La Casa di Carta è sopravvalutata: è solo “Un Posto al Sole” con un budget più alto

Mettendo da parte, per un momento, il gusto personale temo che il problema fondamentale de "La Casa di Carta" sia uno: che si fa il viaggio. Se la crede. Vuole spacciarsi per quello che non è: cioè roba di qualità. Il commento di Matteo Giorgi

Di Matteo Giorgi
Pubblicato il 7 Apr. 2020 alle 09:40 Aggiornato il 8 Apr. 2020 alle 15:08
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Immagine di copertina

La Casa di Carta è la serie più sopravvalutata della storia

Questa mattina, quando ho deciso di scrivere di quanto sia sopravvalutata “La Casa di Carta” ho subito mandato un messaggio a Davide, il mio amico regista per chiedergli se, secondo lui, stavo un po’ esagerando: “Boh, io non saprei cosa dirti. Ho guardato solo la prima puntata tipo due anni orsono. È una serie sulle banche e sui poteri forti da punire. L’ennesimo bla bla bla sulla rivalsa sociale degli ultimi e dei semplici. Io penso che di grillini ne abbiamo già abbastanza nella vita reale che mi manca giusto di vederli in una serie tv.”

Era il “la” che mi serviva per andare a sfrucugliare su questo fenomeno. “La casa de papel”, intanto, non è un prodotto originale Netflix ma ha i suoi esordi su Antena 3, una rete spagnola che rappresenta un perfetto mash up tra Italia 1 e Rete 4. Il “capo progetto” è tale Alex Pina, uomo arrivato al successo con “Los serrano” che poi abbiamo importato in Italia (sia mai che ci sfugga qualcosa di bello) sotto il nome de “I Cesaroni”. Praticamente il corrispettivo dei nostri Vanzina (con tutto il rispetto e l’amore che ho per certe loro perle) alla conquista del mondo pay in tv. La prima stagione se la fumano in pochi. Ma cosa accade magicamente? Netflix ne prende i diritti, divide la stagione in due parti, sistema, tagliuzza, ci mette il suo “hype” (Ohhh, hai visto ‘sta robbba nuova? Sembra proprio ‘na figata ehhh) spera che qualcuno ci caschi e BOOM: detto fatto. La “Casa di Carta” diventa la serie “non americana” più vista della storia della piattaforma.

Diciamocelo: i grandi successi hanno sempre dalla loro parte un fattore. Il famoso “purchè se ne parli”. Per tre giorni le bacheche social non hanno dato parola solo alle bimbe di Conte e alle loro crisi ormonali. Le videochiamate on line non hanno parlato solo di dove fuggire per trovare il tanto agognato lievito. No: si lanciavano solo strali e giudizi sulla quarta stagione (uscita il 3 aprile) della serie del momento. Gente che, nonostante non avesse letto solo i libri di Fabio Volo, la definiva un “capolavoro” mentre altri ritornavano alla fantozziana memoria del “è una cagata pazzesca”. Meme su meme hanno proliferato ma io ho trovato il mio punto d’arrivo in due sintesi, in particolare: “La Casa di Carta è Un Posto al sole con un budget più alto” anzi no “è un Paso Adelante con le pistole”

Mettendo da parte, per un momento, il gusto personale temo che il problema fondamentale de “La Casa di Carta” sia uno: che si fa il viaggio. Se la crede. Vuole spacciarsi per quello che non è: cioè roba di qualità (ma questo è un problema Netflixriferito di cui, magari, parleremo in altra sede). Intendiamoci: anche io ho passato la mia adolescenza spasimando per gli intrighi di “Melrose Place” o guardando quegli incantesimi raffazzonati di “Streghe”. Ma nemmeno al quinto drink mi sarei sognato di dire che stavo guardando un capolavoro (cioè l’avrei fatto, magari, se Cristopher Halliwell fosse venuto a chiedermi in sposo, ecco).

Potrei passare un’altra ora a raccontarvi le motivazioni: la trama che fa acqua da tutte le parti, i personaggi che non hanno un minimo di evoluzione o di lettura che vada oltre “l’appena accennato”, la totale incapacità di farci empatizzare con qualsivoglia protagonista, le capacità a livello zero di chiunque (davvero voi affidereste dei piani così elaborati a un tale gruppo di sprovveduti?), la polizia che ha la stessa arguzia investigativa del commissario Winchester dei “Simpson”, i continui ammiccamenti al popolo italiano citando addirittura “ti amo” di Umberto Tozzi. Che, diciamocelo, rimane uno dei punti più alti.

Tra i bassi vorrei citare il discorso (un po’ PROVITA, un po’ Adinolfi) fatto a Monica quando chiede una pillola abortiva, dopo essere rimasta incinta di Arturo. “Abortire è uccidere: devi assumerti le tue responsabilità e tenere la creatura”, le impone con cipiglio cattivo Denver. Ecco: allora se devo scegliere tra una soap opera e una soap opera “wannabe” prodotto di qualità, preferisco sempre l’originale. Meglio “Il segreto”, meglio “Beautiful” con i suoi matrimoni, le sue resurrezioni, Brooke che se li fa tutti, e Taylor che muore e ritorna ogni volta con un nuovo lifting. A proposito.. è nella fase viva o morta? Vado a controllare subito… ma lo danno Beautiful su Netflix?

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