agi una fonte ben informata. Confindustria spinge da giorni per le filiere tessile e meccanica. In ogni caso una decisione finale verrà presa solo nei prossimi giorni.

Il prossimo 4 maggio, comunque, molte delle attività produttive dovranno riaprire e farlo in sicurezza. I trasporti restano un nodo cruciale, per cui la ministra Paola De Micheli è al lavoro su ipotesi – come un’app o orari scaglionati di lavoro – per evitare assembramenti sui mezzi pubblici.

Malumori per la mossa della Lombardia

Mentre i due comitati sono al lavoro, ci sono regioni che continuano a muoversi in autonomia. La Lombardia, per esempio, chiede di ripartire già dal 4 maggio, seguendo la “regola” delle 4D (distanziamento, dispositivi, digitalizzazione e diagnosi). Ma la richiesta suscita malumori nella task force. “Allora noi cosa ci stiamo a fare?”, si chiedono gli esperti dinanzi alla mossa del governatore Fontana. “Colao non ha certo bisogno di farsi vedere in tv o di uno strapuntino da sottosegretario. Se continua così, finirà che si tira indietro”, ha detto un esponente di peso della maggioranza di governo, citato in un retroscena del Corriere della Sera.

Il governo resta spiazzato dalla richiesta e sostiene che occorra un piano articolato, altrimenti c’è il rischio che i contagi risalgano. “La richiesta della Lombardia di avere il via libera alle attivita’ produttive a partire dal 4 maggio è un errore”, dice il viceministro al Mise e deputato M5S lombardo Stefano Buffagni. “Da sempre Fontana ha sostenuto una linea rigorosa e fortemente restrittiva e oggi, sorprendentemente, decide – non si comprende sulla base di quali dati – di aprire. Andare in ordine sparso rischia di alimentare confusione nei cittadini e nelle imprese”.

Un chiarimento sui compiti della task force, in ogni caso, è stato chiesto da più parti. “Nessuna delega a decidere”, sostiene il presidente del Consiglio. Il comitato economico, come quello scientifico, ha il compito di fornire dei suggerimenti, di studiare un piano – soprattutto su nuovi modelli di lavoro – ma non ha l’ultima parola. I comitati servono da supporto al governo ma le valutazioni finali arriveranno nel Cdm, con Conte che si assumerà in prima persona le responsabilità.

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