A villa Doria Pamphilj va in scena il reality del potere

Di Michele Magno
Pubblicato il 14 Giu. 2020 alle 11:51 Aggiornato il 14 Giu. 2020 alle 11:58
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Immagine di copertina
Un momento della prima giornata degli Stati generali Credits: ANSA

Stati generali, a villa Doria Pamphilj va in scena il reality del potere

“Nella villa blindata il reality del potere”, ha titolato la Repubblica un pezzo di colore sugli Stati generali dell’economia. Tra i pizzini di Rocco Casalino e le conferenze stampa nei giardini della storica residenza romana, al centro sempre lui, il nostro premier Giuseppe Conte. Leggendo l’articolo firmato da Francesco Merlo ho ripensato a un celebre pamphlet di Carl Schmitt, “Dialogo sul potere” (Adelphi, 2012). Pubblicato nel 1954, è una cruda analisi di quella logica interna del potere che, secondo il giurista tedesco, “è più forte di ogni volontà di potenza, più forte di ogni bontà umana e, per fortuna, di ogni umana cattiveria”. Il potere, insomma, non ha identità, ma produce identità, quella per il cui riconoscimento servo e padrone si affrontano nella hegeliana “Fenomenologia dello spirito”.

Quando Schmitt scriveva queste parole, il potere veniva già identificato da Martin Heiddeger con la “gabbia della tecnica”, con la capacità di ridurre gli uomini a “piccoli funzionari” dell’apparato globale. Tuttavia, la sua concezione si discosta non poco da quello del filosofo di “Essere e tempo”, di cui era buon amico. Il titolo esteso del “Dialogo” recita, infatti, “sull’accesso a coloro che lo detengono”. Il problema del potere è cioè quello di come sia possibile entrarvi in contatto. Partendo dall’affermazione che “ogni potere diretto è sottoposto immediatamente a influenze indirette”, la sua  conclusione è che “non esiste alcun potere senza questa anticamera, senza questo corridoio” (nel 1890 Bismarck si dimise quando l’imperatore Guglielmo rifiutò il preventivo assenso del cancelliere sui suoi ospiti a corte). 

L’essenza del potere viene insomma solo adombrata, ma non enunciata esplicitamente. La condizione dell’uomo schimittiano di fronte al potere somiglia a quella del campagnolo della novella di Kafka “Vor dem Gesetz” (pubblicata nel 1915 e poi inserita nel romanzo “Il Processo”), che attende invano di poter varcare la porta della legge (“Gesetz”), perché un custode -da cui viene soggiogato- glielo impedisce. Analogamente, per il teorico dello “stato d’eccezione” davanti alla porta del potere c’è sempre “un’antichambre”, a cui prima bisogna accedere per poterla varcare. Ciò significa che del potere non vediamo mai il volto, ma soltanto la sua immagine riflessa nello specchio della storia, della lotta per la sua conquista. D’altronde, l’idea che il potere vero stia “altrove”, che sia invisibile e remoto ancorché influentissimo, ancora oggi è largamente diffusa. 

Ora, se il potere non ha bisogno di giustificazione, essendo inerente all’esistenza stessa delle comunità politiche, non può però fare a meno della legittimazione: la violenza può essere giustificabile, ma non sarà mai legittimata. Questo assunto porta Hannah Arendt a stabilire una differenza decisiva fra la dominazione totalitaria, basata sul terrore, e le tirannidi fondate con la violenza. Perché la prima si rivolge non solo contro i propri nemici ma anche contro i propri amici, avendo paura perfino del potere dei suoi sostenitori “Sulla violenza”, Guanda, 1996).  E il colmo del terrore si raggiunge quando lo “Stato di polizia” comincia a divorare i propri figli, quando “i boia di ieri diventano le vittime di oggi”. È pertanto insufficiente, sostiene la Arendt, affermare che il potere e la violenza non sono la stessa cosa. Il potere e la violenza sono opposti; dove governa l’una, l’altro è assente. 

Questo implica che “non è corretto pensare all’opposto della violenza in termini di non violenza; parlare di potere non violento è di fatto una ridondanza”. Se la pratica non violenta di Gandhi si fosse scontrata con la Russia di Stalin, la Germania di Hitler, il Giappone anteguerra, invece che con l’impero britannico, probabilmente il suo esito sarebbe stato non la decolonizzazione, ma un massacro. Riassumendo: il potere fa senz’altro parte dell’essenza di tutti i governi, ma la violenza no. La violenza è per natura strumentale, mentre il potere è “un fine in sè”. È come la pace: un assoluto (anche se i periodi di guerra sono quasi sempre durati di più dei periodi di pace). 

