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C’erano una volta le due locomotive d’Europa: la parabola discendente di Lombardia e Germania

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Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Quella sera sulla facciata del Palazzo della Regione fu fatta proiettare una scritta a caratteri cubitali: “La Lombardia vince”. Era martedì 24 giugno 2019: a Losanna, in Svizzera, il Comitato Internazionale Olimpico aveva appena assegnato a Milano e Cortina l’organizzazione dei Giochi invernali del 2026. Scene di giubilo sotto la Madonnina, persino gli altoparlanti sugli autobus Atm avevano comunicato la notizia in tempo reale ai passeggeri: “Tutti pronti a scendere in pista!”.

Ancora pervasa dall’inebriante successo dell’Expo, Milano vedeva all’orizzonte un’altra opportunità di crescita e sviluppo. Il meritato suggello a un momento d’oro. Tra i più entusiasti c’era ovviamente il sindaco Beppe Sala: “Cominceremo a lavorare subito, alla milanese”, annunciava compiaciuto. E giù applausi.

A volte, però, la vita ti prende in contropiede. Esattamente un anno dopo quella vittoria il volto di Sala si era fatto tirato: “Per la prima volta in vita mia dormo male e soffro”, confidava il sindaco intervistato su TPI da Selvaggia Lucarelli, il 4 luglio 2020.

In quei dodici mesi era cambiato il mondo, il Covid lo aveva ribaltato. E aveva capovolto in particolar modo la prospettiva per Milano e la Lombardia: la locomotiva vincente dell’Italia si era improvvisamente ritrovata a essere la regione occidentale più martoriata dalla pandemia. Ospedali nel caos, strade deserte, serrande abbassate, famiglie sul lastrico. Com’era potuto accadere? Ed era solo colpa del virus?

Lombardia e Germania in difficoltà

Ne stiamo parlando con i verbi al passato, ma l’onda non si è ancora ritirata. Mentre scriviamo la Lombardia è in zona rossa e viaggia su una media di 80 decessi Covid al giorno. Lo scorso 22 marzo, dopo settimane di disservizi nei centri vaccinali di mezza regione, il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, è stato costretto ad azzerare il cda della partecipata Aria Spa. Ultimo di una sterminata serie di fallimenti nella gestione della pandemia da parte del Pirellone, tra assessori balbettanti, delibere suicide e indagini penali.

Il Covid ha messo a nudo le fragilità di un sistema che era descritto come perfetto e che invece non lo era. Ma il discorso non vale solo per la Lombardia. Il 24 marzo a Berlino la cancelliera Angela Merkel – l’artefice, negli ultimi quindici anni, del dominio tedesco sull’Europa – si è presentata davanti ai microfoni e, sorprendendo tutti, ha revocato il lockdown duro di Pasqua annunciato appena 24 ore prima: “Errore mio, chiedo scusa a tutti i cittadini”.

La Lady d’acciaio si avvia al tramonto della sua era tra le difficoltà. Alle elezioni regionali del 14 marzo il suo partito, la Cdu, ha subìto le peggiori sconfitte della sua storia in Baden Wuerttemberg e in Renania. Secondo un sondaggio pubblicato a fine marzo dall’istituto Forsa, a livello nazionale il blocco conservatore Cdu-Csu raccoglierebbe oggi il 26% dei voti, nove punti in meno rispetto a fine febbraio.

Ralph Brinkhaus, capogruppo della coalizione nel Bundestag, ha recentemente sostenuto, in un’intervista al quotidiano Die Welt, che la Germania necessita della “riforma del secolo, forse una rivoluzione” e ha espresso dubbi sul fatto che l’ordinamento tedesco sia “adatto al mondo digitale del XXI secolo”. Un’autocritica grave, per un Paese che da solo produce un terzo del Pil europeo.

In questa “caduta degli dei”, Lombardia e Germania hanno avuto una parabola discendente per certi versi simile. Ma ognuna con specificità proprie.

La gestione del Covid in Lombardia

In Lombardia il Covid si è palesato come uno tsunami alla fine del febbraio 2020. Da allora la regione ha contato più di 31mila morti attribuiti al virus: più del Canada e circa lo stesso numero della Turchia. Una strage favorita da una molteplicità di fattori.

In primis – hanno sostenuto molti addetti ai lavori, lombardi e non – è stato determinante in senso negativo il modello organizzativo della Sanità regionale: un sistema ospedale-centrico, con un ruolo troppo defilato per la medicina territoriale. Quando la pandemia si è abbattuta sulla Lombardia, i cittadini si sono così rivolti in massa agli ospedali, intasandoli e generando dei focolai proprio laddove si andava a cercare la cura.

