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Il 30% del cibo prodotto in tutto il mondo viene buttato. La soluzione? Il “reddito alimentare”

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Da pochi giorni si è chiuso a Milano il raduno dei giovani di Youth4Climate e ancora riecheggia nel dibattito pubblico quel “bla, bla, bla” di Greta Tumberg rivolto ai politici della terra. La diciottenne norvegese, questa volta in compagnia di nuove figure nel movimento come la Vanessa Nakate ugandese fanno il verso ai politici di tutto il mondo e alla loro incapacità di incidere sulle scelte di cambiamento reale per la salvezza del pianeta.

Hanno ragione da vendere i giovani dei Friday’s, urlano il loro disappunto perchè sanno che le scelte che attengono alla salvaguardia del pianeta, sono scelte anti-sistema che minano alla radice i dogmi economici sui quali è imperniato l’occidente. Sono scelte “rivoluzionarie” ovvero presuppongono il sovvertimento del sistema di produzione e consumo di beni e servizi delle società industrializzate.

Siamo alle porte di una crisi energetica e davanti a una scarsità di materie prime di portata epocale, e questo è solo l’ultimo dei molti segnali preoccupanti generati dal sovraffollamento del pianeta. Tutti gli studi indicano scenari catastrofici, riponendo le poche speranze nel sovvertimento di un modello che punti all’economia circolare, ovvero “un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. (…) Un sistema economico pianificato per riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, riducendo al massimo gli sprechi.” (MacArthur Foundation) 

A tal proposito il capitolo più difficoltoso da affrontare per la salvaguardia del pianeta è quello dell’industria alimentare, ovvero di un sistema capillare di produzione e consumo che coinvolge enormi indotti, dalla meccanica, alla ristorazione, alla farmaceutica, in tutti i Paesi del pianeta.

L’industria alimentare, con 8,8 trilioni$, rappresenta più del 10% del Pil globale e circa il 12% del Pil italiano, ovvero la seconda industria del nostro Paese. Da una recente inchiesta di Sabrina Giannini nel programma Indovina chi viene a cena su Rai 3 emerge molto chiaramente lo sfasamento tra i propositi della politica UE sulla salvaguardia del pianeta e le politiche economiche messe in atto a favore della grande distribuzione, su tutta la filiera dell’agroalimentare.

È indiscutibile, infatti, come la grande distribuzione, le grandi catene di supermercati e il cartello agroalimentare internazionale abbiano plasmato negli utili decenni non solo l’offerta e i prezzi di acquisto delle merci, ma anche la cultura del cibo, i “format” della frutta e della verdura, l’industria del packaging e i bisogni di consumo delle popolazioni.

Una questione annosa che influisce in maniera rilevante sulle emissioni di CO2 globali, sulla desertificazione dei terreni, sull’inquinamento atmosferico, di terre e delle falde acquifere da pesticidi nelle colture estensive, sulla qualità dei prodotti per l’uso indiscriminato di antibiotici negli allevamenti intensivi.

La questione incredibile, imbarazzante e sintomatica della degenerazione della grande distribuzione è quella dello spreco alimentare. 

Una quantità enorme di metri cubi d’acqua, emissioni fossili, terra coltivata, plastica, carburante usati ogni anno dall’industria alimentare solo per produrre ulteriori rifiuti. Di tutto il cibo prodotto nel mondo circa il 30% viene buttato. Nei Paesi occidentali lo scarto si verifica in 3 fasi: la prima in cui la materia prima (frutta, verdura, cereali, …) che non risponde agli standard richiesti dal marketing della grande distribuzione e a una serie di misure legislative compiacenti della UE viene scartata. La seconda consiste nello scarto dell’invenduto, quello che ha l’impatto maggiore, essendo i grandi supermercati calibrati su economie di scala per le quali conviene l’acquisto di grandi quantità da offrire al banco: alimenti che in gran parte giunge a scadenza in un ciclo molto breve. L’ultima fase si verifica in casa dei consumatori e nei locali della ristorazione e consiste nello scarto dell’avanzo.

Lo scarto rappresenta un enorme problema ambientale, perché nella spazzatura non vanno a finire solo le derrate alimentari organiche, ma tutti i prodotti annessi al packaging, ovvero carta, metalli e tantissima plastica.

La contraddizione maggiore è che nell’Italia post-pandemia esiste una percentuale enorme di persone che vivono sotto la soglia di povertà assoluta. Nuclei familiari di 2 persone che guadagnano meno di 1100€ mensili. Non parliamo di persone senza fissa dimora, ma della fascia di popolazione che rientra tra i “nuovi poveri”: persone che sopravvivono a carico dei genitori, inattivi sul lavoro, vittime dell’ultra-precarizzazione della Gig economy e delle nuove schiavitù nei campi, i giovani disoccupati.

I residenti in Italia sotto la soglia di povertà assoluta sono 5,6mln, circa il 10% della popolazione, che guadagnano una cifra pari o minore di 640€ al mese. L’incidenza alimentare per queste categorie non è irrilevante, in un paniere dei fabbisogni di sopravvivenza che include l’affitto, il pagamento delle bollette e una serie di spese che rendono inaccessibile a questi cittadini molti beni primari.