Ci sono però anche altri vocabolari del potere, che non parlano soltanto dell’innato istinto di dominio dell’uomo e della sua speculare, congenita inclinazione all’obbedienza. C’è il vocabolario delle donne, anzitutto di quelle donne che hanno saputo affilare le proprie armi -la bellezza, l’intelligenza, la seduzione, l’astuzia- per mettere in discussione l’arbitrio maschile nella politica, nella cultura, nell’arte. C’è poi il vocabolario di quella tradizione liberale che, partendo dai moralisti scozzesi (David Hume, Adam Smith e prima ancora il loro maestro Francis Hutcheson) e dalla nozione di “simpatia”, ha visto il suo ideale compimento nella Scuola austriaca di economia. Si deve in particolare a Lorenzo Infantino, infaticabile promotore in Italia del pensiero di Carl Menger, Eugen Böhm-Bawerk, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, il tentativo di sviluppare il discorso liberale sulla natura del potere in un contesto più vasto: una teoria generale del potere sociale (“Potere. La dimensione politica dell’azione umana”, Rubbettino, 2013). 

Il docente della Luiss adotta una prospettiva non lontana da quella di un grande liberale italiano: Bruno Leoni. Proprio il discepolo di Gioele Solari è l’artefice, sul finire degli anni Cinquanta, di una delle più originali trattazioni in chiave liberale del concetto di potere. Le sue “Lezioni di dottrina dello stato” (Rubbettino, 2004) segnano una sorta di rivoluzione copernicana nell’infinito dibattito sull’origine e le radici del potere, che ribalta il vecchio primato dell’elemento conflittuale e lo sostituisce con il primato dell’elemento cooperativo. Per Leoni gli individui si scambiano incessantemente beni (economia), pretese (diritto), poteri (politica), e da questi scambi si formano “dal basso” gli assetti istituzionali in cui si articola la sovranità statuale. 

Anche “l’archeologo dei saperi” Michel Foucault nutriva la stessa insoddisfazione per le teorie del potere che privilegiano il suo lato coercitivo. Antonio Masala ha messo in rilievo le singolari convergenze tra uno dei numi tutelari della gauche francese e un liberale -con tendenze libertarie ante litteram- come il presidente della “Mont Pelerin Society” (“Riflessioni sul potere. Un confronto tra Bruno Leoni e Michael Foucault”, in “Le ragioni della libertà”, a cura di R.A. Modugno, Rubbettino, 2014). Entrambi, in effetti, considerano il potere come una rete di relazioni tra individui diffusa in tutto il corpo sociale. E per entrambi il problema dello Stato va analizzato a partire dalla struttura delle relazioni umane, dalla “microfisica del potere”, e non da una sovranità che proviene dall’alto. Il capolavoro di Leoni, “Freedom and the Law” (“La libertà e la legge”, Liberilibri, 1995, pubblicato in inglese nel 1961), è un aspro atto d’accusa contro il positivismo giuridico, contro ogni concezione del potere inteso come strumento di dominio e non di cooperazione tra individui diversi. 

La critica di Foucault al formalismo giuridico, che irrigidisce il potere in “un fenomeno di dominazione compatto e omogeneo”, si muove nello stesso solco. Per il grande storico della follia, del crimine, della sessualità, era necessario sbarazzarsi del “modello del Leviatano”: “Le relazioni di potere sono sia quelle che gli apparati dello stato esercitano sugli individui, sia quelle che esercita il padre di famiglia sulla moglie e sui figli, il potere che esercita il medico, il potere che esercita il notabile […] Non c’è dunque una fonte unica dalla quale scaturirebbero come per emanazione tutte queste relazioni di potere […]” (“Il potere, una bestia magnifica”, ora in “Biopolitica e liberalismo”, Medusa, 2001). 

Pochi decenni prima di Leoni e Foucault, commentando la morte di Lenin, Antonio Gramsci aveva affidato le sue riflessioni sul potere al settimanale “Ordine Nuovo” (1 marzo 1924). Esse si collocano agli antipodi della tradizione liberaldemocratica, ma offrono qualche spunto di discussione su un tema che da almeno un ventennio monopolizza le cronache della politica italiana. “Ogni Stato -scriveva l’allora segretario del Partito comunista- è una dittatura. Ogni Stato non può non avere un governo, costituito da un ristretto numero di uomini, che a loro volta si organizzano intorno a uno dotato di maggiore capacità e maggiore chiaroveggenza. Finché sarà necessario uno Stato, finché sarà storicamente necessario governare gli uomini, qualunque sia la classe dominante, si porrà il problema di avere dei capi, di avere un capo “. 

Gramsci teorizzava dunque in modo netto la necessità di quella leadership carismatica che oggi viene vista col fumo negli occhi dai suoi (sedicenti) eredi, né mancava di deridere la posizione di “quei socialisti [che sostengono di volere] la dittatura del proletariato, ma di non volere la dittatura dei capi, […] che il comando si personalizzi”. Gramsci si riferiva ovviamente al partito operaio, ma non è certo un caso che tutte le esperienze totalitarie -di destra e di sinistra- si siano rette su un culto della personalità assoluto, che salda bisogno di adorazione delle masse e megalomania del leader. 

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