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Infrastrutture e circuiti di pagamento: il valore strategico delle valuta digitali

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Credit: Unsplash

Ogni transazione genera dati – importo, orario, categoria merceologica – che alimentano personalizzazione dei servizi e sistemi antifrode. Quando quelle informazioni vengono elaborate altrove, il valore che producono emigra con loro

Per mezzo secolo abbiamo trattato i pagamenti alla stregua del financial plumbing (letteralmente l’idraulica finanziaria): una rete di tubature invisibili, affidabile per definizione, di cui non serviva conoscere il proprietario finché “scorreva l’acqua”, ovvero il denaro. Ogni pagamento, di per sé, è sempre stato identificato come un gesto neutro. Non lo è mai stato. 

Oltre il 60 per cento delle transazioni con carta nell’Eurozona viaggia su circuiti americani; tredici Paesi dell’area euro non dispongono nemmeno di un’alternativa nazionale. Significa che l’infrastruttura dei consumi quotidiani di 350 milioni di europei risponde a giurisdizioni e interessi che non sono i nostri. 

Non è un dettaglio contabile. Ogni transazione genera dati – importo, orario, categoria merceologica – che alimentano personalizzazione dei servizi e sistemi antifrode. Quando quelle informazioni vengono elaborate altrove, il valore che producono emigra con loro: una materia prima ceduta gratuitamente, mentre altrove si discute di dazi sull’acciaio. Ed è anche un costo quotidiano: i circuiti extra-europei applicano commissioni fino a tre volte superiori a quelle domestiche, che ricadono su commercianti e consumatori. 

Ma c’è di peggio: la Russia nel 2022, e Cuba il mese scorso, hanno sperimentato quanto rapidamente un circuito di pagamento possa trasformarsi in un’arma. Visa e Mastercard hanno spento le loro reti in ventiquattr’ore. Chi controlla i binari del denaro decide chi ci sale e chi ne scende. 

Il resto del mondo lo ha capito prima di noi. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, oltre settanta giurisdizioni stanno costruendo infrastrutture di pagamento domestiche. L’India con Upi assorbe metà dei pagamenti istantanei del pianeta; il Brasile con Pix ha scavalcato le carte di credito; l’Arabia Saudita processa in casa il 95 per cento delle proprie transazioni. 

Spesso invochiamo la necessità di intraprendere decisioni coraggiose di lunga durata. Non si tratta, dunque, di mero protezionismo ma di politica industriale applicata alla moneta. 

In questa era di caos globale appare l’unica strategia sensata. La Francia lo dimostra grazie al co-badging: Cartes Bancaires gestisce oltre l’80 per cento dei pagamenti interni senza espellere i network americani dalle carte. 

L’Europa, per una volta, non parte da zero. L’alleanza EuroPA collega i circuiti nazionali – dall’italiana Bancomat alla spagnola Bizum – e alla fine del 2027 servirà 140 milioni di persone; l’euro digitale della Bce potrebbe vedere la luce nel 2029; una stablecoin ancorata all’euro, con le riserve trattenute dentro il sistema bancario invece di migrare verso l’emittente (la ragione per cui le banche l’hanno progettata) è attesa entro il primo trimestre del 2027. Sono risposte serie. Ma restano tre fragilità. 

La prima è il tempo: mentre Bruxelles delibera, il mercato corre — l’offerta di stablecoin è cresciuta di un terzo in un anno, fino a 300 miliardi di dollari — e quelle denominate in euro rappresentano appena lo 0,3 per cento del totale globale. 

La seconda è la frammentazione: interconnettere sistemi nazionali è più lento che costruirne uno solo, e i precedenti falliti – Eaps, il progetto Monnet – invitano alla prudenza. 

C’è poi una terza debolezza, forse la più importante sul piano concettuale: un’infrastruttura sovrana che i cittadini non usano rimane solo un buon auspicio, non uno strumento. 

Occorre infine evidenziare che autonomia non significa autarchia; nessuno, infatti, auspica un Continente chiuso ai grandi operatori internazionali, che hanno reso i pagamenti più semplici e sicuri. Significa al contrario poter scegliere, negoziare da una posizione di forza, garantire continuità operativa quando la geopolitica presenta il conto. 

La presidente Christine Lagarde lo ha detto con una franchezza inconsueta per un banchiere centrale: perdere il controllo della propria moneta equivale a perdere il controllo del proprio destino economico. 

Questo speciale di TPI sulle valute digitali racconta chi governa l’era digitale del denaro. La conclusione è scomoda ma altrettanto evidente: la sovranità oggi si misura anche nei millisecondi in cui un pagamento attraversa una rete. 

L’Europa possiede le competenze, il capitale e le istituzioni per presidiare questa transizione. Sinora le manca una visione per attuarla.

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