Sul piano economico, il valore dello spreco alimentare in Italia è stato stimato in circa 16mld€ annui. Da soli basterebbero a coprire per 3 volte il reddito dei circa 6mln di italiani sotto la soglia di povertà e per 2 volte il costo per lo stato del reddito di cittadinanza. A questi bisogna sommare i costi di raccolta e smaltimento rifiuti e soprattutto l’enorme “impronta ecologica” che questo problema ha sul pianeta.

Leonardo Cecchi, influencer e attivista sul web, in questi mesi ha articolato una proposta per un “reddito alimentare” alle famiglie e ai cittadini che vivono sotto la soglia di povertà assoluta: un’iniziativa sociale – secondo il promotore – da affiancare e integrare al reddito di cittadinanza. Ha lanciato una raccolta firme online e la proposta ha girato molto sul web, raccogliendo circa 53mila firme e puntando alla soglia delle 100mila nelle prossime settimane.

Si tratta di una misura in grado di sgravare i cittadini in difficoltà economica dalle spese alimentari e avere così più agio per affrontare le spese d’affitto, riscaldamento e bollette, che proprio in questi mesi subiranno un drastico aumento. La proposta è incentrata sulla compensazione della riduzione degli sprechi alimentari facendo incontrare l’offerta di grandi derrate di prodotti destinate al macero con la crescente domanda di assistenza alle nuove povertà.

In Italia non mancano esperienze in questo campo. La prima antesignana risale al ’98 quando il prof. Andrea Segrè del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna propose il progetto “Last minute market”, lanciando l’allarme sugli sprechi alimentari e ottenendo da subito l’interesse del mondo scientifico ed economico.

La proposta avrà interessanti sviluppi con la fondazione di uno Spin-off universitario (oggi eccellenza scientifica nel Paese) e nel 2019 di un’Impresa sociale, che vede come partner molti tra i più grandi marchi internazionali della distribuzione alimentare e non solo.

Dal 2016 è in vigore la Legge Gadda n°166 sulla “donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi”. Entrambe queste iniziative hanno contribuito a sensibilizzare molto sul problema. Il nodo che forse doveva essere affrontato meglio è quello che riguarda la distribuzione logistica alla platea dei beneficiari. Oggi la distribuzione è oggetto di un’intermediazione di soggetti accreditati e strutturati in grado di poter distribuire sul territorio grandi quantità di alimentari che spesso hanno bisogno di conservazione.

Tale organizzazione è svolta dalle Onlus riconosciute sul piano territoriale, pertanto la dinamica generata si attesta all’ambito della solidarietà caritatevole, che può generare in molti casi la difficoltà e l’imbarazzo dei cittadini a fruirne, soprattutto quelli appartenenti alla fascia che definiamo di “nuovi poveri”, incredibilmente aumentata durante la pandemia e costituita da persone che forse pochi mesi fa avevano un’attività solida e redditizia.

La proposta di Cecchi è incentrata su una tessera digitale – tipo bancomat – con un credito di 400€ mensili, sul modello già in uso per i buoni-pasto elettronici.

Cecchi sostiene che questo strumento può consentire di “evitare che tante persone non chiedano aiuto perché si vergognano a farlo. Con il Reddito alimentare viene infatti garantito l’anonimato, perché la tessera è molto simile ad una qualunque prepagata e per usarla non si deve andare in qualche posto dedicato agli indigenti (mense, empori ecc.): basta andare al supermercato. Lì si potranno prendere alcuni prodotti e “pagare” con quella tessera, in un processo identico a quello che avviene quando si fa una normale spesa”.

Le firme raccolte saranno consegnate alla commissione agricoltura, raggiunto l’obiettivo delle 100/120mila adesioni. Da lì si auspica la presa in carico delle parti politiche all’interno della revisione e dell’auspicabile potenziamento del Reddito di cittadinanza.

Storicamente la grande distribuzione – sulla quale andrebbero fatti dei distinguo tra le varie multinazionali – non incentiva pratiche per attenuare il problema dello scarto tra produzione e richiesta reale, perché si verificherebbero potenzialmente dinamiche  lesive del valore dei prodotti. Siamo stati abituati dagli anni ‘70 a vedere milioni di tonnellate di frutta e verdura mandate al macero prima di arrivare al banco, perché la sovrapproduzione genera un eccesso di offerta, facendo crollare i prezzi.

Detto ciò, le grandi catene non possono più esimersi dall’attivarsi applicando best-practices, a tutela dei consumatori e dell’ambiente. L’adesione a iniziative di lotta allo spreco spesso significherebbe un risparmio economico sulle imposte da parte del distributore e minori costi di smaltimento rifiuti, oltre a un netto miglioramento del “bilancio sociale” delle imprese.

Sarebbe solo un esile passo verso la tanto evocata “green economy” basata sull’economia circolare: una grande battaglia collettiva, in una lotta comune che si scrive “Green new deal” e si legge sostituzione del modello capitalistico.

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