The circle e Too hot to handle: Netflix sbarca nel mondo dei reality e rinasce la Democrazia cristiana

Quest'anno Netflix ha deciso di investire convintamente sui reality: tra i programmi più visti Too hot to handle e The circle. Per reinventarsi Netflix ha dovuto riesumare memorie andreottiane. Il commento di Matteo Giorgi

Di Matteo Giorgi
Pubblicato il 21 Apr. 2020 alle 08:44 Aggiornato il 21 Apr. 2020 alle 08:47
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Immagine di copertina

The circle e Too hot to handle: Netflix sbarca nel mondo dei reality e rinasce la Democrazia cristiana

Diciamolo: in questa strana primavera che stiamo vivendo Netflix ha assunto un po’ il ruolo di panacea di tutti i mali. E chi se ne importa se, spesso, il livello di quello che ci propone è uguale a quello de “Il segreto” che la nonna sta guardando nella televisione 2 in cucina.

Dal 2020, però, c’è stato un ulteriore upgrade: Netflix ha deciso di investire convintamente sui reality. In quest’ultimo weekend di quarantena chi si è collegato avrà visto che, nella classifica dei programmi più visti, c’era “Too hot to handle” che, nella nostra lingua, significa più o meno: “troppo difficile da gestire”.

Ma quale è la “cosa” così difficile da gestire dai concorrenti rinchiusi in un mega resort da sogno, tanto che, solo se ci riusciranno, potranno vincere i 100.000 dollari? Gli impulsi sessuali. Ogni volta che partirà una lingua sbarazzina saranno 3.000 euro in meno dal montepremi e man mano che gli approcci diventeranno più audaci la punizione aumenterà fino a toccare i 20.000 del rapporto completo. Indubbiamente quello più costoso della vostra vita. La selezione dei partecipanti è stata fatta su due basi concrete: la ninfomania conclamata e l’avvenenza fisica di questa serie di boni e bone che, non solo ti verrebbe voglia di rinunciare ai 100.000 dollari pur di pomiciare con loro, ma gli intesteresti pure casa.

Ebbene sì: siamo alla versione 2.0 delle gonne allungate delle Kessler negli anni ’60. Siamo alla rinascita della democrazia cristiana e, per dirla alla francese, delle pruderie. Persino la masturbazione è vietata: non mi capacito ancora del perché non sia ancora arrivato un endorsement di Adinolfi. C’è di buono che non aleggia omofobia: le due ragazze che si baciano per “scherzo” facendo perdere 3.000 euro al gruppo vengono cazziate esattamente come tutte le coppie etero. A sovraintendere il tutto potrebbe mai esserci una Maria De Filippi locale? Una accigliata Milly Carlucci? Macché: c’è Lana. Sorella arricchita ed esotica di Alexa. Un cono inanimato che sentenzia e basta. Sia mai che questi ragazzi imparino il dono della parola.

Di pasta similare ma diversa è “The circle”: qui ci sono 8 concorrenti chiusi in 8 appartamenti dello stesso palazzo che possono interagire tra loro solo tramite un social network interno: the circle. E, come recita lo slogan, “è il reality in cui chiunque può essere chiunque”. Puoi essere te stesso con le tue foto, età, pensieri oppure impersonare qualsiasi persona: la vicina di casa, il fidanzato, la modella, l’amico gay. E cercare di reggere il gioco fino alla fine per portarti a casa i 100.000 dollari di premio. “The circle” (di cui sono presenti tre edizioni: l’americana, la brasiliana e la francese) è, forse, lo show che racconta meglio il mondo di questo faticoso decennio, dove la cura del feed di Instagram diventa più importante di qualsiasi cosa per essere “accettati”.

La scelta dei personaggi e di come presentarsi racchiude in sé un trattato a parte. Tutti e dico tutti optano o per loro stessi (se sono piacenti) o per una versione idealizzata di loro stessi (più magra, più giovane ma soprattutto quasi sempre più single perché sia mai che uno possa entrare da impegnato in un circo del genere) ma senza esagerare. Basti pensare alla meravigliosa Alana dell’edizione americana: “Sono qui per dire la verità: sono una modella di underwear e ho anche rifiutato una cover di Playboy. Non penso mi prenderanno per una stronza o per una superficiale ma anzi capiranno che sono una persona profonda”.

E, infatti, viene subito eliminata. Ovviamente è un programma molto queer, in piena tradizione Netflix. Ma che svela una dinamica, ahimè, molto chiara. I personaggi gay (scelti tutti molto bene: risolti nella loro omosessualità esibita, fortunatamente, senza alcun pudore) non vengono mai tacciati di essere finti. Ma anzi diventano “gli amici” del gruppo. D’altronde a chi verrebbe mai in mente di decidere di partecipare a un gioco interpretando un omosessuale risolto che vive serenamente la propria vita? (Inutile sottolineare che i soggetti in questione non vincono comunque mai, perché amici sì, ma i 100.000 dollari lo sono di più).

“The circle” è pura alienazione, la distopia che vivono ogni giorno i nostri figli e i nostri nipoti quando si rivolgono al telefono dicendo “siete bellissimi faccina a cuore punto esclamativo faccina che sorride hashtag #viamotutti e nel frattempo continuano magari a mandarsi nudes su Tinder. Il tutto, mentre in Italia, Paola Perego chiede a chiara voce il ritorno della Talpa. Ok, Netflix, in effetti così male, alla fine non sei. Anche se hai dovuto riesumare memorie andreottiane per inventarti nuove idee.

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