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Di Maio entra nella partita del Quirinale e nel suo libro svela quali potrebbero essere i suoi candidati

Immagine di copertina
Credit: Filippo Monteforte

Gli esegeti del Quirinale sanno benissimo che stavolta la corsa per il Colle “sarà un parto lungo e doloroso”. Non ci sono ancora nomi ben definiti e i 2 attualmente in “pole”, Mario Draghi e Sergio Mattarella per il bis, rischiano di bruciarsi nel tourbillon di soffiate e anticipazioni. Nessuna delle quali disinteressata.

Chi detiene un importante pacchetto di voti per la corsa al Colle, oltre a Matteo Renzi che punta a fare come al solito l’ago della bilancia, è Gigino Di Maio. Il ministro degli Esteri passato dall’amicizia con la Cina a quella con gli Stati Uniti d’America (caso unico al mondo) ha appena pubblicato un libro dove dichiara tutto il suo amore per la politica (“Un amore chiamato politica”).

Ma il punto non è questo. Perché il libro, per chi lo sa leggere, contiene non pochi messaggi trasversali alcuni dei quali, è bene dirlo subito, anche in chiave Quirinale. Nulla viene per caso, tanto meno gli elogi dispensati a Giancarlo Giorgetti e a Dario Franceschini, due personaggi assolutamente spendibili per il Colle (Franceschini) o per un prossimo governo del Paese (Giorgetti).

Il ministro degli Esteri, ripercorrendo le più importanti tappe degli ultimi tre governi, ricorda che “il primo a intuire gli effetti di quella che si sarebbe rilevata una delle crisi più violente dal secondo dopoguerra a oggi (il riferimento è alla crisi pandemica, ndr) fu Giancarlo Giorgetti”. L’attuale ministro allo Sviluppo economico viene descritto da Di Maio come “l’unico esponente della Lega con cui avessi mantenuto i contatti: una persona colta e intelligente, con un’ottima capacità di analisi e di visione. Venne da me un giorno – scrive il titolare della Farnesina – e mi disse, profeticamente: «Se­condo me avremo una crisi economica a livello globale per questa epidemia».

Su Franceschini le parole sono altrettanto significative. Parlando del 2013 e della nomina dell’allora presidente della Camera Laura Boldrini, Di Maio ricorda che “doveva essere Dario Fran­ceschini” in realtà la nomina del Pd, ma poi subentrò il cosiddetto “Lodo Civati”.

Di Maio definisce l’attuale ministro dei beni culturali come “uno dei politici più lucidi e intelligenti che abbia mai conosciuto. Pierlu­igi Bersani – aggiunge poi nel libro – lo contattò solo 24 ore prima per comunicargli che il loro partito avrebbe virato su un’altra figura. Stessa sorte toccò ad Anna Finocchiaro, sostituita all’ultimo mi­nuto da Pietro Grasso”.

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