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Chissà se alla fine di questa pandemia avremo la forza di raccontare i morti e non di contarli

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“Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, chiudeva così Eugenio Montale la poesia Satura qualche decennio fa e quel retrattile interrogativo interiore che muoveva questi versi si ripresenta forte in questi giorni in cui il mondo che abbiamo costruito è messo in quarantena.

Siamo un umanissimo insieme di negazioni che cercano coerenza e riparo nelle istituzioni, nella politica e nell’altro, negazioni che spesso diventano cecità verso il mondo e la sua sofferenza. Il dolore in questi giorni ci prende a schiaffi forte, ad alcuni più che ad altri, a quelli che come me, ad esempio, hanno “dovuto salutare anzitempo i propri cari” come direbbe Boris Johnson. Il bollettino di Angelo Borrelli diventa sale sulle ferite perché dietro a quei morti rivedo i miei di morti, alcuni trapassati con una fame d’aria insopportabile, mentre i loro polmoni crollavano e non saturavano più ossigeno.

Le bocche aperte per cercare di sopravvivere come pesci fuori dall’acqua, il cervello che lentamente iniziava ad andare in ipossia e i pensieri che si fanno confusi, le parole che non escono e la fine che arriva. Si muore così anche nelle rianimazioni, con la differenza che è negata per giuste cause anche la mano di qualche caro e l’ultimo volto tra milioni di volti visti. La mano sarà quella di un medico che ne constaterà il decesso velocemente fino ad arrivare ad una veloce sepoltura senza neanche un funerale.

Dall’altra parte della barricata rimangono i figli, i nipoti, segnati da un trauma indicibile per sempre, da un rimorso che difficilmente riuscirà a colmare il tempo e la vita che tornerà. Anche per questo motivo salto sulla sedia ogni qual volta al Covid-19 vengono concesse attenuanti generiche su chi uccide, come se gli anziani, i malati, i nostri padri e le nostre madri, i nonni, i vicini di casa, siano pezzi sacrificabili in una guerra non dichiarata. Chi subisce una perdita non torna più come prima perché il lutto è una materia complessa che in tempi normali neghiamo spaventati e con cui adesso dobbiamo fare i conti, mentre una volta vissuto e provato diventa una tara verso le cose del mondo.

Ma questi tempi non sono normali e i simboli, gli appigli che abbiamo costruito in millenni di storia, vengono abbattuti dalla pandemia e dallo stigma del dolore. Visti da fuori facciamo tenerezza mentre esorcizziamo tutto questo cantando, pregando, scrivendo, sistemando le nostre case, siamo di una bellezza struggente nella nostra fragilissima umanità mentre ci diciamo che “andrà tutto bene”, collegandoci via Skype col nostro mondo e magari pensando a quanto siamo troppo distratti nei giorni di procedure ordinarie, presi da chissà quale emergenza impellente.

Dovremmo dirci più spesso anche che le nostre notti sono animate da incubi, che in questo tempo è davvero dura riposare pur stando nell’ozio, lo stesso ozio che vivono i carcerati, alcuni così disperati in questi giorni da ingozzarsi durante le rivolte di psicofarmaci e metadone fino a lasciarsi morire. Chissà se vedremo anche questo pezzo di mondo con occhi diversi, chissà se quelle undici pagine di necrologi su un giornale di Bergamo ci faranno capire che a morire è un pezzo di noi e chissà se alla fine di questa pandemia avremo la forza di raccontare i morti e non di contarli, di essere felici della vita riconquistata facendo i conti col ricordo di quella fame d’aria che abbiamo provato.

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