Questo modello organizzativo è da ricondurre alla Legge regionale numero 23 del 2015, varata sotto la presidenza di Roberto Maroni. La legge ha rivoluzionato la Sanità lombarda. Brevemente: le Asl sono state abolite e sostituite da Asst e Ats, il privato accreditato è stato messo sullo stesso piano del pubblico, sono state accentrate le politiche sanitarie e quelle sociali ed è stata creata un’Agenzia per la promozione del sistema socio-sanitario lombardo.

Proprio per la portata rivoluzionaria, al momento della sua introduzione, fu stabilito in accordo con lo Stato che si sarebbe trattato di una legge sperimentale e che cinque anni dopo si sarebbero tirate le somme. Ebbene, nel dicembre 2020 l’Agenas (Agenzia nazionale per i Servizi Sanitari regionali), in un rapporto di 70 pagine, ha sostanzialmente bocciato la Legge 23: la Sanità lombarda andrà dunque ridisegnata.

All’interno di questo assetto organizzativo problematico, la Regione ha poi compiuto errori madornali, come la famosa delibera dell’8 marzo 2020 con cui stabilì il trasferimento dei pazienti Covid non gravi nelle Rsa, portando in pratic il virus proprio nei luoghi più a rischio.

Poi c’è l’annosa questione della mancata zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro, alla quale TPI ha dedicato una importante inchiesta e su cui c’è un stato un rimbalzo di responsabilità tra Regione e Governo nazionale: la Procura di Bergamo sta indagando per epidemia colposa.

Ma l’elenco dei passi falsi è ancora lungo, dagli errori di calcolo che a gennaio 2021 hanno costretto i cittadini lombardi a una settimana di zona rossa in più per sbaglio al già citato caos della campagna vaccinale. Per non dire dell’inchiesta “Camici sporchi” che vede indagato il governatore Fontana e delle ripetute gaffe dell’assessore al Welfare, Giulio Gallera, poi obbligato a dimettersi.

La gestione del Covid in Germania

Se in Lombardia la gestione del Covid è stata un disastro fin dall’inizio, in Germania le cose sono andate in modo diverso. Durante la prima ondata del virus Berlino è stata indicata da molti come un modello da seguire, imperniato su una solida rete sanitaria territoriale e su un sistema di tracciamento efficace. Nella primavera 2020 la cancelliera Merkel ha così consolidato la propria autorevolezza e nei mesi estivi è stata decisiva in sede europea per il varo del Recovery Fund.

I problemi sono cominciati con l’arrivo dell’autunno. Nel mese di ottobre i casi giornalieri hanno preso ad aumentare: la risposta del Governo federale è stata, all’inizio di novembre, un lockdown leggero, che però non ha dato i risultati sperati. A quel punto la situazione è sfuggita di mano. Lo si capisce bene osservando il trend dei decessi quotidiani: 27 settembre 5 morti, 27 ottobre 81 morti, 27 novembre 405 morti, 29 dicembre 1.244 morti.

Poco prima di Natale la Germania è entrata in lockdown e da allora non ne è ancora uscita. La curva dei decessi si è piegata: 20 gennaio 1.052, 19 febbraio 571, 31 marzo 206. Oggi la Germania conta circa lo stesso numero di decessi giornalieri della Lombardia. Ma il fallimento nella gestione della seconda ondata rischia di costare molto caro a Merkel, che avrebbe voluto essere più tempestiva con le restrizioni autunnali ma che si è scontrata contro il muro dei Land e con le resistenze interne alla propria coalizione per calcoli politici.

Lombardia e Germania: la crisi dell’auto

Mentre sul piano della gestione del Covid le storie di Germania e Lombardia sono profondamente diverse, su quello della crisi economica che ne è seguita ci sono diversi punti di contatto.

L’economia tedesca, come quella lombarda, è tipicamente manifatturiera, con una vocazione spiccata per il settore meccanico e in particolare per quello dell’automotive. Entrambe, poi, fanno leva sulle esportazioni. La produzione industriale nel 2020 è crollata dell’8,5% in Germania e del 9,8% in Lombardia (rispetto all’anno precedente). L’export tedesco – che rappresenta la metà del Pil – è calato del 9,9%. Il fatturato estero lombardo – che da solo assorbe un terzo delle vendite oltre-confine italiane – ha perso il 10,6%, trascinato giù proprio dalle difficoltà della Germania, che rappresenta il primo partner commerciale della Lombardia.

