Lobby, assicurazioni e riforma sanitaria: la politica Usa alla prova del Coronavirus

Gli Stati Uniti stanno affrontando la loro più grande crisi proprio a ridosso delle elezioni presidenziali. Con un sistema sanitario pensato in questo modo, è impossibile affrontare epidemie e disastri di questa portata. Ma il sistema politico americano è guidato da interessi, lobby e gruppi di potere

Di Massimo Romano
Pubblicato il 10 Apr. 2020 alle 19:01
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Lobby, assicurazioni e riforma sanitaria: la politica Usa alla prova del Coronavirus

Quel che il mondo si aspettava è divenuto realtà. Gli Stati Uniti sono diventati il focolaio più grande del Coronavirus a livello globale. Per il secondo giorno consecutivo gli Stati Uniti hanno registrato quasi 2mila morti (800 solo a New York) e un totale di circa 16mila decessi. Oltre 450mila i casi totali.

Il nemico numero uno degli americani, come ampiamente previsto, è il loro servizio sanitario. Troppo elitario, tra assicurazioni e polizze sanitarie. E gli Stati Uniti stanno affrontando la loro più grande crisi proprio a ridosso delle elezioni presidenziali. Ma come influirà questo collasso sanitario nelle strategie comunicative dei candidati alla Presidenza?

Con il ritiro di Sanders scompare l’ultima speranza di modello europeo di sanità

La corsa alle Primarie democratiche è stata una fase a eliminazione diretta. In questi mesi si sono ritirati Tulsi Gabbard, Tom Steyer, Amy Klobuchar, Pete Buttigieg, il miliardario spendaccione Michael Bloomberg, Elizabeth Warren e, da pochi giorni, Bernie Sanders.

Gli ultimi due rappresentavano l’area socialista e più progressista dei Democratici. Quella che proponeva il Medicare for all, l’assistenza sanitaria gratis per tutti gli over 65: qualcosa che si avvicina al sistema sanitario universale europeo. In contrapposizione al famoso e dibattuto Obamacare, la grande riforma del sistema sanitario americano che allarga la platea dei cittadini tutelati dallo Stato ma non risolve il problema.

Un sistema difeso in tutto e per tutto dall’unico candidato democratico rimasto in corsa: Joe Biden, che per otto anni è stato vicepresidente durante il mandato di Barack Obama. Dall’altra parte, il Presidente uscente, Donald Trump. Uno che l’Obamacare vuole addirittura abolirlo per tornare ad un sistema più privato e competitivo.

Il Coronavirus cambierà le carte in tavola?

Una cosa è certa. Un cambio di rotta nelle strategie di comunicazione, in questo momento, è necessario. Perché gli americani hanno paura e stanno iniziando a subire colpi sempre più devastanti. Il sistema sanitario americano è fragile: 2,8 letti d’ospedale ogni mille persone, circa 46.500 posti letto per terapia intensiva, 160mila ventilatori. Troppo poco.

E sono oltre 10 milioni gli americani che hanno perso il lavoro a marzo. Gli analisti stimano una crescita costante della disoccupazione, con aziende costrette a licenziare e, di conseguenza, ancora più cittadini privi di un’assicurazione sanitaria (spesso fornita proprio dal datore di lavoro).

Biden: fare leva sui deboli senza scontentare i finanziatori

Dopo il ritiro di Sanders, Biden ha strizzato l’occhio ai sostenitori dell’ex candidato socialista e tutto lascia pensare che potrebbe avvantaggiarsi della situazione, proponendo a decine di milioni di cittadini statunitensi un maggiore sostegno statale a livello di welfare. Non proprio il Medicare for all di Sanders, ma un’apertura sostanziale che andrebbe a modificare un Obamacare ormai superato.

Secondo i dati del Census Bureau, nel 2018 oltre 27 milioni di americani risultavano senza alcuna assicurazione medica. E la disuguaglianza sociale non aiuta. A risentirne sono soprattutto Stati attualmente governati dai democratici. Come la Louisiana, dove i meno abbienti rappresentano il 70 per cento dei morti per Coronavirus. O l’Illinois. A Chicago gli afroamericani sono il 30 per cento della popolazione ma rappresentano il 72 per cento dei morti. Il Michigan, invece, è il terzo Stato dopo New York e New Jersey per numero di casi.

Biden ha la possibilità di difendersi negli Stati democratici e conquistare fette di elettori negli Stati governati dai repubblicani, dove la privatizzazione del sistema sanitario è ancora più forte. Ma sposerà le posizioni più estreme di Sanders, rischiando di perdere l’appoggio dell’industria sanitaria e delle assicurazioni, che in parte finanziano la sua campagna?

Trump: un cambio di rotta è fuori discussione

Negli ultimi giorni, Trump ha modificato la sua comunicazione. L’epidemia potrebbe uccidere 200mila persone negli Stati Uniti. A dirlo, i due consiglieri scientifici della Casa Bianca, Anthony Fauci e Deborah Birx. Questa consapevolezza ha reso le dichiarazioni del Presidente più caute e attente.

Ma è impossibile pensare che il Tycoon possa cambiare rotta e virare su un sistema sanitario più inclusivo. Deve rispondere agli interessi della lobby della sanità privata, interconnessa con Big Pharma e con le potenti università private. Cercherà, piuttosto, di convincere i suoi elettori che l’economia subirà solo una frenata temporanea. Da qualche giorno, infatti, ha iniziato a parlare di una “riapertura” molto veloce del Paese e delle attività, per far tornare l’economia a respirare.

Ma l’evoluzione dell’epidemia non fa ben sperare. Per quanto Trump potrà ignorare le conseguenze del Coronavirus nella sua campagna elettorale? Un recente sondaggio sulle misure adottate dal Presidente per contrastare il Coronavirus ha dato risultati scoraggianti: il 55 per cento degli americani si ritiene insoddisfatto e per l’80 per cento degli americani il peggio deve ancora arrivare.

Sbagliare è umano. Perseverare è americano

La più grande lezione che gli Stati Uniti stanno imparando, è che con un sistema sanitario pensato in questo modo, è impossibile affrontare epidemie e disastri di questa portata. Ma il sistema politico americano è guidato da interessi, lobby e gruppi di potere. Case farmaceutiche, assicurazioni e industria sanitaria sono tra i più influenti.

Servirebbe una rivoluzione culturale e sociale. Quella che ha provato a portare avanti Bernie Sanders, rifiutando i grandi finanziatori e puntando su una rete di cinque milioni di piccoli donatori, proponendo politiche radicali sulla sanità, sulla regolamentazione della finanza e del mercato del lavoro. Decisamente troppo per gli Stati Uniti. E chi capisce questo, finisce per ritirarsi.

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