La Fase 2 e i diritti Lgbt negati: l’Italia non è la famiglia del Mulino Bianco

Di Matteo Giorgi
Pubblicato il 27 Apr. 2020 alle 15:32 Aggiornato il 27 Apr. 2020 alle 18:45
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Immagine di copertina

La scorsa settimana parlando dei nuovi reality di Netflix scrissi che stava rinascendo la Democrazia Cristiana. I concorrenti, infatti, avrebbero vinto solo se non avessero instaurato alcun tipo di contatto fisico tra di loro: niente baci, carezze, rapporti. Ora il nostro premier ha proposto un upgrade a questo ritorno alla mai dimenticata DC e ci racconta che, nella tanto attesa fase 2, potremo visitare solo i congiunti. Come direbbe Marlon Brando nel Padrino: “A famigghia sopra ogniccosa”. Appena ho realizzato quello che Conte ci ha detto ho subito pensato alla storia (raccontata anche su queste pagine) di Alessia, abbandonata completamente dalla sua famiglia di origine nel momento in cui ha cominciato il suo percorso di transizione. Quella stessa famiglia che ha deciso di dedicarle dei manifesti funebri col nome di Alessio.

Non devo raccontarvi io quante storie esistono come quella di Alessia. Le storie di tanti giovani che hanno abbandonato la famiglia, perché questa famiglia era il loro inferno. Ragazzi e ragazze che, ancora nel 2020, vengono cacciati dalla loro famiglia di origine semplicemente perché sono omosessuali, lesbiche, trans e che “emigrano” andando a costruirsi una nuova famiglia “quella vera” in un’altra città. Ragazzi che si allontanano da “lu sole e lu mare” di casa loro per avventurarsi in una grande città del nord dove costruirsi rapporti ben più forti del legame di sangue. “E’ l’amore che crea una famiglia”, recita uno degli slogan di famiglie Arcobaleno. Ecco, parliamo un attimo di loro: della situazione delle famiglie omogenitoriali.

Stamattina in un post molto dettagliato l’ex senatore PD Sergio Lo Giudice (sposato con Michele e genitore di due bellissimi bambini) ha raccontato la problematica che questo DPCM ha creato: “C’è in Italia qualche migliaio di bambini a cui la legge non riconosce il rapporto di filiazione con la seconda mamma o il secondo papá, il “genitore sociale”. Molte famiglie arcobaleno, fra cui la mia, hanno risolto – in parte – il problema ottenendo l’adozione da un Tribunale, ma non tutti i Tribunali italiani si muovono allo stesso modo. In particolare, le coppie lesbiche o gay separate senza il doppio riconoscimento genitoriale già da settimane sfidano decreti e ordinanze per vedere i propri figli, portarseli a casa, svolgere il loro ruolo di genitori. Poi ci sono i nonni e gli zii di questi stessi bambini, riconosciuti attraverso un’adozione particolare che riguarda solo il nuovo (per la legge) genitore, ma non il suo asse familiare.”

Anche la senatrice Monica Cirinnà è intervenuta, in maniera decisa, sull’argomento: “Se si decide di venire incontro, seppur limitatamente, a specifiche esigenze affettive, si deve farlo nel rispetto della pari dignità e dell’autodeterminazione delle persone”. Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, ha chiosato rincarando la dose: “Chiediamo con forza che gli esperti consultati riformulino tempestivamente la proposta contenuta nel Dpcm firmato ieri, senza concedere quantitativamente di più ma astenendosi dal tentativo torbido di distinguere affetti di serie A e di serie B, prescindendo dalle esperienze dei singoli e perfino della fotografia che i servizi demografici danno della nostra società. Diversamente, le tante persone colpite dai limiti del provvedimento, rischiano di essere costrette a disubbidire per garantire quel minimo di relazioni e contatti sociali che sono necessari e indispensabili per il benessere degli individui” .

La fotografia che ci danno i servizi demografici è l’altro punto che i nostri governanti si dimenticano: l’Italia ha il 32% di famiglie unipersonali. E’ per questo che la famiglia del Mulino Bianco fatta dei sorrisi di mamma e papà e della nonna, felice di andare a prendere il nipotino da scuola, non esiste più. (Nemmeno la CEI se ne preoccupa più ormai, presa dalle sue beghe condominiali di messasì-messano.) E abbiamo il dovere di farlo capire con forza e determinazione. Anche attraverso la disobbedienza civile. Anche ritornando ad Alessia: lei non avrebbe meritato che al suo funerale potessero andarci quei soggetti con cui condivideva il sangue, ma la famiglia vera.  Quella fatta dai sentimenti, dal cuore, dalle proprie scelte.

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