Devastante è stato l’impatto della crisi del settore auto. Secondo Acea, l’associazione dei costruttori europei, la produzione nel 2020 è crollata del 23% in Unione europea e del 24% in Germania. Basta considerare che le imprese metalmeccaniche lombarde producono da sole circa il 40% della componentistica montata nelle auto tedesche per capire cosa sia accaduto nel triangolo Milano-Bergamo-Brescia.

Due economie in frenata

Ma sarebbe sbagliato attribuire tutto alla valanga del Covid e pensare quindi che – superata l’emergenza sanitaria – tutto si risolverà. Le economie di Germania e Lombardia erano in contrazione e preoccupavano già prima della pandemia. Per restare nel settore dell’auto, la produzione nel 2019 era caduta del 5,3% in Ue e del 9% in Germania, principalmente per colpa delle tensioni sui dazi tra Usa e Cina.

Nel 2019 la produzione industriale lombarda aveva sfiorato la recessione (+0,1%) e aveva fatto segnare – dati Unioncamere – un -2,3% per i mezzi di trasporto, +0,2% per la meccanica, -1,4% per la siderurgia, -1,5% nel tessile, -1% nell’abbigliamento. Solo le calzature (+2%) e l’alimentare (+3%) si erano salvati. L’export manifatturiero era cresciuto appena dello 0,7%, frenato dalle incertezze a livello internazionale, prima fra tutte la già citata guerra commerciale fra Trump e Xi Jinping.

Proprio questo clima di tensione – ben prima del Covid – era stato tra i fattori determinanti della debole crescita tedesca degli ultimi anni. Il Pil della Germania nel 2019 era rimasto piatto (+0,6%) dopo il non esaltante +1,3% del 2018. Oltre alle politiche sui dazi, Berlino ha pagato a caro prezzo la concorrenza sui prezzi dell’acciaio da parte di Cina, Russia e Turchia. Senza contare la resistenza di Usa e Ue sul progetto del gasdotto North Stream 2, che hanno reso – e tutt’ora rendono – più complicato il percorso della Energiewende, la transizione verso energia a basso impatto ambientale.

Sul piano interno, hanno pesato – e tutt’ora pesano – non poco le crisi delle due più importanti banche tedesche, Deutsche Bank e Commerzbank, tra titoli tossici e tassi negativi.

In Germania c’è poi chi inizia a dubitare seriamente sulla controversa politica del surplus commerciale (che nel 2020 è stato pari al 5,3% del Pil, dopo il 7,6% del 2019). La strategia è nota: spingere forte sulle esportazioni tenendo basso sul fronte interno il potere d’acquisto (cioè i salari). Ma secondo alcuni analisti questa tattica sta diventando nociva. “Risulta essere una passività piuttosto che una risorsa”, ha dichiarato a luglio 2018 Gabriel Felbermayr, direttore del Centro per l’economia internazionale presso l’Ifo, principale think tank economico tedesco, intervistato dall’emittente statunitense Cnbc.

Elezioni e commissariamento

A settembre 2021 in Germania ci saranno le elezioni politiche. Secondo John Plassard, investment specialist del gruppo Mirabaud Am, “chi sarà il prossimo cancelliere dipenderà da come evolverà la pandemia e quali saranno le sue conseguenze economiche per il Paese”. In Lombardia, invece, si dovrebbe votare nel 2023, ma c’è chi – alla luce dei fallimenti della Giunta Fontana – invoca il commissariamento della Sanità regionale. Intanto, in un anno Milano è precipitata dal primo al 12esimo posto nella classifica del Sole24Ore sulla qualità della vita nelle città italiane.

Il Covid ha capovolto il mondo e fermato la corsa di due locomotive che però, come abbiamo visto, già prima della pandemia erano in frenata.

A proposito del caso tedesco, l’economista Jean-Paul Fitoussi ha recentemente osservato in una intervista all’Huffington Post: “Dalla Seconda guerra mondiale, ci sono sempre stati periodi in cui la Germania andava molto bene e periodi in cui andava molto male. Stiamo passando da un periodo in cui la Germania andava molto bene a un altro in cui andrà peggio”.

Quanto alla Lombardia, basta forse una citazione di Lucio Dalla per riassumere il momento negativo: “Milano vicino all’Europa, Milano che ride e si diverte, Milano che – quando piange – piange davvero”. La canzone, poi, però prosegue così: “Milano che come un uccello gli sparano ma riprende il volo”. In fondo, fra cinque anni ci sono le Olimpiadi.

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