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“Se lui avesse avuto il braccialetto elettronico, Deborah sarebbe viva”: Mara Carfagna a TPI sul femminicidio di Savona

Di Charlotte Matteini
Pubblicato il 15 Lug. 2019 alle 21:52 Aggiornato il 16 Lug. 2019 alle 19:45
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Immagine di copertina
Domenico Massari; Mara Carfagna

Il femminicidio di Savona in cui è stata uccisa Deborah Ballesio ha scosso l’opinione pubblica. La 39enne è stata uccisa dall’ex marito Domenico Massari nella serata di sabato 13 luglio in un locale sul lungomare di Savona, mentre stava lavorando. “Ti ricordi di me?”, ha urlato l’uomo prima di aprire il fuoco. Cinque colpi di pistola, Deborah muore quasi all’istante. Non contento, l’uomo spara anche in direzione dei clienti, ferendone tre. Poi scappa e si dà alla macchia per oltre 24 ore prima di costituirsi nel carcere di Sanremo.

Deborah, Marianna, Immacolata: storie di donne vittima di femminicidio che nessuno ha salvato

Massari era già stato denunciato varie volte da Deborah, che viveva nell’angoscia, terrorizzata da quell’uomo che sapeva avrebbe fatto di tutto per ucciderla. Nonostante le denunce, una condanna a tre anni e due mesi per stalking e danneggiamenti, due anni di carcere e un provvedimento di non avvicinamento mai rispettato, Massari era libero di girare ovunque e di tormentare Deborah. Nonostante Deborah abbia cercato di difendersi in ogni modo dal suo aguzzino, non è stata protetta abbastanza. La domanda sorge spontanea: per quale motivo Massari, nonostante la pericolosità manifesta, era libero? La legislazione attuale è troppo blanda oppure il cortocircuito origina da una cattiva applicazione delle norme? A margine dell’intervento Women in Politics, TPI ne discute con Mara Carfagna, vicepresidente della Camera nonché madrina della legge che nel 2009 introdusse il reato di stalking.

Nonostante le denunce, la condanna e il carcere, Domenico Massari non ha mai abbandonato il proposito di uccidere l’ex moglie Deborah Ballesio e alla fine l’ha portato a termine. Di storie simili purtroppo ce ne sono molte. Sembra che qualcosa non funzioni nell’applicazione delle leggi esistenti.

“Se fosse già stata in vigore la norma che abbiamo voluto inserire nel Codice Rosso, quella sul braccialetto elettronico, forse Deborah Ballesio non sarebbe morta, perché l’assassino violava sistematicamente il divieto di avvicinamento. Vede, in Italia abbiamo buone leggi per combattere la violenza sulle donne, ma il Parlamento rappresenta solo uno degli ingranaggi che sostengono il complesso meccanismo del sistema di prevenzione e contrasto della violenza maschile sulle donne. Centri antiviolenza, forze dell’ordine, magistratura, scuola, famiglia, rappresentano tasselli di un mosaico che devono funzionare alla perfezione per rendere efficiente il sistema. Quando anche uno solo viene meno, le donne rischiano”. 

Secondo lei, l’effettiva pericolosità dei potenziali femminicidi è sottovalutata anche dalle istituzioni?

“La violenza sulle donne è un gravissimo fenomeno criminale con profonde radici culturali: stereotipi, norme non scritte, disparità di potere che entra nei rapporti umani come nella sfera pubblica. Le donne sono più consapevoli che in passato, denunciano di più, ma bisogna che tutta la nostra società e le istituzioni invertano la rotta, serve una rivoluzione culturale”.

Molte donne hanno paura di denunciare, non si sentono abbastanza protette dalle istituzioni

“Purtroppo in alcuni casi le decisioni della magistratura contribuiscono a diffondere messaggi sbagliati. Penso in particolare a quella della Corte d’assise di Messina che, chiedendo agli orfani di Marianna Manduca di restituire il misero risarcimento concesso in primo grado, ha segnato quasi una inaccettabile resa dello Stato davanti a questo dramma. Per fortuna si tratta di eccezioni rispetto alla stragrande maggioranza dei magistrati, che rappresentano alleati preziosi nelle battaglie contro la violenza di genere.

Ma esistono problemi di fondo: le sentenze diventano definitive solo dopo tre anni nell’89 per cento dei casi, una alta percentuale dei procedimenti per violenza sessuale e femminicidio resta a carico di ignoti, e un quarto delle denunce presentate contro autori noti vengono archiviate. Anche le percentuali di assoluzione sono disomogenee:  passano dal 12,6 per cento del distretto di Trento al 43,8 per cento di Caltanissetta. Inoltre è essenziale sostenere le forze dell’ordine, spesso sole in prima linea, cui va la mia gratitudine: anche quando non arrivano in tempo o commettono un errore di valutazione, succede non solo per il cronico sotto-organico, ma perché mancano i moderni metodi di valutazione del rischio, che pure sono in uso con successo in molti altri Paesi d’Europa e dovremmo adottare ovunque in Italia”. 

La violenza di genere ha un’origine prima di tutto culturale, spesso è proprio negli ambienti familiari che viene insegnato “il disprezzo della donna”, soprattutto se emancipata. Come si può combattere questo fenomeno?

“Le leggi prevedono che una parte dei fondi siano spesi in comunicazione, in informazione, in formazione. Dobbiamo cominciare a educare alla parità e al rispetto della libertà fin dalla scuola primaria, perché la legge da sola non può mutare costumi e abitudini culturali. E la violenza maschile contro le donne non si riproduce soltanto grazie al comportamento di chi la agisce ma anche, e soprattutto, grazie all’indifferenza di chi la considera accettabile. Dalle istituzioni per prime devono venire segnali chiari. Invece, quando nella comunicazione pubblica e sui social media si usa un linguaggio aggressivo e si colpiscono le donne in quanto tali, si rinforza proprio il tipo di cultura che dobbiamo combattere”.

Il governo sta facendo abbastanza per prevenire le violenze di genere?

“Si può e si deve fare sempre di più. Fino ad ora questo governo non si è mostrato attento a tutta la sfera di interventi che riguardano le donne. Non mi riferisco solo al contrasto alla violenza maschile, ma all’attenzione verso l’occupazione femminile, verso la conciliazione dei tempi di vita, verso la mancanza di servizi per l’infanzia. Rendere una donna indipendente, anche economicamente, significa darle un’arma per proteggersi e uscire dalla violenza. Far sì che non debba troncare la sua carriera se nasce un bambino è importantissimo, mentre oggi quasi un terzo delle lavoratrici è costretta a farlo”.

Cosa pensa del “codice rosso” varato dal governo Conte?

“Il Codice Rosso renderà più rapida la procedura che segue la denuncia, e alla Camera abbiamo fatto sì che fossero approvati importanti emendamenti che introducono nuove garanzie, nuove fattispecie come il reato di revenge porn e quello di matrimonio forzato, nuove protezioni per le donne che denunciano, fra cui appunto il braccialetto elettronico, e il fondo per le famiglie affidatarie degli orfani di femminicidio. Mi auguro che il Senato approvi e che sia legge entro la fine di questo mese”.

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