“L’ultimo degli Gedi”: De Benedetti vuole ricomprarsi Repubblica, ecco cosa c’è dietro

È scontro aperto tra Carlo De Benedetti e i suoi figli per il controllo di Gedi Spa, la società che possiede Repubblica, la Stampa, l’Espresso e il Secolo XIX

Di Luca Telese
Pubblicato il 14 Ott. 2019 alle 19:00
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Carlo De Benedetti vuole ricomprarsi Repubblica: cosa c’è dietro

Il gioco di calembour è così telefonato e accattivante, che è quasi troppo facile da evocare: “L’ultimo degli Gedi”, con un immaginifico remake alla Star Wars declinato nella galassia Cir e con l’ingegner Carlo De Benedetti nei panni del Cavaliere crepuscolare che sguaina la sua spada laser e inizia a combattere. Il Jedi De Benedetti torna, per riprendersi il suo gruppo, con le buone o con le cattive. E ingaggia battaglia – soprattutto – per riconquistare La Repubblica, il quotidiano a cui ha dedicato una intera vita.

Tuttavia l’offerta di acquisto sul gruppo Gedi (senza “J”) da parte dell’uomo che l’ha accompagnato al successo, e che adesso muove guerra ai suoi figli (gli stessi a cui lo aveva devoluto tutto in un tentativo di staffetta generazionale) è stata lanciata. Ed ecco perché questo storia merita di essere raccontata meglio. Perché non è solo il capitolo di una cruenta guerra aziendale, o di una seconda generazione imprenditoriale che appare esangue rispetto allo spirito roccioso dei padri fondatori.

Non è (solo) un nuovo caso Benetton, non è (solo) una ipotesi di scalata o di rivincita individuale. È un conflitto vero sul destino della carta stampata, sul futuro della sinistra e sulla sua identità, sul quotidiano che ha vestito le idee dei progressisti italiani nella parte più complicata del Novecento.

Ma perché De Benedetti ci ha ripensato? Perché rivuole il controllo di Repubblica e del resto dei giornali e delle radio che sono il cuore della galassia Gedi? L’Ingegnere, oggi 85enne, aveva lasciato anni fa le quote della finanziaria di famiglia, laf Cir guidata dal figlio Rodolfo. A giugno del 2017, un anno dopo la fusione con La Stampa (la famiglia Agnelli) e il Secolo XIX (Perrone), dopo che si era chiuso questo innesto dinastico trilaterale, si era spogliato persino dell’ultima carica onorifica che aveva conservato per se stesso, la presidenza del gruppo. Al suo posto gli era succeduto l’altro figlio: così i figli Elkann e i figli De Benedetti regnavano per successione sull’impero costruito dai padri.

Ma adesso quella successione viene bruscamente revocata, De Benedetti lancia a sorpresa la sua offerta d’acquisto, mentre i figli e tutti i soci della Cir rigettano sdegnati la proposta. Così deflagra la guerra, e quella di ieri sembra solo la prima battaglia di un conflitto che si preannuncia lungo e di difficile risoluzione. Perché la complicazione è questa: era ormai noto che i De Benedetti (figli) erano decisi a vendere, e De Benedetti (padre) è deciso ad impedirlo ad ogni costo.

Due parole per nulla diplomatiche – ieri – sollevavano un muro ostile tra le due generazioni: “Manifestamente irricevibile”. Così si leggeva nel comunicato di fuoco del gruppo Cir che è precipitato come un macigno sul campo, il tono era questo.

Tuttavia nessuno può pensare che un capitano d’industria come De Benedetti senior non avesse previsto tutto. L’offerta d’acquisto, infatti, implicava già la risposta barricadera: ha semplicemente avuto l’effetto di accendere un bengala sul caso, e di far salire – ovviamente – il titolo del gruppo. Per questo la mossa è stata annunciata a ciel sereno dall’Ingegnere addirittura con un comunicato all’Ansa.

Ancora una volta: Come mai? Il primo motivo è intuibile. Chiedendo alla Cir il 29,9 per cento della Gedi (al prezzo di Borsa di giovedì, 0,25 euro per azione, ovvero 39 milioni di euro) De Benedetti padre ha ottenuto il suo primo successo. Come scrivono due giornali di orientamento opposto come Il Fatto Quotidiano e Il Giornale, l’Ingegnere, facendo salire il valore del gruppo lo ha reso più difficile da trattare. E adesso, su entrambi i fronti, soldi e onore si mischiano e si danno battaglia.

Non volevano svendere, i figli, e adesso non possono vendere. Mentre non voleva mantenere il controllo, l’Ingegnere, ma ora sembra intenzionato a combattere per riaverlo. E a vincere. Il 10 settembre Carlo De Benedetti era a La7 negli studi di Lilli Gruber. Quel giorno l’ho visto, ci ho parlato. Era tonico, pieno di passione, e in trasmissione sparava a palle incatenate (con cattiveria chirurgica) su due bersagli: i due eredi e il nuovo governo giallorosso. E qui la politica si intreccia con la storia aziendale.

Non è un mistero che i soci forti di Cir siano convinti che i tagli non siano più sufficienti e che sarebbero necessari interventi drastici per non perdere nuovi capitali. Ed è questo lo scenario in cui hanno iniziato a inseguirsi le voci di vendita del gruppo, o dell’ingresso di un nuovo socio forte. Si è parlato delle ipotesi più disparate dalla Qatar Investment Authority in giù. Soldi e onore ballano su entrambi i fronti e rendono la matassa terribilmente ingarbugliata.

“Sono profondamente amareggiato e sconcertato dall’iniziativa non sollecitata né concordata presa da mio padre”, dice ora Rodolfo, il primogenito. Ma il punto, per chi segue il filo della storia, è che in mezzo al sangue e all’onore, nel turbine delle tante incomprensioni e dei dispetti, il punto di verità del cavaliere Jedi è uno solo, e suona più o meno così: vi ho ceduto tutto per portare avanti la bandiera, non per venderla. Se vi disfate del gruppo il patto della successione salta.

Tutto è deflagrato nell’unico modo possibile, perché tra le tante leggi in conflitto, quella del cavaliere prevale sul codice dell’azienda e persino su qualsiasi vincolo dettato dai rapporti familiari. È così, che a 85 anni, il destino del cavaliere Gedi è diventato irrevocabile: buio, silenzio e – zzzzz – spada laser.

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